fusion. è Il cinema prezioso di Davide Shorty

da | Mag 4, 2021 | Recensioni album

Esce in tutte le sale fusion., un film d’essai diretto da Davide Shorty. A distanza di un mese dall’uscita di fusion a metà, il rapper palermitano pubblica per intero il suo ultimo progetto discografico. fusion. è un’opera intensa e ricca di collaborazioni, in cui la musica non appare come semplice fondale sbiadito, ma come un luminoso oggetto […]

Esce in tutte le sale fusion., un film d’essai diretto da Davide Shorty.

A distanza di un mese dall’uscita di fusion a metà, il rapper palermitano pubblica per intero il suo ultimo progetto discografico. fusion. è un’opera intensa e ricca di collaborazioni, in cui la musica non appare come semplice fondale sbiadito, ma come un luminoso oggetto di scena.

Nouvelle Vague

Bazzicando certe sponde della musica statunitense si rischia di dover prenotare una visita dal fisioterapista, per via di tutto quell’ondeggiare al ritmo di neo soul e jazz rap. Annuire non è mai stato così gratificante.
Dalle baie più remote di Bandcamp fino a quelle più affollate degli NPR Tiny Desk Concerts si percepisce quanta generosità, umiltà, tenacia, intelligenza sappia regalare la musica di Saba, noname, Daniel Caesar, Tank and the Bangas e così via. Tutte nuove leve dell’hip hop che ne stanno rinnovando le direzioni e i sapori. Cosa caratterizza questa nouvelle vague particolarmente insidiosa per le nostre cervicali?
Anzitutto il talento vocale e autoriale dei suoi protagonisti: i cantanti sopracitati non sanno neanche dove abiti l’autotune, spendendosi in un’espressione autentica, analogica del proprio talento.
C’è poi l’aderenza dei loro testi alla superficie scomoda dell’attualità. Ascoltare il rap, si sa, è come dormire in tenda: senti puntarti nella schiena le pietre di una contemporaneità impietosa.
Infine, ci sono la carne e le ossa di chi suona. Certo, le produzioni preparate in studio con sapienza non mancano, ma il jazz rap assicura la presenza di una musica fatta anche di tendini e fiato.

Buon appetito

In Italia, il neo soul ed il jazz rap stanno cominciando a ritagliarsi una loro piena riconoscibilità grazie – fra l’altro – alla voce di Serena Brancale, al garbo dei Figùra e alla tenacia di Davide Shorty. Quest’ultimo, il 30 aprile 2021, ha pubblicato un contributo importante per la definizione di questi generi in chiave nostrana.
Il titolo è fusion, punto. Ha l’asserzione dalla sua, non ha la presunzione delle maiuscole, la copertina è un po’ ECM, la retrocopertina un po’ Blue Note. È il quarto long take dell’artista palermitano e parlarne non è sembrato necessario neanche a lui:

«Quando esce il mio album sono solito a scrivere mille parole, ma questa volta vi lascio ascoltare semplicemente la musica perché ho detto tutto lì.»

Dice bene, perché la chiarezza del progetto e dei suoi contenuti è pressoché cristallina. Raccontare fusion. sarebbe come raccontare un piatto di Grant Achatz. Una pietanza preparata con ingredienti scelti per il loro valore sensoriale, affidati a collaboratori stretti, che lo chef ha condotto uno ad uno nella sua cucina. Una cucina, la sua, in cui ogni procedimento è essenziale e riconoscibile, nella quale la priorità assoluta spetta all’autenticità. Non resterebbe che chiudere gli occhi ed addentare queste tredici portate.
Proviamo allora ad affiancare questo fusion. alle caratteristiche della produzione nordamericana e dei suoi protagonisti.

Roller coaster vocale

Senti questa voce che ti farà dimenticare
Questi volti spenti e queste paure

La vocalità, per Shorty, è uno strumento acquisito. Lo è sotto il profilo espressivo, facendosi sussurro in Abbanìa, canto disteso in Battiti in parole o versificare affiatato in Non si mangia una canzone. Lo è anche sotto il profilo estensivo, riuscendo a trasportarci su, fino alle vette di Cioccolato denso, per poi scaraventarci fino al Fa grave di Cervello in fuga (quel «Voool-tà» vale tutto il prezzo del biglietto).

Il racconto

Mi scorre un fiume addosso, non mi sposto
Pronto a riempire il pozzo, solo io posso
Dissetarmi del mio stesso inchiostro
Nella gara del più grosso non sosto

Sono tre i temi portanti dei testi di fusion., suddivisi (a grandi linee) così: il vissuto personale ed artistico di Shorty (Monocromo, Cervello in fuga, Non si mangia una canzone, Domenica, con/fusion.), l’attualità politica e sociale (Tuttoporto, Non respiro) e i sentimenti più intimi (Cioccolato denso, Regina, Prima che faccia notte, Battiti in parole, Impressione).
Sotto questo profilo il rischio è quello di aver perso, almeno in parte, l’occasione di utilizzare la forza dei propri versi per dare voce al secondo di questi temi. Senza diventare gli MCR, si sarebbe potuto lasciare spazio a qualche altra parentesi coraggiosa nella quale chiamare le cose col loro nome:

Qui siamo aperti e il nome stesso dice: “È tutto porto”
Tu apri la mente, brutto porco
Qui siamo aperti e il nome stesso lo dice, qui è tutto porto
Tu apri la mente, brutto porco

«Sì, sì, lo strumentale sì, la gente lo adora»

Si potrebbe rispondere così al «No, no, lo strumentale no, la gente si annoia» de Il prossimo semestre di Colapesce-Dimartino.
Shorty è immerso nel suo universo sonoro, composto con cura e composito per natura. Nella retrocopertina, sotto la voce featuring, compaiono alcuni fra i musicisti più validi del nostro panorama jazzistico e non. C’è il trombone editato e delicato di Gianluca Petrella, lo scratching vecchia scuola di DJ Gruff, la voce dei colleghi Amir Issaa e David Blank e, ad ogni traccia, un comparto di interpreti d’eccezione, dal beatmaking ai soli di tastiera. Si naviga così, fino ad Abbannìa.

Arthouse da multisala

Ecco, in Abbannìa, in questo intimo nostos, nelle sue atmosfere sospese e veraci, lì risiede il significato ultimo di un’opera come fusion.
Riuscire a portare un esperimento del genere, corredato dalla poetica di Alessio Bondì e dal commento autorevole di Roy Paci, significa essere dei coraggiosi amanti della contaminazione. Abbannìa è il sussurro di un dialetto antico, un esperimento poetico e paziente, intenso quanto certi momenti di Mistico mediterraneo di Paolo Fresu. Puro arthouse, ma per tutti.
E così è tutto questo album, un’operazione curata, intelligente, che fotografa una crescita artistica straordinaria. Chiamare “tracce” i tredici brani di fusion. significa definirli non solo come canzoni, ma anche come le orme di un cammino dai pronostici promettenti.
Shorty e in particolare fusion. hanno lo stesso pregio del cinema di Paweł Pawlikowski o Yorgos Lanthimos: portare “in tutti i cinema” una produzione d’essai. Lo fanno coinvolgendo un pubblico fatto di specialisti e di semplici appassionati, tutti intenti a ondeggiare la testa piano, come colombi al ralenti.

La Playlist di Cromosomi