Scansiamo subito il primo degli equivoci: TUTTOBRUNORI è teatro. Le canzoni ci sono e non sono poche (17), ma alzandosi dalla poltrona la sensazione non è quella di uscire da un concerto.
La forma è quella del teatro-canzone, ripercorrendo dichiaratamente un solco per niente banale, quello della scuola di Gaber e Luporini:
Una cosa su cui mi sono impegnato molto in questo spettacolo è stata quella di parlare del dubbio e della contraddizione, proprio sulla scia della scuola di Gaber e Luporini, che mi sembra rappresenti un riferimento fondamentale, pur con tutti i necessari distinguo e con il grande rispetto che nutro per quel percorso.
Ho cercato, quindi, di raccontare anche in questo caso il dubbio e la contraddizione. Ma non il dubbio che ti blocca, bensì quello che ti spinge a cercare, con onestà e curiosità, una qualche forma di verità. Allo stesso tempo, però, mi sono chiesto se sia possibile evitare che il dubbio diventi, come talvolta è capitato anche a me, da appartenente a quel ceto medio-riflessivo, una sorta di alibi. Un po’ come l’ironia. L’ironia è una grande arma, ma può trasformarsi a sua volta in un alibi: un modo per dire tutto e non dire niente, per lanciare il sasso e nascondere la mano. In questo spettacolo, invece, vorrei provare a fare qualcosa di diverso: lanciare il sasso e poi assumermi la responsabilità di ciò che ne consegue.
Brunori SAS oltre le canzoni
Ma chi gliel’ha fatto fare poi a Brunori SAS di mettersi a concepire un’opera teatrale, con monologhi che non fanno altro che sottolineare il suo essere il perfetto stereotipo di cantautore di sinistra?
Non poteva semplicemente ripararsi all’ombra dei palasport che ha già riempito, cullandosi nel timbro di “quello che è arrivato terzo a Sanremo”? No, semplicemente perché l’ego dei cantautori di sinistra è piuttosto ingombrante, si sa, e non basta certo qualche palasport a contenerlo. Magari qualche stadio sì, ma solo perché non hanno un soffitto a soffocarlo.
E quindi mica bastano soltanto le canzoni ad esprimere gli straripanti doni che la natura ha affidato a Dario Brunori. La soluzione è arrivata in maniera piuttosto naturale per una mente geniale come la sua: le parole, i monologhi, i teatri.
Luoghi dove la gente può smetterla di distrarsi cantando e ballando e deve finalmente stare immobile ad ascoltare per 2 ore ciò che Brunori ha da dire, senza che nessuno possa obiettare “stai zitto e pensa a cantare”.
C’è anche qualche altro motivo, anche se meno importante.
Ad esempio, perché sul palco dovrebbe starci chi ha qualcosa da dire e sa come dirlo, e a Brunori non è mai mancato nessuno dei due presupposti. A occhio e croce continuerà ad essere così per qualche altro decennio.
Oppure perché essere capaci di passare da ironia a divertimento a profondità a lacrime in quattro parole sembrava qualcosa di molto complesso prima di aver visto TUTTOBRUNORI. A quanto pare invece è facilissimo, a giudicare dalla naturalezza impressionante in cui Brunori ci riesce. Ma anche perché è utile avere qualcuno che ti spiega perché può aver senso esporsi e perché non dev’essere obbligatorio farlo, guardando negli occhi l’abisso delle contraddizioni.
Non c’è necessariamente nulla di male nel confrontarsi con le proprie contraddizioni.
Uno può esprimersi male o bene, perché, da un certo punto di vista, le parole possono anche uscire male: magari non volevi dire quello, non volevi puntare il dito contro chi si comporta in un certo modo, ma volevi piuttosto far capire che certi atteggiamenti, se portati avanti in un determinato modo, rischiano di diventare semplicemente retorici, persino opportunistici. Perché, in alcuni casi, è comodo ripararsi sotto una bandiera.
La ricerca dell’onestà, della verità, della coerenza: tutti concetti che esistono in maniera fragile nel mondo e che quasi si frantumano quando analizziamo noi stessi e i nostri pensieri. Un continuo misurarsi con qualsiasi cosa: TUTTOBRUNORI è un po’ una celebrazione dell’overthinking, o delle pippe mentali per i più patriottici.
Sulle canzoni non vogliamo fare molti spoiler, ma diciamo che se siete affezionati a “Cheap!” non resterete delusi. E se non lo conoscete, farete delle belle scoperte.










