È il 5 giugno e noi di Cromosomi Media ascoltiamo Cesare Cremonini a ventiquattr’ore dall’apertura dei cancelli. Il nucleo del suo discorso è la sottrazione, l’esigenza fisica di svuotare le impalcature per ritrovare la carne viva del suono. Le sue parole tracciano una frattura netta rispetto alla struttura ciclopica che ha alle spalle, dominata da quattro torri alte ventidue metri e passerelle d’acciaio. A quarantasei anni decide di virare bruscamente. Registra un disco inedito a Londra, al Thirteen Studio di Damon Albarn. Un lavoro di matrice rock and roll scaturito da un periodo privato complesso, che lo spinge a cercare un appiglio tattile nella complessa meccanica di un sassofono. Prende lezioni da Matteo, un musicista che aveva chiuso i fiati nella custodia perché schiacciato da un lutto personale, e si curano a vicenda. Lo studio feroce dello strumento assorbe ogni inclinazione autodistruttiva, imponendo una disciplina corporea fatta di fiato, settime maggiori e scale armoniche. Cremonini rivendica con fastidio il diritto di annegare il dolore dentro l’opera, smontando la morbosità di un’epoca che trasforma ogni cicatrice in merce per il tritacarne digitale. Per chi costruisce canzoni da quando ha quattordici anni, far defluire i traumi nella scrittura è il livello zero del mestiere, una normalità artigiana estranea ai facili allarmismi.
L’urgenza di suonare e l’addio agli stadi
Questo cortocircuito umano innesca una produzione compulsiva, generando un album che ascolteremo entro fine anno. L’urgenza di questo nuovo materiale impone l’abbandono dei lustrini e la chiusura della stagione negli stadi. La rinuncia volontaria al dominio delle folle oceaniche diventa l’unica condizione possibile per tutelare una necessità artistica inderogabile. In questi snodi cruciali la verità autoriale deve schiacciare i bilanci e le aspettative dell’industria. L’evoluzione detta le regole in modo organico. Cremonini rifiuta di bollare questo distacco come un processo irreversibile, perché il gusto puro di suonare si incarna costantemente in forme impreviste. Il prossimo tour esigerà una band allargata, una vera sezione fiati e spazi capaci di assorbire un urto frontale, ruvido, incompatibile con le dinamiche dei grandi impianti sportivi.
Il sudore del Circo Massimo
Ventiquattro ore dopo, settantamila persone sbattono contro il muro sonoro eretto da Marc Carolan. Cercando Camilla e Alaska Baby fissano subito la densità della serata. Il repertorio di Cremonini azzera le distanze anagrafiche, costringendo fisicamente settantamila persone a cantare all’unisono. Brani come Poetica, Logico o La nuova stella di Broadway dimostrano la tenuta di un canzoniere intramontabile, capace di legare decenni diversi senza mai perdere aderenza con il presente. Le irruzioni sul palco di Lorenzo Jovanotti, Elisa e Luca Carboni dilatano le coordinate della scaletta, iniettando variazioni di ritmo feroci dentro un set inattaccabile. Cremonini impugna il sassofono su Marmellata #25, portando l’ossessione curativa dell’ultimo anno davanti a un pubblico sterminato. Attorno a lui, la band diretta da Alessandro De Crescenzo non fa da semplice sfondo, ma agisce come un unico organismo nervoso. L’urgenza collettiva tocca l’apice sui gong drum battuti ferocemente da Cremonini e dal polistrumentista Alessio Natalizia durante l’esecuzione muscolare di Possibili Scenari. I tredici musicisti sul palco stringono i bulloni di arrangiamenti stratificati fino a Un giorno migliore, il taglio di forbice definitivo che spezza a metà la notte.
Scegliere di smontare un circo da settantamila paganti richiede una lucidità rara. In un’industria che preme costantemente per espandere le capienze fino al collasso strutturale, fare un passo indietro per ripartire da un sassofono è un atto di pura sopravvivenza intellettuale. Per non farsi divorare dai numeri, l’unica strada è smettere di contarli.










