Tiziano Ferro ci racconta il nuovo album “Il mondo è nostro”

da | Nov 9, 2022 | Interviste

Vi sblocco un ricordo: è il 2001 quando esce Xdono, singolo di debutto di Tiziano Ferro estratto dal primo album in studio Rosso relativo. Nel 2001, io di anni ne ho nove. Non esistono i social. Tutto è molto rassicurante.

Ho memoria di un sabato pomeriggio immobile davanti al televisore a guardare la performance di un Ferro all’epoca ventunenne e, anche, ballerino (scherzo!) sul palco di Top Of The Pops. (Per i più giovani: quest’ultimo era un programma televisivo musicale trasmesso per un primo periodo su Rai 2, in seguito su Italia 1 e che, insieme ad altri programmi altrettanto interessanti trasmessi su MTV, era simbolo di una bella parentesi storica, cioè di quando ancora la musica, in televisione, veniva celebrata come cultura e informazione).

Tuttavia, il biennio 2001/02, offre due diversi profili di teenagers: chi ritaglia la faccia di Tiziano dal Cioè (magazine) e la incolla su una pagina a caso del diario di scuola e chi, invece, fa lo stesso e mente. Io non lo facevo (e non mento) perché ero impegnata a guardare video musicali che passavano a rotazione su MTV, ne ero ammaliata.

Tornando al presente, Tiziano Ferro oggi è padre, marito e torna venerdì 11 novembre con un nuovo disco dal titolo IL MONDO È NOSTRO su etichetta Virgin Records/Universal Music Italia. Un album ricco di vita dunque le tematiche si declinano, inevitabilmente, fino a toccare punti delicati della biografia di un artista che, semplicemente raccontando la verità, è riuscito a farsi amare da milioni di italiani, e non solo.

Lunedì 7 novembre. È un pomeriggio milanese di autunno inoltrato, di quando l’orario cambia ed è subito sera (snellirebbe Quasimodo). Vengo accolta dal team stampa di Ferro, mi siedo su un divano Dolce & Gabbana e poco dopo, ecco Tiziano. Lo ascolto volentieri: parla bene e sceglie scrupolosamente la parola da pronunciare. Alla fine, mi porto a casa una lezione importante perché di una cosa sono certa: se la musica mi salva, guardare un artista dritto negli occhi mi insegna sempre qualcosa.

Di seguito l’intervista,  ripartita in ermetici, salvaspazio, sottotitoli. Enjoy reading!

Perdonarsi è possibile, ma ci vuole troppo amore

Non mi sono perdonato proprio tutto. Magari! All’inizio mi chiedevano: «non pensi di esporti un po’ troppo nei dischi?». Perché, come si fa se no? All’inizio ero benedetto dall’incoscienza dei vent’anni, dopo dal fatto che mi sembrava l’unico modo per avere una connessione reale con le persone. Adesso, con l’età impari che, anzi non è che lo impari…è una cosa che mi dicevano tante persone che dai quaranta, più vai avanti e più non te ne frega un cazzo di quello che pensano gli altri e ti assicuro che è vero, lo vedrai! O non so se è già così per te, ma sarà anche meglio…o peggio, a seconda di come la vedi.

Un disco figlio di una vulnerabilità storica

La complessità era parte del periodo in sé. Dopo tutto quello che è successo non c’è più una cosa intelligente da dire (fa riferimento alla pandemia da Covid-19, ndr.), non c’è mai stata una cosa giusta da dire e io, questa cosa, l’ho sempre sentita. Quindi forse è quello, no? Il fatto di riaprire la porta dopo tanto tempo, dopo quel tempo. Il disco in sé, per me, è solo un privilegio. Io ho un foglio bianco e, il foglio bianco, trovo sia un gran privilegio. Il contrario sarebbe faticoso: non avere nessuno che ti ascolta, sentirsi solo.

Il fatto che ci siano tante persone disposte ad ascoltare quello che hai da dire, io la trovo una cosa che genera grande libertà. Dire quello che voglio, poi, per me è pure divertente…anche solo per vedere quello che succede. Un po’ quello che dicevamo prima, no? Inventarmi tutto (a parte il fatto che non so come si fa!) lo trovo noioso. Se non racconti la verità, che cosa hai fatto di concreto? E a me, raccontare la verità non viene difficile. Quindi, la complessità era relativa al periodo dal quale uscivamo. 

Freshness e collaborazioni trasversali

La trasversalità nelle collaborazioni è una cosa che, fosse stato per me, non avrei fatto altro tutta la vita. Un disco l’avrei sempre fatto così perché così ho sempre visto fare all’estero. Quindi, in realtà, la trasversalità viene da sé perché amare Vecchioni non va in controtendenza con l’amare la scrittura di Caparezza: stiamo parlando di due spade nella scrittura, appartenenti ad un’estetica e ad una generazione diversa e impossibili da riprodurre perché non riesco a pensare ad un altro Vecchioni né tantomeno ad un altro Caparezza. Sting, ovviamente, è lui che mi ha benedetto con la sua presenza tanto è vero che nella tracklist c’è scritto proprio «STING con TIZIANO FERRO» non il contrario, perché la gerarchia esiste e la rispetto come tale ed è giusto che sia così.

Ambra (Ambra Angiolini, ndr.) vabbè Ambra è una storia un po’ diversa. Chiaramente sono fan degli anni ’90, ma sono anche suo amico quindi l’ho provocata e lei si è fatta provocare: l’ho acchiappata prima che cambiasse idea perché è una cosa che è successa tipo in 48 ore. Poi, resta il fatto di essere l’uomo che verrà ricordato per aver riportato Ambra Angiolini in un disco (ride, ndr.). Non so quanto si ricorderanno di me dopo, ma questa cosa la dobbiamo scrivere! Ma pensa se nel ’94 mentre attaccavo la figurina di Ambra nell’album di figurine di Non É La Rai mi avessero detto: «Ambra canta per te in studio una cosa tua!» praticamente avrei avuto un attacco di cuore. Però così è! Siate gelosi quanto volete…ne avete tutto il diritto. Ed è giusto così perché Ambra non la farà con voi, «giura» ( ride. «Adesso giura» è una citazione tratta dal brano T’appartengo di Ambra Angiolini, ndr.). Tra l’altro non so se nella canzone si noti (fa riferimento al brano Ambra/Tiziano contenuto ne IL MONDO È NOSTRO, ndr.) ma io ci ho provato a farla andare in quella direzione. Pensavo: «porca miseria, vediamo se riesco un po’ a fregarla…» ovviamente non potevo certo ricrearlo completamente, però  avrei voluto fosse un po’ anni ’90.

Una penna più libera, conseguenza di un naturale percorso umano

All’inizio un po’ cercavo un linguaggio, e sempre all’inizio cercavo un po’ la musica che era sicuramente l’unico linguaggio che mi faceva sentire protetto. Per cui era anche un po’ necessità. Quindi se non avessi fatto un percorso non avrei sentito i limiti che mi chiudevano nell’ermetismo che mi sembrava obbligatorio. Ieri stavo ascoltando Stella di mare di Dalla perché avevo sentito la versione con Cremonini e, devo dire la verità, mi emoziona molto però ho voluto riascoltare l’originale che, ovviamente mi ha straemozionato di nuovo, e Dalla mi ha fatto tenerezza perché ho pensato: «cazzo! Che anno era? Il ’79? Chiaramente parla di un uomo!» però, mai una volta ti lascia intendere. È una cosa che mi ha…(si commuove, ndr.) scusate ‘mo mi ripiglio. Dicevo…è una cosa che mi ha dilaniato: cioè quello era uno che spaccava il culo a tutti e avrebbe potuto camminare in testa a tutti eppure stava lì, nonostante la sua genialità infinita, a stare attento a quello che diceva! Sai che schifo, che tristezza! Per cui sì, il percorso mi ha fatto scegliere una cosa molto semplice: se la mia carriera deve finire per questo, che finisca perché io mi sono rotto il cazzo. Però, la verità è che proprio ieri pensavo a quanta gente ha vissuto in quel modo pur potendo veramente permettersi l’opposto.

Soddisfatto per niente, naufrago ancora

Certo. È il passaporto di chi fa il mio mestiere, cioè se ti senti comodo è finita. Però è vero…sono stato l’unico a non aver rimandato il tour al 2022 per motivi che non potevo dichiarare e la cosa mi ha fatto molto disperare, ovvero, sapevo che sarebbero arrivati i bimbi e volevo dedicare il mio primo anno da padre soltanto a loro: chiaramente questo creò uno scandalo nel mio team perché poi, ovviamente, sarei anche stato l’unico a dover offrire la restituzione dei biglietti. Non ti nascondo che, a parte che mi sembrava giusto in generale, l’avrei fatto già prima…ma vabbè questa è una polemica che non ha bisogno di esistere, quindi l’ho fatto comunque volentieri. In più, non nascondo un certo senso di (adesso sicuramente uso la parola sbagliata, ci saranno dei sinonimi più giusti) piacere nel farlo, come per dire «io me lo devo guadagnare il prossimo giro, non voglio il giro gratis di giostra». È quella cosa che dicono gli americani: «Sei tanto bravo quanto il tuo prossimo lavoro» ovvero, per quello che hai fatto prima ti hanno già applaudito. L’hai fatto, fine! È un po’ da pazzi, però ne avevo bisogno perché la cosa che mi terrorizza di più in quanto artista è quello di sedermi comodo: pensare di farlo così, mi terrorizza, mi crea un senso di noia che mi potrebbe corrodere proprio. Per cui sono felice di averla fatta.

Non nascondo che, quando poi ho visto che le restituzioni sono state minime e che le persone mi stavano aspettando, quella è stata una bella sveglia. Sotto tanti punti di vista. Anche perché prima parlavamo della prima traccia (Il Paradiso Dei Bugiardi, ndr.) che parla degli haters, ma che in realtà parla del fatto che gli haters li accogliamo noi perché se «tu» provi ad offendermi su un tema che non mi tocca, io non ti vedo neanche. Quindi l’hater lo facciamo esistere noi, gli diamo noi un ruolo.

C’è questa frase collegata a quello che sto dicendo sul tour che è una frase che a me fa molto ridere perché è una cosa che io non ho mai fatto in una canzone e neanche detto in un’intervista che dice: «la tua ipocrisia è un’arte, la ammiro, starei per ore a disquisirne, ma ho tre sere a San Siro». Perché? Perché quelle persone che hanno tenuto quei biglietti tanto da avere ancora tre San Siro in piedi mi hanno detto: «oh tu guardi l’hater, ma noi ‘stamo qua!», allora c’è un antidoto: perché dove c’è un hater, c’è un lover e non c’è bisogno di essere un cantante…anche nella vita. Se invece di rivolgere quel minuto all’hater, lo dedichi ad una persona che ti ha scritto una cosa bella, quello stesso minuto varrà sicuramente qualcosa per quella persona. Quindi l’hater sono io perché li ho creati io quelli che ho fatto entrare.

Addio Mio Amore:  la malinconia viaggia su beat veloci

L’ho fatto spesso con Stop! Dimentica, per esempio. Più volte ho scritto dei testi malinconici che poi sono nati su dei beat veloci. Questa è un’altra delle canzoni che probabilmente ho scritto in un quarto d’ora, veramente. L’ho fatta scivolare sul computer in maniera talmente veloce che non so neanche come ho fatto perché non ho attinto a degli appunti. Non è che avessi che ne so…ce l’ho il quaderno nel quale ho comunque delle mezze idee di testo, nel telefono ho delle mezze idee di melodia a volte le prendi, le butti qua e là. Questa proprio no, questa zero! Però, credo che quella canzone abbia un suono molto anni ’80 e io, non so perché, ma credo che i momenti di tristezza e di depressione che immagino nella mia vita o in quella dei miei amici, coincidono con quelli in cui ascolti la musica che ti piace, no? E magari stai ballando e parte qualcosa e te ne freghi! Sai quante volte siamo stati tristi mentre correvamo su una canzone, no? Quindi ci sta! In realtà è così…è come se avessi fotografato la colonna sonora di momenti che appartengono a dei segmenti tristi e, poi, magari eravamo in discoteca! Penso che psicologicamente sia andata in questo modo.

La cover del disco: siamo ancora qui siamo ancora in bilico

Il concept della copertina, giuro, non è stata una mia idea. Però l’ho sposata subito. Qualche mio amico mi ha detto: «sei talmente pazzo che secondo me ci sei salito davvero lassù!». No, era una sdraio. Abbiamo photoshoppato. Però, guarda ti dico la verità…è l’unica cover della mia vita della quale non ho ideato il concept. Lo dico perché potrei fare voli pindarici, ma no! Mi venne lanciata questa idea da Fabrizio (Fabrizio Giannini, management, ndr.) perché comunque Il Mondo È Nostro (title track, ndr.) dice «siamo ancora qui siamo ancora in bilico…» mi dà il concept e io: «ah, ok. Carina, mi piace!». Però, lo dicevamo prima…l’idea di vivere un po’ con le spalle al muro e sempre il burrone sotto mi sembra abbastanza terapeutico, se fai questo mestiere. 

Social: il follower non fa alcun atto di fede. Il follower fa un click

È quello che dicevo dei biglietti restituiti, no? Avevo paura e non mento: venivo anche da un momento nel quale, probabilmente, mi stavo un pochino troppo concentrando al mondo dei social. Nel senso che mi sentivo sempre più inadeguato perché sembra che la cosa più utile oggi sia quella di collezionare followers. Cioè, come si fa?! Io dell’onnipresenza non conosco nulla. Io ho bisogno di sparire, chiudermi e scrivere un disco! Quindi ho pensato: «basta, i tempi mi hanno superato!» e, forse, avevo veramente bisogno di una cartina di tornasole ed è per questo che nella canzone dico quella cosa di San Siro.

Poi è anche vero che i social sono importanti, veicolano dei messaggi di solidarietà in maniera più veloce, riesci ad avere dei contatti con persone che magari non avresti, però, è anche vero che c’è tanta polvere la dentro: innanzitutto dovremmo, intanto, imparare a leggerli questi numeri perché è chiaro che se tu guardi il numero di visualizzazioni di un video sui social, ok rimani colpito dal volume…ma quante persone guardano un video perché lo trovano ridicolo, orrendo, o perché lo disprezzano? Cioè, quel numero non viene soppesato con il giusto peso specifico. Il follower non è necessariamente qualcuno che fa un atto di fede. Il follower fa un click. E, soprattutto, io non seguo necessariamente persone che adoro e che ammiro: a volte le seguo perché boh! E questa cosa, però, ammetto che ti confonde le idee quando ancora non la capisci. Ma allora io non ci so stare su queste cose qui! Quindi la sveglia è stata necessaria. Che, poi è divertente che, il mondo nel quale la tecnologia sembra sostituirsi a tutto (e attenzione non sto criticando la tecnologia), mi piace…però, non mi piace quando si sostituisce a cose di significato che non puoi sostituire, tipo la cosa più antica del mondo che è la performance e, come gli antichi Greci, sei su un palco: e lì chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.

Lassù c’è un atto di fede, lì c’è chi si è esposto. Ammetto che ne avevo bisogno! 

Il Paradiso Dei Bugiardi è un dissing gentile

Che poi, mentre lo punti (parla dell’hater, ndr.) ce ne sono altri tre che ti puntano addosso perché l’argomento per il quale provano a ferirti normalmente è l’argomento che li vede più in difficoltà. Quindi, le persone che ti dicono che non sai scrivere canzoni, che fai sempre la stessa roba, che sei finto e che sei finito, etc…sono persone che, non solo non scrivono canzoni, e infatti in questo brano dico: «tu non ne scrivi canzoni perché non t’innamori e se la scrivi come minimo è con altri cinque autori». Quindi, mi va benissimo essere giudicato da Roberto Vecchioni, ma lui non lo fa. Dunque, invito queste persone a fare, prima di parlare perché comunque io sono sempre stato fuori dalle polemiche…però, ogni tanto, il dissing si può fare anche senza essere volgari!

Tre canzoni sulla paternità che, in realtà, sono due

A mia difesa vorrei dire che, comunque, i figli sono due: quindi una canzone a testa ce l’hanno, almeno, una per uno! Che, poi, nella testa da padre pensavo: «l’hai scritta per lei, adesso devi scriverla anche per lui» e, giuro che non è una battuta, sono andato in ansia e mi sono detto: «mò fattela venire l’ispirazione perché questa te la rinfacceranno a vita, qualunque cosa farai!». La Prima Festa Del Papà ha un titolo che è un po’ una trappola perché non parla della festa del papà e non parla di paternità. La festa del papà è il giorno in cui è accaduto a noi e mio padre mi ha fatto gli auguri: cosa potente, ma anche strana! É come se senza il messaggio di mio padre io non avessi neanche realizzato. Mi sono chiesto: «come mai quel senso di inadeguatezza?».

Mi trovavo quasi in imbarazzo leggendo il messaggio di auguri. Ed è lì che mi sono reso conto che pensavo ancora con la mente e, con il cuore soprattutto come avevo fatto ormai da anni, di non potermi nemmeno concedermi quel pensiero. Pensavo ancora che mi avessero restituito un arto, però camminavo ancora senza saperlo usare. E quindi è stata un’epifania: ed è per questo che ho scritto una canzone che parla di gratitudine, che parla di opportunità, che parla di miracoli. E’ chiaro che il contesto, poi, porta il dialogo a spostarsi sulla paternità anche perché spiego come mai, come mi sono sentito…però avrei potuto parlare di tante altre cose, ma è successo quel giorno, è successo con quel messaggio di mio padre per cui, alla fine, è andata così. Però, penso che ci sia meno di paternità rispetto a quanto c’è di tanto altro.

La Prima Festa Del Papà parla di sogni negati…

Questa canzone parla di sogni negati e anche di diritti perché il problema del vedersi un sogno negato è ancora più grave del diritto negato perché, per i diritti, devi avere l’autostima per pensare che tu te li possa meritare quando, invece, ti negano un sogno sei ancora molto più indietro rispetto a quello…quindi è stato quel messaggio di auguri di mio padre che ha scaturito questa rivelazione emotiva. Mio padre dovrebbe firmare quella canzone perché ho proprio scritto delle frasi, neanche citate proprio messo delle frasi, con il contenuto del messaggio che mi ha scritto lui. 

Le Tre Corone della lingua italiana, in realtà, sono quattro e Thasup è il nuovo re del pop

Caparezza è un misto tra un pittore futurista, Petrarca e Renzo Piano, cioè lui cura architettura, ingegneria, contenuti, immagine della lingua. Per me, lui è un pittore perché riesce ad usare la parola con una bellezza incredibile, però il significato è ancora più incredibile. Capa fa quello come non lo ha mai fatto nessuno e come, credo per ora, nessuno faccia. Thasup, invece, ha proprio un altro ruolo: per me lui è la linea che è stata tracciata verso il nuovo pop perché è vero che lui è entrato sfondando la porta della trap, ma giusto perché usa l’autotune. Per il resto, lui è un cantautore che usa i codici di adesso e che fa un disco bellissimo pop perché adesso il pop è questo! Il pop è un giovane che parla come si parla quando sei giovane: l’ho fatto anch’io a vent’anni con i suoni che vuoi tu perché poi gli altri li ascolteranno, tutti li ascolteranno e quindi diventa pop. Il pop lo inventi. Non esiste il pop. Lui magari ancora non l’ha capito, però, per me lui è la linea di demarcazione che aspettavamo da una scuola nuova che un pò faticava ad arrivare e, invece, devo dire che negli ultimi anni sono usciti dei nomi che rimarranno e questo mi rende orgoglioso.

La title track è la fotografia di questi ultimi anni

È un invito alla gratitudine. È una canzone che ho scritto nel 2020, per carità…però è una delle cose che invito a fare. Io non sono nessuno, racconto quello che penso. La prima cosa che invito a fare è di fare, almeno, il minimo «se non puoi dare massimo» (cit. dalla title track Il Mondo è Nostro, ndr.). Poi, il fatto che spesso abbiamo questa visione del tunnel, no? Vediamo solo il marcio che c’è e ci dimentichiamo di tutto l’universo, dei satelliti belli che ci girano intorno.

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