“Chitarra nera” suona e devasta: Vasco Brondi torna e accarezza le anime belle

da | Recensioni singoli

Alla fine è arrivato, un po’ in ritardo rispetto alla primavera, ma le cose belle hanno bisogno di tempo per sbocciare. Vasco Brondi torna con un singolo, Chitarra nera, che anticipa l’album in uscita il 7 maggio, Paesaggio dopo la battaglia.

Dopo la scorsa estate, dopo Talismani per tempi incerti, ci aspettavamo un ritorno del ragazzo che a vent’anni urlava nei live club il suo disagio, il suo malessere, il suo essere punk con la voce e la chitarra, più tardi il computer. Le cose cambiano, si cresce e si sperimenta, ma nulla potrà cancellare o far finire nel dimenticatoio quello che è stato. Chitarra nera ha molto del primo Vasco Brondi, quello de Le Luci della Centrale Elettrica per intenderci. Il brano nasce insieme al lavoro sapiente di Federico Dragona e Taketo Gohara.

Ecco, Chitarra nera non è un brano per millenials, non è un brano per chi non conosce l’artista, la sua storia, la sua evoluzione.

Finirebbe per essere bistrattato, non capito, criticato senza un sano spirito critico. Vuoi ascoltarlo oggi per la prima volta? Aspetta allora, recupera tutto quello che è stato realizzato da Le Luci della Centrale Elettrica, entra in quel microcosmo di pensieri che si attaccano al soffitto, e allora Chitarra nera ti sembrerà quell’albero in fiore tra le rovine.

Senza questo lavoro propedeutico ti sembrerà un gomitolo di pensieri non banale, ma di difficile compresione. Non è questo, c’è molto altro dietro, c’è del sano malessere che decidiamo di condividere mentre ascoltiamo.

Chitarra nera è una carezza di notte, ti sveglia mentre ti coccoli tra le lenzuola, poi ti sferra un gancio dritto tra i denti, ti ricorda quanto il mondo faccia schifo e quanto le anime belle siano necessarie per contrastare tutto questo male.

Nel monastero buddista c’erano molti monaci e monache della nostra età,
addirittura dei monaci ex punk.
Tu gli diresti: “Giù le mani dalla mia anima, anime salvatrici, non diventeremo perfetti mai, non illumineremo nessuno”
Pieni di difetti, niente di cui vergognarsi, anzi, li facciamo vedere meglio salendo sui palchi,
Sotto le luci a gridare: “Guardami! Guardami! Sono così!”

Una canzone per quelli che si sentono strani, per quelli che sono sempre stati etichettati come strani, ma non per quelli che credono di esserlo diventati dopo averlo sentito dire per anni.

Passerò ore in verticale sulla testa a meditare, a lasciarmi respirare.
Tua madre ti voleva curare con oli essenziali, segni zodiacali, ti voleva guarire, chissà che effetto fa essere normali…

Una preghiera che resterà inascoltata, un mantra che ci accompagna da sempre e che ci tiene la mano, in una vita che pare sempre più un disastro mentre il futuro era sempre lì a sorriderci.

Chissà se hai avuto un’ultimissima notte d’amore, ci vediamo nella prossima vita.
Mi ricomincerai a salutare, ti ricomincerò a salutare.
Siamo sempre stati pieni d’amore, pieni da scoppiare…

Chitarra nera ci ricorda che tutto passa, tutto può finire in altre mani, ma la bellezza sta nel fatto di averlo vissuto.

La tua chitarra nera dov’è finita? Te la sei venduta?
Come il mio basso su eBay finito su un’isola greca…

Ricordi, quelli restano sempre. Come qualche lettura di Blaise Pascal, come questa frase che anche noi potremmo usare come giustificazione ai nostri lanci da kamikaze in cose che sentiamo giuste solo noi senza capirne il motivo. Dicono che il cuore…

Ma cosa c’era dentro di te? Il male? Il bene?
Qualcosa che sopravvive e non si arrende,
dicono che il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende…

Resta ora l’attesa per l’album che uscirà tra trentacinque giorni.
Ora posso dirlo: stanotte al primo ascolto ho pianto. Non ho aspettato il secondo o il terzo. Ho pianto subito.
Sarà il periodo inverosimile, sarò che siamo tutti delle piccole mine pronte a esplodere, sarà che siamo tutti un po’ più soli anche tra le mura di casa.
Io ti ho detto: “Che bello che è stato perderti, vederti sparire”
Sei rimasto a vent’anni,arriveremo a cinquanta con ragazze che vogliono figli, che vogliono figlie, che ci vorrebbero normali,
ma siamo animali, siamo animali senza istinto, quindi ancora peggiori…

Chitarra nera rende noi delle chitarre riposte in un angolo. Vasco Brondi torna, pizzica le corde giuste, ci emoziona e dopo quasi cinque minuti ci lascia, allo stesso posto di prima, al buio, ma un buio diverso, quasi sano, come se il malessere condiviso in quei cinque minuti sia terapeutico.

Bisogna non aver paura di piangere per essere felici, felici da fare schifo.

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