FRESH TALENT: CHIARA ACCARDI

da | Giu 23, 2026 | FRESH TALENT

Chiara Accardi debutta con NUGE, un EP di "musica di terra" che usa la poesia di Catullo e l'elettronica organica per sabotare il cinismo degli algoritmi. Ci siamo fatti raccontare come si difende la complessità dei sentimenti oggi, senza ansie da prestazione.

Chiamare il proprio debutto NUGE (che in latino significa letteralmente “sciocchezze”, “cose da niente”) mentre intorno tutti si prendono maledettamente sul serio a colpi di calcoli e posizionamenti, è già una grande vittoria. Chiara Accardi, ventiquattro anni, da Palermo, ha deciso di fare le cose a modo suo: prendere la poesia di Catullo, mescolarla a un folk d’istinto e usarla come scudo contro il cinismo da tastiera.

Il risultato è un Ep che rifiuta categoricamente i suoni di plastica. Insieme al produttore Fabio Rizzo, la cantautrice ha registrato un disco di “musica di terra”, dove gli strumenti sono veri, le imperfezioni restano libere e persino l’elettronica respira (letteralmente, visto che ci sono dentro campionamenti di fiati e respiri reali). C’è la rabbia lucida di “LIBERA”, ci sono le atmosfere distopiche di un mondo che anestetizza i sentimenti e c’è l’irriverenza viscerale della Sicilia che incontra la wave contemporanea.

Reduce dal palco di Musicultura 2026 e dopo aver presentato il progetto in full band nella sua Palermo, Chiara si prepara a suonare il 26 giugno al Charleston di Roma.

Ci siamo fatti raccontare come si difende la complessità delle proprie emozioni oggi, senza il filtro dell’ipocrisia o l’ansia da prestazione dei numeri.

L’intervista

Chiamare il primo album “NUGE” (“sciocchezze”) è una bella provocazione in un mondo in cui tutti si prendono maledettamente sul serio. Chi vuoi provocare esattamente?

«NUGE è un concetto potentissimo a cui mi sono affezionata fin da subito. La prima volta che ne ho sentito parlare è stato durante lo studio di Catullo, che lo utilizzava per riferirsi ai suoi componimenti d’amore che, proprio perché dedicati al sentimento, erano ritenuti “nugae”, cioè “sciocchezze”, “cose di poco conto”. Non so dire esattamente quando lo abbia deciso, ma dal momento in cui ho iniziato a lavorare seriamente al mio progetto, il nome del mio primo album è sempre stato questo.

Sento così mio il concetto di NUGE perché in fondo, prima di tutto, forse è me che ho voluto provocare, impegnandomi a credere che le mie nugae valessero qualcosa, che non fossero solo cose di poco conto. Il disco rivendica questo: riafferma la forza rivoluzionaria del “sentimento” che, come lo intendo io, non è solo amore, ma è anche istinto, desiderio, urgenza, emotività.»

Nel comunicato del disco si parla del rimettere al centro il sentimento in un mondo cinico e orientato solo ai risultati. Però oggi viviamo un paradosso: da un lato la società ci chiede di essere produttivi, dall’altro i social sono pieni di persone che mettono in mostra la propria vulnerabilità per fare numeri. Come si fa a difendere la complessità dei propri sentimenti senza farla diventare un contenuto da ottimizzare per l’algoritmo?

«Credo raccontandola, e provando a restituirla sinceramente agli altri senza avere paura delle contraddizioni che può portarsi dietro una sfida di questo tipo. Ai numeri dei social provo a non guardare più di tanto, quello a cui tengo è provare a dire la mia, scegliendo ogni giorno da che parte stare. Mi interessa più il percorso che il boom dei risultati. Quelli, quando arrivano, fanno piacere, ma rimangono una conseguenza del lavoro quotidiano. Quel che mi fa veramente piacere è sapere che qualcuno possa rivedere parte della propria storia nelle mie canzoni.»

Per descrivere il tuo sound usi l’espressione “musica di terra” e dici di aver rifiutato i suoni sintetici e “di plastica”. Lavorando in studio con Fabio Rizzo, qual è stata la sfida più grande per spogliare le canzoni dalle sovrastrutture e trovare un suono così reale, senza però rischiare di suonare nostalgici o vintage?

«Lavorare in modo organico a un album d’esordio e farlo con l’aiuto di un produttore splendido come Fabio Rizzo è stato terapeutico. Lavorare ad un intero progetto discografico piuttosto che ai singoli singoli ti dà modo di costruire davvero un piccolo universo tutto proprio, un universo fatto di scelte che ti costringono a scavare dentro di te per capire chi sei e cosa vuoi creare. Fabio è molto “maieutico” in questo, e infatti cucire una veste per questi brani è stato un processo molto naturale e spontaneo.

L’idea di una “musica di terra” è stata infatti un’esigenza più che un pre-concetto: avevo bisogno che le produzioni mi restituissero quella stessa intimità che sentivo durante i live acustici. Non volevo inseguire sovrastrutture artificiali: desideravo un suono reale, anche imperfetto, ma che parlasse di me.»

A proposito di sound, l’irriverenza del folklore siciliano nel disco si mescola con il pop contemporaneo e con l’elettronica. Ci affascina questo contrasto: come fanno a convivere la visceralità della terra e la freddezza della dimensionale digitale all’interno delle tue tracce?

«Il lavoro in studio con Fabio Rizzo ha provato fin da subito a tenere insieme queste due anime: la mia attitudine folk, legata soprattutto alla spontaneità dei testi, e la mia profonda curiosità verso il mondo della musica elettronica. NUGE, nelle intenzioni, è sempre stato un album pop, un album cioè che parla a tutti, senza costruzioni artificiose. L’elettronica infatti trova spazio nella tracklist, ma non restituisce freddezza: molta della materia digitale che abbiamo utilizzato corrisponde in realtà al campionamento di suoni reali, come ad esempio i respiri. Nel ritornello di COME FOSSE UN FILM, ad esempio, è stato molto divertente registrare la parte ritmica, che vede come pulsazione regolare proprio un grande respiro campionato più volte. Il digitale non è per forza sinonimo di freddezza e artificiosità: è materia viva.»

Il brano “LIBERA” è un vero e proprio manifesto identitario ed è una canzone esplicitamente antifascista ed europeista. Era un’esigenza istintiva o ci hai pensato due volte prima di pubblicarla?

«È stato abbastanza naturale sia scrivere quel testo, sia portarlo in giro nei concerti, sia desiderare che fosse all’interno dell’EP. Così come negli altri brani, anche in LIBERA racconto di un sentimento credo molto comune: il fastidio rispetto alla costante, presunta, superiorità morale di una parte di persone che si nasconde dietro grandi discorsi ma nei fatti finisce per portare avanti posizioni non proprio aderenti ai valori che dice di professare. Non amo particolarmente i perbenisti e gli ipocriti, ecco.»

L’artwork di NUGE descrive un mondo distopico in cui un regime vieta di innamorarsi e reprime la sensibilità, trasformando chi prova emozioni in un ribelle. Se provi a guardarti intorno nella vita di tutti i giorni, quali sono i segnali reali di questa anestesia collettiva che ti spaventano di più?

«Oggi sembra che l’efficienza, il risultato ad ogni costo e una grande dose di individualismo abbiano completamente rimpiazzato l’idea dello stare insieme, del vedersi, elaborare riflessioni e creare legami. Sembra che la dimensionale collettiva stia lasciando sempre più il posto a quella individuale, orientata al successo del singolo e mai del “noi” come comunità. Magari un giorno un’intelligenza artificiale o qualche potente miliardario ci convincerà tutti che stare dietro ai sentimenti sia una perdita di tempo e che ci rallenta nel produrre ricchezza. È da qui che parte l’idea visiva che ha guidato il racconto nei videoclip di Mi Manchi Ma Non Parlo e COME FOSSE UN FILM.»

Quest’anno sei arrivata alle audizioni live di Musicultura 2026. Un bel traguardo per la tua carriera musicale!

«Sì, un bel traguardo ed anche inaspettato! Guardavo a Musicultura con interesse da qualche anno, ma ho sempre detto che avrei partecipato solo quando mi sarei sentita davvero sicura di portare me stessa su un palco così importante per la nuova musica d’autore. Sono molto soddisfatta dell’esibizione che abbiamo portato a casa insieme alla band. È stata l’edizione più partecipata di sempre e sono orgogliosa di averne fatto parte. Sono molto contenta che a vincere alla fine sia stato Claudio Covato, un cantautore siciliano come me che ho apprezzato particolarmente e a cui auguro il meglio.»

Il 26 giugno suonerai live al Charleston di Roma, ma hai recentemente presentato il disco alla Mind House di Palermo, in full band, prima ancora dell’uscita digitale. Che effetto fa far nascere questo progetto proprio a casa tua?

«Abbiamo voluto fortemente portare il live dell’album in anteprima a Palermo, in segno di riconoscenza verso una città in cui fare musica indipendente non è esattamente la cosa più semplice del mondo, ma che può offrire tantissimo. Tenevo a restituire alle persone che mi sono state vicine in questi anni, e che mi hanno ascoltata nei luoghi più improbabili, un po’ dell’amore e dell’affetto che mi hanno regalato. Allo stesso tempo, non vedo l’ora di poter far ascoltare live NUGE a quante più persone possibili durante il tour, dentro e fuori la Sicilia.»

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