C’è una definizione condivisa che quest’anno ha unito tutti a Macerata: Musicultura come un angolo di pace. Chi l’ha frequentata, chi vi ha partecipato e chi ci ha lavorato dietro le quinte concorda sulla dimensione quasi terapeutica di una manifestazione che, giunta alla sua trentasettima edizione, si conferma più distante che mai dalle pure logiche del mercato discografico.
Nato dall’intuizione di Piero Cesanelli e battezzato all’origine da padri fondatori del calibro di Fabrizio De André, il festival ha premiato un’autenticità multiforme. Nelle otto canzoni vincitrici, questa urgenza si è tradotta in una fitta commistione di generi, strumenti e dialetti; un patrimonio artistico tutelato da un prestigioso Comitato di Garanzia – che quest’anno ha schierato firme come Vasco Rossi, Claudio Baglioni, Giorgia e Carmen Consoli – e consacrato dal voto del pubblico in arena.
Dopo le varie fasi di selezione, culminate in quella di Recanati, il 19 e 20 giugno 2026 l’imponente cornice dello Sferisterio di Macerata – l’arena ottocentesca che di lì a breve accoglierà il cartellone dell’opera lirica – ha spalancato le porte alle serate finali. Sotto un caldo torrido, mitigato da un limpido cielo stellato, la due giorni è stata condotta dalla complicità collaudata di Carolina Di Domenico e Fabrizio Biggio. L’apertura ha visto Brunori Sas, Colombre e Maria Antonietta unire le forze per omaggiare il territorio cantando Il mondo del maceratese Jimmy Fontana. È stato il preludio a una scaletta fitta di ospiti, arricchita dall’elettronica dei Planet Funk, dal rock delle Vibrazioni e dal set di Alan Sorrenti. Il vero baricentro delle serate, però, sono stati gli otto vincitori, che hanno trasformato il palco in un laboratorio di canzoni e storie.
Gli otto vincitori di Musicultura
L’energia è divampata subito con DDUMA e la sua Fimmine de guerra. Poco importa se dietro le quinte c’è stato un briciolo di normale tensione pre-show (“abbiamo litigato due secondi dietro il palco prima di salire, ma ci sta!”, ha confessato scherzando): sul palco l’impatto è stato immediato, grazie a un racconto sulle persone comuni sospeso tra le atmosfere di Thom Yorke e la lezione di Lucio Dalla. Una maturità condivisa da Giulia Trovò (classe 2003) che con Se non dovessi più tornare ha proposto un pezzo esplicitamente ispirato alla Resistenza italiana. Cantautrice dai suoi quindici anni, quando già scriveva brani per sfogarsi contro il senso di esclusione tra i banchi di scuola, Trovò si muove nel solco di De Gregori e Bennato, trovando a Macerata la conferma che la musica è la sua strada. Una determinazione simile a quella di Rosita Brucoli, che con Agente! ha usato l’elettronica per scardinare i pregiudizi legati alle realtà difficili. Rosita ha affrontato l’arena con la spensieratezza di chi sul palco si diverte davvero, confessando l’influenza di Niccolò Fabi e un sogno nel cassetto: “Avrei voluto scrivere io Futura di Lucio Dalla”.
Alle spinte ritmiche ha fatto da contrappeso la scrittura intima di Giovanni Toscano, che con Emma ha parlato d’amore in modo quasi analitico: “Mi piacerebbe che questo brano arrivasse a chi è in procinto di lasciarsi, per aiutare a pensare e a ritrovarsi”, ha raccontato, ricordando i vecchi viaggi in auto con le cassette dei genitori, su tutte C’è tempo di Ivano Fossati. Una ricerca di contatto che ha guidato anche Isabella Privitera, che ha convinto lo Sferisterio eseguendo Eya. Per lei, Musicultura è stata una risposta ai dubbi sul futuro: “Questo palco mi ha fatto capire che ci sono persone che hanno voglia di ascoltarmi e che forse vale la pena andare avanti”, ha confessato, portando in scena le influenze dell’underground bolognese (De Stradis, Rachele Amore) e le sonorità barcellonesi di Rita Payés.
La fragilità generazionale si è fatta manifesto collettivo con Mezzanera e la sua Piume, una ballata densa dedicata a chi ha tra i 16 e i 30 anni e si sente smarrito in un mondo focalizzato solo su performance e produttività. Ispirandosi alla capacità di Madame di sdoganare la complessità senza renderla pesantezza, Mezzanera ha scosso la platea: “Il posto per noi c’è, bisogna solo cercarlo. Vale molto di più averci provato che essere riusciti”. Di tutt’altro impatto sonoro, ma mossa dalla stessa identica schiettezza, è stata la scossa rock di Narratore Urbano con Il mio coinquilino vuole uccidermi. Un brano ruvido che esorta a non nascondere i sentimenti scomodi sotto il tappeto e denuncia apertamente, attraverso una metafora esplicita, il dramma del genocidio palestinese. La sua è una rivendicazione del ruolo dell’artista: “Essere divisivi stimola il dibattito e costringe a guardare le cose da un altro punto di vista”.
Claudio Covato: il dialetto che si fa lingua universale

Il vero trionfatore della due giorni, che ha stregato lo Sferisterio per poi prendersi tutto, è stato il siciliano Claudio Covato. Imbracciando la sua chitarra acustica, unica compagna con lui sul palco, ha incantato l’arena con Chiddu ca ma resta, un brano profondamente radicato nella sua terra e nella catena d’affetti mossa dalla nascita di suo figlio. Covato ha regalato la fotografia più nitida del senso del festival: “Bisogna sempre ricordare che sotto le farfalle dalle ali colorate del mainstream ci sono le formiche che si rompono il culo e fanno cose bellissime. E questa manifestazione mantiene viva la speranza”.
Una speranza più concreta che mai, ripagata con una vittoria doppia e manifesta: a lui sono andati sia il premio assoluto del festival (con il rispettivo assegno da 20 mila euro) sia il prestigioso Premio della Critica Targa Piero Cesanelli, assegnato dalla giuria dei giornalisti presenti. Nelle sue dichiarazioni a caldo, a fine manifestazione, tutta la lucidità di chi vive la musica come un’opera d’artigianato. “Portare il siciliano è stato portare la mia infanzia sul palco, rendere autentici dei significanti che non saprei tradurre in italiano. Per fortuna, il significato passa sempre attraverso i suoni”. Il cantautore rifiuta la frenesia dei numeri e guarda alla vittoria come a un’opportunità concreta per consolidare ulteriormente l proprio percorso indipendente: “Davanti a me, con questi 20 mila euro, vedo lavoro. Aver vinto Musicultura significa avere un faro puntato addosso. Ora bisogna muoversi con la giusta calma, rifiutare la fretta per cercare di andare nel verso giusto”.
Mentre i giochi si chiudevano e lo Sferisterio si spegneva lentamente nella notte di giugno sulle note storiche de La voglia, la pazzia, Musicultura 2026 ha salutato il suo pubblico. Congedandosi, ancora una volta, con la certezza che finché esisteranno storie così sincere da raccontare, la canzone d’autore italiana avrà sempre un futuro luminoso.










