David Bowie: dieci anni di assenza e presenza

da | Gen 10, 2026 | News

A dieci anni dalla sua scomparsa, come gli si può rendere omaggio senza cadere in patinati sentimentalismi?

Che cosa significa oggi David Bowie?
Quando ho scelto di scrivere questo articolo mi sono soffermata a riflettere su quanto il tema in realtà mi mettesse in soggezione.
Cosa si può ancora dire di un artista che negli anni è stato sviscerato in modo quasi meccanico?
David Bowie ha contribuito a scrivere la storia della musica, è giusto ed inevitabile che se ne sia parlato fino allo sfinimento.
Ma perché, dopo anni, se ne parla ancora?

Forse il punto non è cercare nuove cose da dire su Bowie, ma smettere di parlarne come di un’entità astratta. Bowie non è stato solo un genio, un’icona, un simbolo: è stato un musicista ossessivo, un artista che ha fatto del cambiamento una pratica concreta, quotidiana, spesso scomoda.

David Bowie: l’arte del dinamismo

Prima ancora di essere un talento visionario, Bowie era un alchimista instancabile, per cui il cambiamento più che un colpo di scena era una vera pratica quotidiana.
Dietro ogni trasformazione, dietro ogni personaggio, non c’era l’idea romantica dell’artista che segue l’istinto, bensì un’attenzione quasi maniacale al processo: studio, osservazione, assorbimento, rielaborazione. Bowie prendeva in prestito, mescolava, tradiva le fonti senza mai nasconderlo davvero. Letteratura, teatro, arti visive, moda, filosofia: ogni elemento si trasformava in materiale creativo invece che semplice ornamento. L’originalità non era un sigillo da mostrare, piuttosto la naturale conseguenza di un flusso continuo, audace e imprevedibile.

Il suo lavoro puntava alla necessità invece che alla coerenza. Cambiava perché restare fermo gli sarebbe sembrato disonesto, quasi impossibile.
E in questo rifiuto della stabilità c’era una posizione politica prima ancora che estetica: l’identità non come qualcosa da difendere, ma come spazio da attraversare.
Bowie non era interessato a costruire una carriera ordinata, preferiva esporsi all’errore, accettare l’incomprensione, anticipare il fallimento pur di non ripetersi. È anche per questo che alcune sue fasi sono state inizialmente rifiutate per poi essere rivalutate solo dopo, quando il tempo ha fatto il suo lavoro.

Eredità e sovversione

Persino guardato oggi, il suo modo di lavorare appare ancora controcorrente. In un’epoca che premia la riconoscibilità, la narrazione continua di sé e la fedeltà a un’immagine, Bowie rappresenta invece l’opacità, la mutazione, la sottrazione. Non spiegava, non giustificava, non chiedeva di essere seguito: si muoveva, lasciando agli altri il compito di tenere il passo. Ed è forse qui che risiede la sua eredità più preziosa e senza tempo: non in un suono, in un look o in un personaggio, ma nell’idea che l’arte possa essere un esercizio costante di movimento, un lavoro che non cerca consenso immediato ma trova senso nel tempo.

La sua eredità non è fatta di memorabilia o imitazioni, ma di come ha trasformato l’assenza in spazio creativo. Nei silenzi tra le note, nelle pause improvvise, nei cambi di tono, Bowie insegna che anche ciò che non c’è può avere peso, che la mancanza può diventare presenza. E questa tensione costante tra ciò che appare e ciò che sfugge è forse il suo gesto più radicale: l’arte che continua a respirare, a chiedere attenzione, a provocare, anche quando chi l’ha creata non è più davanti a noi.

E se forse non esiste davvero un modo giusto di parlare di lui, celebrare David Bowie come uomo, come strumento dell’arte e non come divinità, mi sembra l’unico atto d’amore possibile, l’unico modo per restituire un po’ della sua grandezza all’arte che ha lasciato.

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