Galeffi: “Belvedere è un invito a mettere il passato alle spalle. È rinascita”

da | Interviste

Galeffi, pseudonimo di Marco Cantagalli, classe ’91, è il dolce cantautore romano che con la sua voce graffia e culla allo stesso tempo. Abbiamo avuto il piacere di parlarci poco prima dell’uscita del suo nuovo album: Belvedere.

Ciao Marco! Intanto ti ringrazio per il tuo tempo. Oggi siamo qui in occasione dell’uscita di Belvedere, il tuo nuovo album e non sai quante domande vorrei farti. Però come prima cosa, oggi è il giorno del tuo compleanno, quindi tantissimi auguri!

Sì, grazie mille!

Vorrei cominciare questa chiacchierata da una domanda in particolare, forse la più banale: come stai?

Diciamo che sono molto emozionato.. ovviamente non per il mio compleanno ma per l’uscita del disco. Non so ancora capire se è la fine o è l’inizio di un ciclo, o forse entrambe le cose. Questo album nasce in un momento particolare, infatti sono molto curioso di sentire i miei colleghi come hanno vissuto il loro lockdown. A me all’inizio mi ha stordito, mi ha depresso, mi ha intristito, mi ha fatto arrabbiare e solo poi ho saputo sfruttare tutte queste emozioni per fare un disco secondo me prezioso. Ho vissuto davvero male il lockdown ma credo che non tutto il male venga per nuocere, no? Quindi in qualche maniera questo male si è trasformato, l’ho sintetizzato in delle canzoni. Anche solamente il fatto di averle scritte, di essermi sfogato con questo e non essermi troppo chiuso in un “lockdown emotivo” oltre che di vita, mi ha fatto stare meglio. Mi sono sentito bene, mi ha fatto sentire vivo.

Ti descriveresti come un artista di pancia che prende, scrive e butta giù un pezzo o un artista più razionale che ragiona e studia ogni dettaglio?

Entrambe, una cosa non esclude l’altra. Ci sono delle canzoni che sono nate in cinque minuti, tipo Due Girasoli l’ho scritta veramente in cinque minuti, forse quattro. Il testo è semplice e ripetitivo ma è una scelta. Era l’unica maniera per far arrivare una canzone così oggi: è una canzone degli anni ‘30, tutta emotività e interpretazione. In altre canzoni invece serve molto di più avere frasi più concettuali, quindi sì dipende. Alcune canzoni sono più immediate, altre hanno bisogno di più tempo. Sono 50 e 50.

E adesso parliamo di Belvedere. La primissima traccia è Un Sogno. Ecco, mi sento di dire che già dal primo ascolto è stata capace di aprire i cassetti della mia immaginazione. È un pezzo molto espressivo. Ti va di dirci come è nato e perché lo hai scelto come prima canzone dell’album?

Il motivo per cui è stato scelto come primo pezzo dell’album è perché io tendo a mettere le mie preferite in ogni album come prima e ultima. È un mio segno distintivo, forse lo sanno solo i miei amici, non sono sicuro di averlo mai detto! Io sono ossessivo compulsivo nei confronti della simmetria e quindi l’inizio e la fine devono avere un’importanza, devono raccogliere e sintetizzare quello che c’è in mezzo, che non è meno importante ma l’inizio e la fine sono sempre i momenti di cui poi ognuno si ricorda di più in tutte le cose. Un sogno è un valzer, canto in maniera molto antica, espressiva ed è un po’ la sorella gemella di Due Girasoli che era già uscita. Ecco, quando abbiamo fatto uscire i singoli abbiamo deciso di mettere delle canzoni che incuriosissero gli ascoltatori: Appassire è una canzone ipnotica, scura, sporca e triste. Due Girasoli è un valzer, francese, archi, pianoforte, la voce è sussurrata. Dura sei minuti, è l’anti-pop. Divano Nostalgia invece è un tango, moderno, abbastanza psichedelico, non ha una struttura molto pop anzi il ritornello è quasi parlato. Forse però mi sono perso nella risposta…

Ma no, va benissimo così. Hai anticipato qualcosa per le prossime domande ma va bene.. ora voglio chiederti di Leggermente. In questa canzone prometti un appuntamento al tramonto e poi scrivi “che poi l’amore è tutto qua“. È un modo per confermare che sei un timido romantico?

Minchia, ma mi vedi? Beh sì, diciamo di sì. Romantico sicuro, timido.. anche alla fine. Con gli anni un po’ di meno, diciamo che di carattere sono uno che si fa abbastanza i cazzi suoi, ho sempre amato gli angoli delle stanze e non il centro. Infatti non so perché faccio il cantante anche perché di carattere mi piace di più essere la spalla che la faccia.

Quindi lo sei, poi però parte il brano Tua Sorella. Qui c’è un Galeffi diverso, decisamente meno romantico ma comunque diretto. Cosa vuoi raccontare con questo pezzo?

No, infatti zero romantico qui. Questa è una canzone che ha creato delle discussioni in fase di tracklist. Perché ovviamente uno ne sceglie dodici ma ne scrive venticinque, ventotto… ogni disco porta dei cadaveri di altre canzoni, in senso buono ovviamente. Cadaveri che possono anche resuscitare, per esempio nessuno lo sa ma Monolocale l’ho scritta prima di Occhiaie. È questione d’istinto, certe canzoni le reputo incomplete ma non perché mancano di qualcosa ma piuttosto perché so che posso farle meglio. Quindi capisco che non è il momento giusto di chiuderle, metterci il punto e le riprendo dopo. Monolocale è un esempio lampante, l’ho scritta nel 2015 ed è uscita cinque anni dopo. Magari quelle che non sono uscite in Belvedere usciranno nel 2030, 2023 o chissà.. 


Tua Sorella ci tenevo a metterla perché tutti e tre i dischi li ho scritti da fidanzato ma durante le registrazioni, circa un anno e mezzo fa, mi sono lasciato dopo 6/7 anni di storia e quindi ho vissuto una fase, immediatamente dopo a questo “lutto” regalandomi un po’ di leggerezza. Che poi per me i dischi sono anche un po’ dei diari e servono anche in un domani a ricordare un momento storico. Tua sorella fa parte del mio recente passato, è una canzone ironica ma che mi ricorda anche di un momento triste fatto di orgasmo e solitudine. 

In Questa Casa e Divano Nostalgia sono due pezzi in cui si respira un’aria di solitudine. È così? Tu che rapporto hai con la solitudine?

Ho un rapporto monogamo! Mi piace molto stare da solo, poi ovviamente ho tanti amici però sono una persona che ama stare da solo, sono molto indipendente sin da bambino. Stando da solo scrivo canzoni, mi piace perdermi negli accordi, registrare cose che butto il giorno dopo. Sicuramente In questa casa è molto malinconica, è figlia del lockdown, della relazione precedente ed è autobiografica.

Prima mi parlavi di Due Girasoli. In questo pezzo metti a confronto quello che era, ieri, e quello che è, oggi. E tu, Marco, in cosa sei diverso oggi rispetto a quello che eri ieri?

Penso di essere sempre io. Diciamo che la pandemia mi ha un po’ calmato, sono diventato più saggio. Mi sento più con i piedi per terra, prima mi perdevo più facilmente sia nelle cose brutte che nelle cose belle. Adesso sono diventato più nichilista, probabilmente perché quando uno perde tutto può solo risalire. O comunque può capire le cose più importanti nella vita, le cose essenziali che contano davvero per andare avanti. Mi dispiace esserci arrivato a 30 anni, oggi ne faccio 31 ma comunque gli ultimi anni, per me dai 29 ai 31, vissuti in pandemia sono stati fondamentali per la crescita di ognuno di noi. Non sono sembrati solo due anni di fermo, si è rallentato tutto. Stando più tempo da solo, ti fai più domande, pensi di più a tutte le cose. Automaticamente, a livello mentale, si cresce. Poi dipende sempre da persona a persona, però ecco, io li ho vissuti come fossero cinque, sei anni. 

A proposito di questo, voglio fare con te un passo indietro e menzionare il tuo secondo album: Settebello. Quanto è stato importante per te questo album? Quanto era importante prima e quanto lo è adesso?

Molto importante, sempre. È un disco e io lo rappresento, quindi sarebbe come dire che non sono importante io. Le mie canzoni sono il prolungamento delle mie braccia, delle mie idee.. ovviamente lo associo ad un momento buio per me. Professionalmente e personalmente. Settebello però rimane un disco molto bello a cui tengo molto. È il primo disco in cui ho capito qualcosa. Scudetto l’ho fatto con l’ingenuità dei primi dischi, non sapendo nemmeno se ne avessi fatto un altro. Invece con Settebello sapevo di fare un disco, era il mio lavoro e volevo farlo bene. Belvedere già dal titolo è un invito a mettere il passato alle spalle, a vedere oltre e vedere il bello che c’è. È rinascita.

E Belvedere si chiude con il brano Malinconia Mon Amour. Ascoltandolo mi è venuto in mente Califano che ha scritto per sé e per Mia Martini in Minuettosempre ubriaco di malinconia“. Potrebbe parlare di te questa frase?

Sono strafatto di malinconia! Sì, ci sta.

Ma quali sono gli artisti di sempre che più ti hanno formato?

Te li dico random, come mi vengono in mente: Gino Paolo, Cremonini, Paolo Nutini, Amy Winehouse, Ray Charles, The Beatles, David Bowie, Miles Davis, Giovanni Truppi… 

Sono tanti ma sono anche tanto. Cantautorato italiano e non. Tra l’altro devo dirti che appena ho iniziato ad ascoltare il disco che quindi parte con il brano Un Sogno, ho avuto un pensiero: Gino Paoli. E’ stato strano ma bello.

Beh, è un bellissimo complimento, ti ringrazio!

Ora ricapitolando: hai presentato Belvedere live con tre appuntamenti: Bologna, Milano e qualche giorno fa all’Alcazar a Roma. Oltre questo: hai fatto un’esibizione su un tetto, hai preso un divano e sei andato in piazza, sei salito su un autobus e sei andato in giro per Roma. E adesso puoi dirci quando possiamo vederti su un palco? 

No (ridendo).

Vabbè, lo sapevo però c’ho provato!

No dai, tra poco annuncio quello che devo annunciare. 

Chiacchierare con Marco è stato un po’ come ricordare il buio del lockdown ma parlandone con la consapevolezza che è passato e che oggi, seppur con una punta di amarezza, è tornata la luce.

Vi consiglio vivamente di lasciare che Belvedere tolga un po’ di polvere dal vostro cuore e magari chissà… che possa aiutarvi a ricucire qualche cicatrice che dà il tormento! 

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