Elvis è una rifondazione: l’intervista ai Baustelle

da | Apr 12, 2023 | Interviste

È il pomeriggio di una primavera esordiente quando le giornate si allungano e le probabilità, che qualcosa di memorabile accada, aumentano. Scendo dal tram e stoppo il brano che andava in loop per tutto il mio tragitto: Monumentale dei Baustelle (non è di certo ‘na botta de vita prima di fare una roba importante, ma […]

È il pomeriggio di una primavera esordiente quando le giornate si allungano e le probabilità, che qualcosa di memorabile accada, aumentano. Scendo dal tram e stoppo il brano che andava in loop per tutto il mio tragitto: Monumentale dei Baustelle (non è di certo ‘na botta de vita prima di fare una roba importante, ma ascoltarlo, ormai da qualche anno è diventato un rituale di rilassamento: l’illusione di trovare Dio, Montale, ed un’opaca infinità).

Arrivata a destinazione non mi resta che suonare il campanello e varcare la soglia di una specie di tempio, un luogo sacro dove i brani dei Baustelle prendono vita: Francesco Bianconi apre le porte del suo studio di registrazione per parlare con Cromosomi Media di Elvis e del ritorno di un gruppo di cui il panorama della musica italiana ha un considerevole bisogno.

La stanza è illuminata da una scia di luce naturale, meno tiepida del solito. D’improvviso La vita, un loro vecchio brano, inizia a risuonarmi in testa:

È primavera tira un vento caldo di sensualità da Palmira ai Pirenei…

dialogo interiore con me stessa che viene, però, interrotto da un momento di straordinaria realtà: la prima traccia di Elvis dal titolo Andiamo ai rave plays soflty in the background. 

Seduta sul divano di uno spazio così intimo e privato ascolto in anteprima Elvis, nono album dei Baustelle in uscita il 14 aprile, anticipato dai singoli Contro il mondo e Milano è la metafora dell’amore.

Dieci le tracce del nuovo album tra i quali spicca Cuore: brano importante, arricchito dalla potente interpretazione di Rachele, che chiude il disco. Finito l’ascolto mi rendo conto che i Baustelle, dopo la parentesi classicista di Bianconi e quella elettronica della Bastreghi e dopo i due volumi di stampo pop baroccheggiante di L’amore e la violenza, sono tornati nuovi: avvolti dallo scintillio di un di glam rock italiano e contemporaneo.

Principalmente, però, mi rendo conto che i Baustelle sono tornati sbagliando, ancora una volta, praticamente nulla.

Dall’ascolto del disco pare che la rifondazione dei Baustelle di cui abbiamo parlato riguardi più l’aspetto sonoro. Rimane una coerenza tematica e contenutistica firmata Baustelle, quindi grazie. Il progetto presenta delle novità anche in termini di team. Che cosa è successo?

Francesco: Semplicemente quello che succede quando le storie durano tanti anni e per quanto poi funzionino c’è bisogno di rinnovamento, c’è bisogno di nuovi stimoli: nelle storie di qualsiasi tipo, dalle storie d’amore…

Rachele: I rapporti vanno alimentati, arricchiti. È  un lavoro!

Francesco: Soprattutto se fai un lavoro creativo, che è fatto di continua rimessa in discussione. È ovvio che qualcuno c’è rimasto male quando Dylan ha fatto il disco elettrico e gli dicevano: “Giuda”, i puristi del folk. Però mi viene da dire: “Ha avuto ragione lui, no?”. Se avesse continuato a fare i dischi come Freewheelin, chitarra e voce… (The Freewheelin’Bob Dylan, secondo album di Bob Dylan, 1963, ndr.) E se avesse continuato a cantare troppo esplicitamente di protesta…e invece ha svoltato e poi ha svoltato un’altra volta e poi ancora un’altra volta. Guarda Bowie, la stessa cosa. È così che funziona. Qualcuno ci rimane male, ma è il prezzo da pagare!  Perché non conta essere uguali a sé stessi o non serve a nessuno rifare la stessa cosa, neanche al fan a cui proponi la stessa cosa. Mi metto anche dalla parte del pubblico…

Rachele: È  meglio sorprenderli, se no ascoltano sempre lo stesso disco.

Francesco: Soprattutto se hai carriere che durano da tanti anni! Se ripetessimo la stessa formula di La Malavita o Amen  È bello questo mestiere: noi siamo fortunati perché fortunatamente permette di cambiare.

La giovinezza è una delle parole chiave della poetica baustelliana, fotografata da diverse angolazioni per analizzare svariate tematiche: dai nuovi amori, alle dipendenze, alle prime volte di tutto. C’è in questo disco un brano che, più di tutti, decanta o critica un aspetto della giovinezza?

Francesco: C’è la giovinezza…c’è la giovinezza vista da diverse angolazioni, dal punto di vista di un non giovane. Andiamo ai rave è una canzone per tutti, ma in particolare sui giovani. I protagonisti maschili e femminili della canzone sono i giovani: parla della cultura del divertimento che è associata all’essere giovani. Poi giovani in Italia, in questo Paese o forse in generale, si tende a volerlo essere, a protrarlo…

Rachele: A protrarlo per sempre…

Francesco: Con grandi, secondo me, conseguenze negative. Però sì, la giovinezza c’è da punti di vista diversi. C’è anche, in questo senso, Los Angeles che parla di una ragazza e parla di una cosa che è molto tipica della giovinezza: quella di voler fuggire.

Rachele: Sì, di voler essere altrove…

Francesco: Una volta si sognava di andare in America o nel dopoguerra dalla provincia in città.

Anche la guerra è una parola chiave?

Francesco: La guerra è una parola chiave, ahimè attuale…noi abbiamo cantato la guerra. La guerra sì è una metafora dell’esistenza, secondo me, dell’uomo e, poi, le guerre ci sono sempre state più lontane da noi. In questo momento è tristemente attuale, una guerra pericolosamente vicina che ci coinvolge più direttamente. Perciò ci è finita in questo disco, sì. 

«Perdutamente superstar» in Los Angeles, «Gesù cristo superstar» in Milano è la metafora dell’amore, «i profili superstar…» di Andiamo ai rave? Che ruolo ha questa parola?

Francesco: È una parola del glam rock! Come dire…suonava giusta per cui è volutamente ripetuto ed è indicativo anche di quello che vogliamo essere tutti, oggi più che mai. Essere una superstar prima era un mito o un po’ quasi irraggiungibile. Adesso lo siamo diventati, adesso siamo sicuri di esserlo, tutti, delle superstar. Nell’epoca aurea del rock, quello a cui questo disco un po’ guarda, il glam rock era il fare il rock, ma in una maniera eccessiva anche nel porsi o dal punto di vista dei costumi, i lustrini scintillanti…quello era:“Posso diventare una superstar, lo sono diventato!”.

Rachele: Anche l’esserci a tutti i costi, presenziare!

Adesso possiamo anche grazie ai social, se vogliamo…

Francesco: Sì, adesso è un traguardo raggiunto, tutti lo siamo. Siamo social superstar tutti quanti! Hai presente i filtri? È il glam portatile quello…il mettere le stelline, farsi i lineamenti, truccarsi con un’app: è il glam di massa. 

A proposito di Milano è la metafora dell’amore…io vengo dal mare e, per quanto sia un luogo selvaggio e potente, quando mi trovo lì mi sembra di non riuscire a raggiungere quell’eccitazione creativa che sperimento qui in città. Milano è un alimentatore di creatività? In termini di stimoli…

Francesco: Sì, lo è. Dal mio punto di vista lo è, più di altri posti. Allora Milano, senza fare generalizzazioni, è vero…è una città misteriosa, non appare tutto monumentalmente subito come altre città meravigliose con un patrimonio storico come Firenze, Venezia, Roma o che ne so…A Milano la bellezza ti costringe all’indagine, è misteriosa, non si concede subito. Per cui in questo senso sì, è più facile scrivere in questa città perché ti costringe ad essere un’indagatore dell’incubo e poi ti costringe a fare delle scoperte. E le fai, delle scoperte!

Infatti, il Calvino de Le città invisibili scrive: “D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”. Guardandovi oggi, che cosa avete chiesto a Milano quando l’avete scelta come città?

Rachele: Li vuoi quei kiwi? (risate, ndr.)

Francesco: Io le ho chiesto involontariamente tante volte: “Chi sei?, Che vuoi?, Cosa dovrei fare io per te?”. Perché alla fine è come un corteggiamento, è come una donna misteriosa…un qualcuno di misterioso che devi corteggiare, che non capisci subito; anche un po’ pericoloso: il fascino non evidente come il non truccarsi, non essere appariscenti. Questo, ecco! Per cui c’è una maggiore difficoltà nella decodifica. E quindi io a Milano più volte ho chiesto, anche criticamente: “Ma chi sei? Ma che ci faccio qui? Davvero mi piaci?” Continuando la metafora… “Davvero mi piace una donna così?”.  E ho capito di sì. 

Io le ho chiesto se fossi ancora viva…e mi ha risposto.

Rachele: E la risposta?

Beh, eccomi qua: son passati quattro anni. 

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