Tra contraddizioni e vizi: l’intervista a Willie Peyote

da | Interviste

È uscito venerdì 6 Maggio, all’ora in cui le carrozze si trasformano in zucche, il nuovo album di Willie Peyote, Pornostalgia. Il cantautore e rapper torinese torna sulla scena musicale italiana e lo fa rispettando gli ideali e i valori a cui ci ha abituato negli anni, senza ipocrisia né censure.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con lui proprio su questo: il risultato è stato un’intervista dedicata alla ricerca di un equilibrio tra le contraddizioni della musica, delle relazioni e della società.

Ciao Willie, benvenuto su Cromosomi. Partiamo così: qual è il rapporto con le interviste di un artista che si definisce “il portavoce di sé stesso”, come racconti in Robespierre?

Ho un bel rapporto con le interviste, mi sono sempre trovato a mio agio. Appunto, sono il portavoce di me stesso, quindi tutto sommato non è proprio facile da gestire (ride, ndr).

Potrei dire che va tutto bene ma non fa per me
Dire ciò che vuoi sentirti dire ma non fa per me
Non sono il portavoce di nessuno tranne me
Troppi re, tutti tranne me, come Robespierre

Il titolo dell’album Pornostalgia non ha una traccia dedicata, così come i tuoi precedenti album. Spesso la title track condiziona lo stile dell’intero disco, fornendo una linea guida. Cosa ne pensi? La tua è sempre stata una scelta mirata?

Come dicevi, l’ho sempre fatto: non c’è mai una title track nei miei dischi, c’è magari un riferimento a un tema specifico, posso citare una frase o un termine presenti all’interno dell’album. Nemmeno in Iodegradabile c’è una title track, ad esempio. Secondo me dal momento in cui il senso del titolo viene raccontato nell’arco delle tracce, non serve averne una che più di altre lo identifichi. In questo caso, ce ne sono molte che richiamano alla Pornostalgia.

Assolutamente sì, il filo conduttore è ben evidente. Un altro fil rouge del tuo ultimo album (ma anche della tua discografia) è certamente la critica rivolta all’industria musicale, presente in All you can hit, in Diventare Grandi, in UFO. Quanto è difficile mantenere un equilibrio tra il voler boicottare l’industria musicale e al contempo farne – per forza di cose – parte? Come vivi questa dualità?

In realtà, più che una critica diretta è un racconto del mio rapporto con l’industria musicale, con ciò che mi circonda e che cerco di analizzare: a volte puntando il dito verso ciò che non mi piace, a volte raccontando la difficoltà di cui parli tu, nello stare sia dentro che fuori dal meccanismo.

Ogni giorno qui fanno una hit nuova ed indipendente
L’industria aumenta l’offerta e soddisfa il cliente
Tipo il sushi dell’all you can eat che poi non sa di niente
Tanto qui conta se vende

Analizzare il mercato musicale, cercando al contempo di starci dentro come spiegavi tu, è un tema che comunque fa parte della mia vita. C’è una frase, Almeno tu nell’Universal, che è un gioco sulle parole di Mia Martini e che ben esemplifica il tutto. Nel momento in cui io non dovessi più avere spazio nell’industria musicale, ci penserà la Universal – che al momento è la mia etichetta discografica – eventualmente a premere il grilletto, (ride, ndr). Se non mi rinnovano il contratto e non me ne propongono altri, allora vorrà dire che non c’è posto. Fintanto che me lo rinnovano, vuol dire che posto ce n’è.

Insomma, non che servisse questa intervista per confermarlo, ma il disco è decisamente autobiografico: a tal proposito vorrei approfondire Sempre lo stesso film, una dedica a Libero De Rienzo e al contempo un racconto introspettivo. Immagino ti avranno già chiesto tanto in merito, ma c’è qualcosa che ancora non hai detto sulla traccia conclusiva dell’album?

È vero, Sempre lo stesso film è un racconto autobiografico di questo anno passato lavorando al disco, ma non solo. Parto dalle mie serate con i ragazzi che poi hanno fatto il disco con me, di ciò che abbia vissuto io, Stefano Genta, Cava (Carlo Cavalieri D’Oro, ndr) e Stefano Carena, che si occupa della realizzazione dei miei video.

Parto da lì in realtà per scrivere una lettera a una persona a cui non ho fatto in tempo a dire delle cose personalmente.

Una persona a cui racconto il mio rapporto con il mondo dello spettacolo, visto che ne faceva parte e che aveva il suo particolare modo di stare all’interno di questo contesto. Sia all’interno che all’esterno, in realtà, perchè Picchio era una persona che aveva una sua coerenza artistica e per questo era assolutamente un punto di riferimento a cui dire delle cose, anche perchè mi ha insegnato molto.

Ecco, a questo proposito mi fornisci un assist interessante per parlare dei featuring presenti nel disco, collaborazioni eterogenee tra loro: da Samuel a Jake La Furia, da Emanuela Fanelli a Aimone dei FASK, da Michela Giraud a Speranza, fino al producer bolognese Godblesscomputers. Chi credi ti abbia insegnato ed arricchito maggiormente tra di loro e cosa credi, invece, di aver trasmesso tu?

Io non ho insegnato niente, non è quello l’obiettivo, ma diciamo che tutti ci siamo trasmessi a vicenda tanto. Molte di queste persone – tra cui Samuel, Aimone, Emanuela – sono amici con cui mi sono confrontato sui temi del disco anche nella vita quotidiana.

Credo che la collaborazione che maggiormente da il senso a tutti i featuring dell’album, anche nel loro ruolo di capovolgimento del punto di vista, è sicuramente lo skit di Emanuela Fanelli.

Un po’ per il suo modo di scrivere che prende in giro tutti i ruoli che interpretiamo di volta in volta (il suo, il mio) e poi per il capovolgimento che avviene all’interno del suo monologo.

L’idea era proprio quella di avere in questo disco delle collaborazioni che talvolta creassero un contraddittorio all’interno del processo narrativo. Tra tutte lei è quella che esemplifica meglio quest’idea, ma in realtà sono tutte costruite secondo quella dinamica lì.

Nel suo skit Emanuela Fanelli prova a convincerti che la felicità non sia un furto, ma in realtà un risarcimento. Resti comunque della tua idea Willie? 

Ma poi alla fine questa canzone mi sa che più che d’amore parla del senso di colpa di essere felici
E allora concludo da rapper, con la frase d’effetto in rima:
E caro Willie, tie’te forte, tendo il capovolgimento; la felicità non è mai un furto, piuttosto è un bel risarcimento

Tra le due non ho un’idea precisa, a volte mi sento come descrivo nella canzone e altre volte ha perfettamente ragione lei nel sottolineare che bisogna porsi anche in maniera recettiva nei confronti delle cose belle che accadono. Vado a giorni. La cosa bella è che le sensazioni possono cambiare nell’arco del tempo, di conseguenza mi ha fatto piacere racchiudere tanti punti di vista diversi nel disco.

Nel disco e – nei dischi – direi. Questo cambiamento di punti di vista si avverte anche nel passaggio tra Iodegradabile e Pornostalgia, da La tua futura ex moglie a La colpa al vento.

Sì, c’è anche in questo un caso un rovesciamento, infatti i due pezzi sono complementari ed opposti. In realtà servivano – nel loro modo di parlare di una mia personale relazione – per raccontare meglio il disco.

Ne La tua futura ex moglie c’era già la fine dentro l’inizio perchè già dal titolo si capiva che iniziava qualcosa, ma che non ci si fidava della sua durata, com’è infatti il concept di Iodegradabile. Ne La colpa al vento, invece, la relazione è appena finita e si fa un bilancio di ciò che è stato perchè se ne sente la mancanza. Le due canzoni raccontano da due punti di vista differenti la stessa relazione e la sua evoluzione e cambiamento nel tempo.

Per riprendere questa dualità, in Hikikomori – termine che costituisce il ritiro sociale e la volontaria reclusione dal mondo esterno – canti di una bolla in cui chiudersi. Come vivi questa dinamica per cui da un lato vorresti isolarti e dall’altro, però, sei ben felice di partecipare ai PEYOTeMES, per circondarti dell’affetto dei tuoi fan?

Io non voglio assolutamente isolarmi, racconto che spesso tendiamo ad isolarci ma io personalmente non lo faccio. Il tentativo è sempre stato quello di non chiudermi in una bolla, di confrontarmi con chi non conoscevo e non mi conosceva. Anche andare a Sanremo ha seguito questa logica: parlare con persone che potevano tendenzialmente non pensarla come me. Il mio tentativo è sempre quello, il confronto e la condivisione in questi due anni mi sono mancati molto. Per questo per me “isolarmi” significa proporre qualcosa di diverso da ciò che è presente nel mercato musicale, non nella vita, quello non l’ho mai fatto e mai ho pensato di farlo, per fortuna.

E noi ti auguriamo di non isolarti mai per continuare a regalarci buona musica, Willie.


Il prossimo appuntamento con Willie Peyote sarà al Wired Next Fest, il più grande evento in Italia dedicato all’innovazione che si terrà a Palazzo Vecchio (Firenze) Sabato 28 Maggio. Che futuro ci aspetta? In quale modello di società e di democrazia desideriamo vivere? Il tema al centro del palinsesto di quest’anno sarà proprio “Il futuro della democrazia” e, tra gli speaker e ospiti di rilievo ci saranno anche Margherita Vicario, Irene Graziosi e molti altri. Tutte le informazioni sono disponibili sul sito ufficiale del Wired Next Fest

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