Quell’invidiabilissima abilità di Folcast di essere così umano: Tempisticamente

da | Interviste

Tempisticamente, terzo album di Folcast, ma il primo che si colloca in un periodo per lui ricco di successi. Nel 2021 Sanremo e il Concerto del Primo Maggio hanno udito la sua “Scopriti, un brano dolcissimo e sicuro di sé, così indipendente dallo scenario italiano in voga. Ora questo EP, che non si incastra claustrofobicamente nell’idea di concept album, raccoglie la già nota “Senti che musica” con Roy Paci, la nuova “Cosa ci faccio qui” con Davide Shorty, e nuove chicche tutte diverse tra loro.

ATTENZIONE: prima di proseguire con la lettura, si pregano i gentili lettori di focalizzarsi sull’ultimo concetto espresso (nuove chicche tutte diverse tra loro). Tanto per tenere a mente che di questi tempi riuscire a garantire la eterogeneità in album non è da tutti.

Folcast: nome d’arte di Daniele Folcarelli, o, giornalisticamente parlando, una delle scommesse italiane più promettenti dell’ultimo anno. Ma qui del giornalisticamente parlando non frega nulla a nessuno, dunque, senza girarci troppo intorno: Folcast è un ragazzo romano, caratterizzato da una più che invidiabile capacità di mostrarsi tremendamente umano. Sa fare musica perché prima di tutto sa davvero cos’è la musica. Sa scrivere, perché prima di tutto sa usare la scrittura non come un mezzo per scaricare le proprie frustrazioni, ma come invito a fare meglio e a pensare sempre meglio. Ma soprattutto, sa mostrare tutte queste sue capacità senza dire niente, senza mai ostentare, senza mai eccedere nel dare più di quanto lui stesso voglia dare. 

Queste le sue stesse parole usate per descrivere il disco: «Il seme l’ho piantato. Come in natura, anche un disco può cambiare e crescere col tempo. È importante prendersene cura, dargli lo spazio e l’attenzione che merita. Queste canzoni sono frutto della mia esperienza, delle mie intuizioni. Niente di matematico, né di studiato a tavolino. Mi sono fatto prendere dalla terra del mio mondo e con le mie radici sono cresciuto. Spero possiate dargli quello che pensiate meriti. Con l’augurio di trovare qualche altro seme vicino». 

Qui inizia l’intervista.

Voglio partire proprio da “Scopriti” per conoscere la tua idea di amore. A chi dedichi questo invito a scoprirsi?

Lo dedico a me, in primis. In generale uso dedicarmi le canzoni, perché quest’ultime per me sono degli appelli. 

Dunque, in quest’album hai parlato di qualcuno o per qualcuno?

Di base gli appelli sono a me stesso, però, sì devo ammettere che ci sono delle persone che mi hanno ispirato. “Lifting”, ad esempio, è chiaramente un brano per l’amore puro che puoi provare anche per te stesso. Quella frase per cui la felicità è vera solo se condivisa, per me vale anche per l’amore. Detto ciò, se non ho amore per me stesso, non posso provarne per nessun altro. 

La domanda era molto specifica: quell’amore puro si riferisce a una persona in particolare?

Sì, assolutamente sì. I pezzi dove c’è un po’ più di cuore sono veramente intimi, e come vedi ne parlo, ma poi cerco di bypassare.

C’è qualcosa di più intimo che hai ancora da raccontare nei prossimi lavori?

Porca zozza, sì! Penso che per dire tutto ciò che provo, devo anche aver imparato sempre meglio la tecnica.

Quando parlo di intimità non parlo di amore, parlo di te stesso. Anche dei tuoi mostri e del tuo lato più cupo. Voglio che tu mi prometta che dirai di più di te.

Sì, l’urgenza ce l’ho. Devo capire fino a quanto voglio mostrarmi veramente a nudo, perché poi effettivamente alcune cose del privato non voglio condividerle. Ho un livello di intimità talmente mio che è difficile da esprimere, e forse non so quanto io sia disposto a farlo. È pur vero che ho 30 anni, e sicuramente quello che ora è super intimo, riuscirò ad esprimerlo più avanti.

Non è usuale, molti artisti hanno questa urgenza di raccontarsi nell’intimo. La tua urgenza qual è?

Detto terra terra, la mia urgenza è quella de sonà (ndr: la scelta di lasciare il romano è fortemente voluta). E poi quella di stare in pace con me stesso, così sto in pace anche con il mondo.

Quindi è una distrazione?

No, è una valvola di sfogo. È una cosa centrale, c’è sempre stata nel bene e nel male. Se sto male, suono. Se sto bene, suono. “Scopriti”, ad esempio, l’ho scritta quando stavo male con la musica. La pace che cerco attraverso la musica (e non) si riferisce al cercare di stare sempre meglio.

Che cosa ti ha fatto star male della musica?

Non riuscivo a fare quello che volevo. Poi ho realizzato che tutto quello che ho fatto mi ha portato ad essere qui. Ora arrivano i riconoscimenti e questo mi fa sentire meglio. Prima mi sentivo anche un po’ solo, poco compreso. Poi è una cosa che va via e altre ritorna.

In “Tempisticamente” sembri essere molto sicuro di non aver paura di perdere tempo. Parlami della tua visione del concetto di tempo.

La premessa è che io sono un tipo molto ansioso, per cui sento sempre che sto facendo poco, anche se adesso devo ammettere che va molto meglio. In “Tempisticamente”, il ritornello sottolinea che io letteralmente non do tempo al tempo. Le strofe, invece, dicono che io mi godo pure i vuoti che in realtà sono tempo stesso. Non esistono momenti morti nella vita, semplicemente ciò che vogliamo fare, anche quando non vogliamo fare niente. Credo, poi, nel tempismo.

E credi nel destino per quanto riguarda il tempismo?

No, parlo di scelte. Non credo che sia tutto già scritto. Anche se penso di essere un puntino nell’universo, poi mi rendo conto che, invece, le scelte che faccio vanno a incidere sul mio futuro e su quello degli altri. 

Hai detto di essere ansioso. Gli ansiosi di per sé sono focalizzati sul futuro. Anche tu hai un rapporto con il futuro un po’ bellico?

Sì. In questo caso è stato importante mio fratello, che mi ha indotto a guardare all’ora, all’adesso. Tutto ciò si rifà al concetto del “il tempo è ora”. 

Una volta lessi una frase secondo cui il tempo non conosce il concetto di speranza. A volte è necessario anche smettere di sperare, semplicemente guardare all’adesso e fermarsi un attimo.

Sì, vero. Questo si lega a quel perfezionismo cronico cui siamo tendenti a pensare, e a cui la società ci induce a pensare. 

Comunque, nonostante l’aspetto dell’ansia, devo dirti che la tua musica non mette ansia mai.

Ti ringrazio perché me lo dici. Effettivamente quando sono stato in studio a registrare l’album, non ci sono mai andato con l’ansia. Nelle canzoni ho sempre visto un invito a star meglio; quindi, buttarci tutta la “merda” che sento dentro non mi piace. Ma poi, di base sono molto fortunato, sono cresciuto con una bella famiglia, non posso lamentarmi. Posso star male e scrivo, ma neanche posso inventarmi nulla di più. 

Vorrei capire a cosa ti riferisci nel brano “Emisfero”. C’entra la tua visione della terra?

Sì, penso di essere nato veramente nell’emisfero giusto. Intendo dire di esser nato in un paese libero, e io stesso sono cresciuto in modo libero. Questo mi rende molto fortunato. “Emisfero” parla di questo, di ricordarci di che cavolo di fortuna abbiamo avuto a nascere in un paese così libero. Non parlo mai di politica nella mia musica, ma diciamo che questa è quasi una canzone politica: parla della cura e del rispetto del mondo, ritornando sempre al discorso per cui siamo un puntino, ma in realtà tutto ciò che facciamo lascia un segno.

Ti chiedo due cose. La prima è di descrivermi prima l’album come lo faresti alla stampa, e poi come lo faresti al tuo migliore amico o a tua madre, scegli te. 

Beh, è difficile. Alla stampa direi che io davvero mi sento di aver piantato un seme (vd. sopra). A mia madre direi: “Ma’, è un album in cui ci sei tu, in cui c’è tutto quello che mi hai dato”. Spero che lei ci legga tutto ciò che c’è di vero, tutta la verità che c’è. Mi piacerebbe cantare delle canzoni con lei, e spero le piaccia il mio progetto. Niente di eccezionale, diciamo che non vado dalla mia famiglia a parlare di ciò che ho fatto perché già sanno tutto. Sono talmente presenti che, se ne vogliono parlare con me, cambio discorso.

Ci tengo a ringraziare nuovamente Daniele per avermi mostrato la sua parte più umana, schietta e pratica. Folcast non si perde in chiacchiere, non è fatalista e crede nel potere delle azioni. Questo si riflette fortemente nella sua musica che, a differenza di quella della maggior parte degli artisti italiani, si conclude sempre con un invito a far qualcosa: con un invito a essere umani. 

Articoli Correlati