Pubblicato lo scorso 9 ottobre per Carosello Records/Triggger, Finché siam giovani è il disco con cui ORLANDO (cantautore veneto già inserito da VEVO Italia tra le proposte emergenti di Newcomers 2026) affronta le incertezze dell’età adulta partendo dalle proprie radici. Il progetto ha preso forma dal ritrovamento di vecchi filmati di famiglia e da un canto popolare tramandato da generazioni, trasformando la memoria personale in un racconto intimo e condiviso. Prodotto insieme alla sua banda di amici e collaboratori (Etta, Macs e Sic), l’album si muove tra cantautorato pop, vita di provincia e quotidianità milanese, alternando l’accettazione delle fragilità personali a una sincera leggerezza. Dalla nostalgia del paese natio fino alla dedica d’amore verso se stessi racchiusa nel brano di chiusura, ORLANDO ci ha raccontato la genesi e la visione di questo lavoro.
Finché siam giovani trova una conferma importante nel ritrovamento di alcuni filmati di famiglia e di un canto tramandato da generazioni. Quanto è stato importante riscoprire le tue radici per dare forma a un disco che guarda anche al futuro?
«Fin da piccolo, ho sempre cercato di darmi una definizione, in qualche modo. Crescere senza conoscere davvero una parte di te genera molta rabbia e confusione. Per questo, gran parte della mia vita è stata caratterizzata da un senso di vuoto di cui non riuscivo a comprendere l’origine. Non ero capace di dare un nome alle mie emozioni. Grazie alla terapia, alle persone che amo, a questi filmati e, soprattutto, al coraggio che ho trovato per scavare dentro me stesso, per la prima volta mi sono sentito in pace con me, con la mia vita e con il mio passato. Direi, quindi, che questo percorso è stato estremamente importante per me. In un futuro che, in qualche modo, ci costringe a diventare qualcun altro, forse perché sembra sempre più difficile imparare ad amarci per quello che siamo, questo disco rappresenta per me un tentativo di essere semplicemente io, senza troppe pretese, che vuole raccontare la propria storia.»
In Solo per salvarmi racconti il legame con il tuo paese e la difficoltà di lasciarlo. Cosa significa oggi, per te, sentirsi a casa?
«Un po’ di tempo fa, riflettevo sul perché fossi così legato al mio paese. Dalla provincia si scappa spesso, e quella veneta, ecco, non è sempre così ospitale. La risposta che mi sono dato è che il mio paese non è cambiato molto negli ultimi trent’anni: la chiesa è sempre uguale, così come le vie, gli alberi e le strade. Questo mi dà la possibilità di vedere le cose come le vedevano le persone che oggi non sono più con me. Ed è un modo per sentirmi più vicino a loro. Sentirsi a casa, credo, sia proprio questo: non è un luogo, secondo me, ma un istante, un attimo in cui puoi essere, irresponsabilmente tu.»
3) Tra le immagini più significative di Quelli del sabato c’è quell’amicizia capace di trovare qualcosa da festeggiare anche senza grandi certezze sul futuro. In un’età in cui sembra necessario raggiungere continuamente nuovi traguardi, quanto conta imparare a dare valore a ciò che abbiamo già?
«Tantissimo, ma io sono il primo a non dare valore, tante volte, a ciò che ho e a quello che mi sono guadagnato. Ho una bella sindrome dell’impostore con cui combatto ogni giorno. Quelli del sabato è una canzone nata dopo una serata in cui mi trovavo a Milano per un release party. La mattina seguente sono entrato in un bar dalle mie parti e la differenza tra questi due mondi mi ha fatto riflettere tantissimo. Questa riflessione ha alimentato la mentalità che voglio portare con me da qui in avanti: il mondo ci racconta sempre le storie dei vincitori, di quelli sul gradino più alto del podio, seguendo la classica parabola dell’eroe. Mentre io non sono mai stato tra i vincitori, e volevo raccontare proprio quelli che, senza aver mai vinto, scelgono comunque di festeggiare e viversela bene.»

Nel disco convivono spesso leggerezza e malinconia. Quanto è importante per te riuscire a raccontare anche le contraddizioni dei vent’anni?
«Non è così importante per me raccontare le contraddizioni dei vent’anni, quanto una verità. Che sia quella di chi ha vent’anni oppure no. Anzi, a dire il vero, non saprei nemmeno quali siano le contraddizioni di un ventenne perché probabilmente ci sono ancora in mezzo. Magari, quando arriverò ai trenta e mi guarderò indietro, capirò davvero come ho vissuto questi anni. Io racconto quello che vivo, senza troppa dietrologia. Sono sicuramente una persona malinconica, perché tante volte ho avuto bisogno di idealizzare il passato, ma sono anche una persona leggera, perché scelgo di esserlo. Mi aiuta molto. E questo non significa non essere profondi. Anzi, secondo me, essere leggeri è una delle cose più potenti che esistano, perché significa provare ad accettare la propria fragilità e cercare di capire che va bene così.»
Gran finale chiude il disco con una riflessione sulla scelta di non abbandonarsi, nemmeno quando tutto sembra una sconfitta. Quanto è importante, per te, imparare ad accettare le proprie fragilità senza considerarle necessariamente qualcosa da superare?
«Imparare ad accettare le proprie fragilità credo sia una delle cose più complesse per un essere umano. Io sto provando ad accettare le mie, ma con la mia autostima perdo ancora tante battaglie, spesso in maniera schiacciante. Però, la cosa più importante per me è continuare a provarci: perdonarmi, volermi bene e non smettere mai di essere me stesso. Non diventare troppo passivo nei confronti della vita, cercare sempre un brivido, qualcosa che mi ricordi che sono vivo. Le fragilità non vanno superate. Con le cose fragili si fa più attenzione, ci si mette un cartello sopra. È quello che sto provando a fare anch’io con me stesso. Gran finale è una canzone d’amore dedicata a me. E spero possa smuovere qualcosa dentro, anche quando tutto sembra una sconfitta, mai molar!»










