Davide Dileo, il giardiniere del silenzio. Coltivare le melodie in Pianorama

da | Nov 2, 2026 | #Cromosomiintour

Con Pianorama, Boosta sdoppia il pianoforte tra materia acustica ed elettronica, trasformando il silenzio in uno spazio di sperimentazione sonora. Il racconto del concerto a Roma

Entrare in un giardino spontaneo significa poggiare i piedi uno dopo l’altro sul ciottolato, osservando l’erba che si fa strada tra le spaccature delle pietre. La vegetazione cresce senza un disegno apparente, eppure convive con l’ordine degli alberi. Il principio è semplice: più varietà significa più vita.

Addentrarsi il 1 novembre nello spazio scenico di Davide Dileo (Boosta) presso l’Auditorium Ennio Morricone di Roma è stato paragonabile al vagare in mezzo a questo wild garden, per vedere come la natura fluisce sotto i nostri occhi.

Il setup

In varie interviste e mentre accoglieva il pubblico, Boosta chiarisce l’obiettivo del nuovo album, Pianorama, di voler combinare il suono organico del pianoforte con texture elettroniche, campionamenti e manipolazioni in tempo reale. 

Una volta nella sala non si può non rivolgere lo sguardo al maestoso pianoforte a coda, accanto a cui troneggiano numerosi apparecchi. Controller e moduli elettronici, sequencer, un PC, tre pedali; filtri analogici e vecchi campionatori, ma proprio desueti. Compaiono un moderno Theremin (il cui funzionamento stupisce ancora) e una tastiera MIDI. Un setup decisamente complesso, ma complementare al suono acustico del piano.

L’albero di Boosta

Dileo introduce il concerto con una premessa che ne articola lo sviluppo in tre momenti, paragonandolo alla crescita di un albero.

Le radici rappresentano le sue influenze musicali: le composizioni di Mompou, Bartók e Chačaturjan, ascoltate e studiate anche durante il suo ritorno al conservatorio. Da questo patrimonio musicale prende forma il racconto dei paesaggi di campagna, segnati da una solitudine in questa parte del concerto.

Il tronco è invece costituito da composizioni pianistiche contemporanee, attraverso cui Dileo restituisce la propria identità musicale attuale. Una sezione in cui il silenzio diventa parte dell’esecuzione, tra filtri, riverberi e manipolazioni sonore.

La terza e ultima sezione è quella più attesa: rappresentata dai rami e dai germogli, comprende cinque nuovi brani tratti da Pianorama e le rispettive elaborazioni elettroniche, in cui il paesaggio sonoro viene progressivamente trasformato.

Il silenzio come colonna sonora

Assistere all’esecuzione della prima sezione significa essere accompagnati nella solitudine dell’artista. Il silenzio qui è assenza: la solitudine è quella dei paesaggi di campagna, sconfinati, a tratti senza presenza umana per chilometri. Le composizioni finiscono sempre con un accordo maggiore, che suggerisce dell’altro: la speranza.

Ma è nella seconda parte che Dileo fa il punto della situazione con se stesso. Con il passare dei minuti si è sempre più disorientati. Si assiste alla trasformazione del pianoforte in uno strumento dalle possibilità inedite: l’artista ne esplora le corde anche direttamente, pizzicandole, senza rinunciare al virtuosismo della formazione classica. Il silenzio assume una funzione compositiva: lascia emergere i suoni ambientali, quelli che normalmente resterebbero ai margini dell’ascolto e che qui entrano a far parte dell’esperienza musicale. Boosta si rifà alla non-interference di John Cage per l’atteggiamento che lascia alla musica, ai suoni e all’artista la libertà di esistere, senza imporre loro una struttura, un significato o un’utilità prestabiliti. Esattamente come un giardiniere. Di Cage riprende anche il modo di preparare il piano. Utilizza fogli di carta, pezzi di metallo, nastro isolante.

La percezione di essere in uno spazio onirico, quasi senza tempo, è resa possibile grazie al mutamento nel fondale delle proiezioni, che passano da essere volute di fumo inafferrabili a poligoni spigolosi, con colori primari e movimenti discendenti.  

Ultima parte, Pianorama. In proposito Dileo spiega:

Volevo che il pianoforte smettesse di essere un punto e diventasse un orizzonte: da una parte la mano sullo strumento, dall’altra la stessa materia che si allontana e diventa paesaggio. ‘Pianorama’ è il mio studio registrato per com’è. Un lato suona la stanza, l’altro la fa sparire.

Alcuni brani rimandano all’inevitabile contaminazione Subsonica, di cui Dileo è tastierista. Nel silenzio si distingue un layering di piccoli rumori, che sembrano ricordare un ufficio: un telefono che squilla, una macchina da scrivere o un nervoso clic del tappo della penna.

A portare avanti la composizione è l’aspetto timbrico, più che quello melodico. L’oscillatore diventa uno degli strumenti centrali di questa ricerca: genera segnali che Dileo manipola, trasformando il suono del pianoforte e aprendolo a nuove possibilità, accogliendo eventuali imperfezioni.

Guardando al puro lato strumentale del nuovo disco, il Lato A è pensato per essere suonato dal vivo, sulla base di un ‘canovaccio’ di melodie che pianta e lascia crescere nel silenzio. Nel Lato B si osserva cosa succede al suono in questo silenzio. La presenza quasi totalizzante dell’elettronica e la bassa frequenza di campionamento rendono il suono sporco, granuloso: un materiale che ricorda le sperimentazioni di Alvin Lucier e Brian Eno, per come esplorano il suono e la sua ripetizione nella dimensione ambientale, pur senza la loro attenzione per le frequenze.

Cosa resta?

L’artista risponde alla domanda in un’intervista per Rolling Stone se esista o meno una regola per fare musica:

No e non bisogna neanche cercarla: è veramente tempo perso […]. Che io faccia una canzone e te la dedichi, e tu l’ascolti, che l’abbia fatta complessissima, con una fatica strumentale incredibile, […] oppure che mi sia nata in un minuto e mezzo, l’abbia registrata al telefono e te l’abbia spedita: se a te lascia qualcosa, se serve alla tua vita, allora ha fatto quello che doveva fare. Ma potrebbe anche non servirti. Nella musica non c’è relazione tra come fai le cose e come vengono percepite. 

La musica non deve ridursi a un accompagnamento sonoro, a qualcosa da lasciare in sottofondo mentre si pulisce casa o si guida. Esistono dischi che si ascoltano una volta sola e che, eppure, non esauriscono il proprio significato: lasciano una traccia, innescano una riflessione, modificano anche solo temporaneamente il nostro modo di percepire le cose.

Dovremmo forse recuperare la capacità di riconoscere che un’opera non debba a tutti i costi adattarsi a ogni momento e a ogni circostanza. Può richiedere un ascolto dedicato, una particolare disposizione d’animo, persino una certa disponibilità a lasciarsi disorientare.

Il mercato discografico sembra invece muoversi nella direzione opposta: produrre musica capace di inserirsi in qualsiasi contesto, di accompagnare ogni momento della giornata e, allo stesso tempo, di essere consumata e sostituita con rapidità.

Con il suono, Dileo restituisce la memoria e, al contempo, la speranza di ciò che il suono può ancora diventare, possibilmente senza manuali o enciclopedie già scritti su come si fa musica. Si gode un minuto di applauso infinito, prima di tornare in scena per i saluti.

Anche il pubblico, fin dall’inizio, ha scelto di lasciarsi sorprendere, accettando qualunque cosa arrivasse da fuori e lasciandola entrare nella performance, errori compresi. Meglio ancora se ripetuti: hanno aperto scenari affascinanti.

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