Elegia sabauda: il documentario che racconta Willie Peyote oltre il palco

da | Lug 6, 2026 | News

Elegia sabauda, il documentario di Enrico Bisi su Willie Peyote, arriva a Napoli per il MUBI Fest. Un racconto sincero che attraversa dieci anni di carriera dell'artista. Un racconto che descrive la sua Torino, insieme alla sua musica, alle amicizie, tra fragilità e rinascite, mostrando la persona più che il personaggio.

Dopo il debutto al festival di Roma e negli ultimi mesi in alcune sale selezionate, Elegia sabauda, il documentario diretto da Enrico Bisi dedicato ai primi dieci anni di carriera di Willie Peyote, è arrivato finalmente anche a Napoli, dove il 4 luglio è stato proiettato al Cinema Filangieri nell’ambito del MUBI Fest.

Una sala non gremita, complice probabilmente un sabato napoletano di piena estate tra sole e mare, ma popolata da chi davvero voleva conoscere cosa c’è dietro la pellicola. E così i fortunati radunati in sala, hanno potuto non solo apprezzare l’estetica del docu-film ed il suo racconto, ma anche conoscerne dettagli e retroscena grazie al breve talk non previsto con il protagonista Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, e con il regista Enrico Bisi, presenti in sala che ci ha permesso di scoprirne di più.

Un momento di confronto andato oltre la semplice proiezione ma così diventata un’occasione preziosa per approfondire alcuni dei temi emersi durante il documentario.

Dieci anni di musica, ma soprattutto di vita

In circa novanta minuti Elegia sabauda attraversa dieci anni della carriera di Willie Peyote, dagli esordi fino ai due palchi del Festival di Sanremo.

Racconta la genesi dei brani, la stesura degli album, racconta di storie di vita sopra e sotto al palco, di identità e di “torinità“, dove si intrecciano passato e presente, con un unico filo conduttore che ha unisce tutto: la carbonara dello chef Genta.

Scherzi a parte, la battuta però aiuta perfettamente a capire la spontaneità con cui il film sceglie di mostrarsi e su quanto il tessuto narrativo sia davvero spontaneo e racconti la persona di Guglielmo più che il personaggio, Willie.

Si parla di musica, certo, ma soprattutto di identità, amicizia, famiglia e appartenenza.

Torino come background silenzioso

La prima immagine del documentaria è quella della Mole Antonelliana. Da quel momento è chiaro che Torino non rappresenta semplicemente uno sfondo, ma uno dei protagonisti del racconto.

C’è un’idea che attraversa tutto il documentario: Torino, ma soprattutto l’essere torinesi, il Toro, sono elementi che appartengono a Guglielmo, appartengono a Enrico Bisi e diventano il linguaggio con cui viene raccontata una città che è protagonista nascosta, mai spettacolarizzata, ma osservata con discrezione e affetto.

Più che raccontare Torino, il film sembra farcela respirare e vivere con loro.

La famiglia, quella vera e quella musicale

Con grande delicatezza trovano spazio nel racconto tra le strade di Torino e i palchi calcati, anche i genitori di Guglielmo con ricordi ed aneddoti del passato, accanto a quella che ormai è la sua seconda famiglia: la band.

Ci sono i suoi “producer”, oltre che amici, dallo storico Kava, a Frank Sativa arrivando poi all’instancabile Stefano Genta, che lo supportano e sopportano nelle scelte non solo musicali.

Ovviamente nella storia di Willie non potevano mancare i suoi musicisti che costruiscono insieme a lui ogni disco, nonché suoi storici bodyguard che da anni gli coprono le spalle non solo sul palco.

Chi segue Willie Peyote da tempo sa bene quanto la presenza non solo scenica dei musicista sia necessaria e fondamentale. La sua è una musica rap, sì, ma rigorosamente suonata. Una musica che, come ama ripetere lui stesso durante i concerti, “muove culi e cervelli“.

Ecco, vedere il valore che ha la presenza della “famiglia“, quella genetica e non, nel condividere sale prove, studi di registrazione, viaggi e pezzi di vita restituisce il senso più autentico del progetto: legami che danno forza e coerenza all’intero percorso di vita vera oltre che di quello musicale. Persone che insieme hanno attraversato insieme momenti importanti, belli e meno belli (e col mare in burrasca resisto se mi aggrappo a te. cit.).

Chi sei davvero

La forza di Elegia sabauda, però, sta soprattutto non in ciò che sceglie di raccontare ma nel modo in cui lo fa.

Mi è tornata continuamente in mente una frase tratta da un brano dello stesso Willie Peyote che nel documentario non viene mai citato: “Chi sei davvero quando nessuno ti vede?”

È questa la sensazione che emerge dal film. Nessuna scena è costruita, non c’è un occhio vigile su un attore, ma uno sguardo discreto, come se nessuno stia davvero guardando.

Sicuramente Elegia sabauda non vuole esser un documentario costruito per celebrare una carriera, ma quella di uno sguardo che osserva senza invadere, restituendo la naturalezza di chi, apparentemente, non si accorge nemmeno della macchina da presa.

Ci sono i racconti, le fragilità, le reazioni e le relazioni, ma soprattutto ci sono i sentimenti.

Non è un caso che nel momento di confronto finale, Willie racconta come abbia sempre lasciato carta bianca al regista e come questo percorso gli abbia poi permesso di guardarsi da un altro punto di vista e di scavare più a fondo dentro sé stesso, facendo emergere aspetti emotivi e relazionali che forse nemmeno lui aveva davvero messo a fuoco.

Ed è proprio da qui che hanno trovato spazio le emozioni che hanno poi dato vita a brani come “Burrasca” e alla stesura dell’ultimo album “Anatomia di uno schianto prolungato”.

Vivere, cadere, fermarsi e saper ricominciare

Il film parla di musica e di vita, con tutto ciò che ne deriva. Non solo palco, adrenalina, album e canzoni ma anche e soprattutto difficoltà, numeri, scelte.

Tra le frasi che colpiscono di più ce n’è una pronunciata quasi all’inizio del documentario:

Ero morto a livello di rilevanza nel mercato discografico

Una frase pesante, detta con la lucidità di chi ha vissuto un momento complicato ma ora sa guardare a quel momento con lucidità e il giusto distacco per analizzarlo.

Eppure se dal film emergono chiari anche i momenti complicati di un’artista, altrettanto forte è la capacità di rialzarsi. Di ricominciare da ciò che Willie ha sempre saputo fare meglio: la musica.

Tra i vari momenti difficili affrontati, non può purtroppo mancare quello che è stato per tutti una parentesi drammatica: il Covid.

Un blackout mondiale, quello che ha costretto tutti a uno stop improvviso ma per Guglielmo ha significato qualcosa in più interrompendo un tour, quello di “Io degradabile” già sold out in quasi tutta la penisola.

Inoltre cosa c’è di peggio per un autore che scrive osservando costantemente il mondo per trasformarlo in canzoni, se non ritrovarsi con il mondo fermo. Nessuno stimolo, nulla.

Pornostalgia” è l’album che nasce dentro quel vuoto, dentro quel senso di sospensione che il documentario riesce a restituire con grande sincerità.

Niente celebrazioni, solo verità

Elegia sabauda non elogia un personaggio, anzi riesce a soffermarsi su cosa c’è dentro e dietro di lui, dagli amori passati, alla depressione, dalle relazioni musicali, non sempre e solo idilliache alle scelte, siano esse giuste o sbagliate.

Enrico crea questo racconto senza retorica né sovrastrutture, ma con estrema naturalezza e delicatezza. Ed è probabilmente questo il suo pregio più grande.

Non è un docu-film celebrativo. Non costruisce il mito dell’artista, ma racconta una storia vera e pertanto fatta, spesso, inevitabilmente anche di sconfitte, dubbi e momenti difficili.

Durante l’incontro al Filangieri, Willie lo sintetizza perfettamente con la sua solita ironia:

Non poteva essere diversamente, anche perché non c’è nulla da celebrare, non ho mai vinto un cazzo… e soprattutto non c’è ancora chi dice: ‘Era un bravo ragazzo, sapeva scrivere bene…’. Per fortuna non sono morto. Magari lo farete postumo

Ride e con lui tutti noi in sala.

Identità, condivisione e introspezione

Se dovessi descrivere Elegia sabauda con due sole parole chiave sceglierei identità e condivisione.

Dove si condivide un palco, uno studio, un pezzo di vita, una passione (per la musica e per il Toro) ma anche dove si condivide un modo di essere torinesi e di vivere una città che fa da sfondo a tutto questo.

Ah scusate, tra le parole chiave non può però mancare la parola alcool. Questa volta rido io: praticamente in ogni scena qualcuno sta bevendo qualcosa.

L’unica eccezione? Le scene che descrivono Willie ed il suo incontro con una classe di bambini.

Una presenza non banale, tutt’altro. E come se quei bambini, che ogni tanto intervallano la narrazione “musicale”, riportano lo spettatore ed osservare la realtà con occhi diversi grazie alle domande che pongono a Willie. Anche qui domande non costruite e soprattutto non banali, legate e argomenti profondi, sul significato del dolore, della vita, della morte.

Pensieri ed introspezione scorrono tra le parole del protagonista.

Ed è proprio lì, nelle risposte attente e discrete che emerge ancora una volta la naturalezza di Guglielmo. La stessa che conquista nei backstage di Sanremo, la stessa con cui racconta senza paura anche i propri errori.

Il diavolo sta nei dettagli. Cit.

Elegia sabauda non è solo un film bello, sincero, emozionante. È piuttosto un racconto molto interessante nella narrazione e nella sua costruzione.

Un racconto fatto di continui tagli temporali, non sequenziali, ma che servono a spostare lo sguardo di volta in volta su diversi dettagli. Non a caso anche la telecamera ha sempre uno “sguardo basso” tra i protagonisti, e spesso nei silenzi mette a fuoco dettagli che non sembrerebbero importanti ma che invece lo diventano.

Quello che resta dopo la visione è la sensazione di aver conosciuto una storia vera, non propriamente fatta di lustrini e fuochi d’artificio. Di aver conosciuto molto di più Guglielmo Bruno che Willie Peyote. Ed è probabilmente questo il risultato più bello raggiunto da Enrico Bisi.

Ora posso dirlo, finalmente ho visto anch’io Elegia sabauda ma presto potete farlo anche voi, spoiler dal talk napoletano è che il documentario arriverà infatti dal 28 agosto on demand su MUBI. Buona visione.

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