È uscito oggi 15 maggio per Universal il nuovo album di Willie Peyote, Anatomia di uno schianto prolungato.
Finalmente a poco più di un anno dal precedente lavoro, “Sulla riva del fiume”, ritroviamo l’orchestra sabauda all’opera: Willie e i suoi non deludono in studio come sul palco, è la squadra che fa la differenza e quella del Peyote ha tutte le carte in regola.
Anche in questo disco tra gli strumenti, e talvolta anche in produzione troviamo: Luca Romeo al basso, Daniel Bestonzo alle tastiere, Enrico Allavena ai fiati, Damir Nefat alle chitarre e Dario Panza alla batteria.
Si aggiungono poi, all’abile penna e ai musicisti da paura, le sapienti mani dei producer Fudasca e Stefano Genta, e il quadro è decisamente completo.
Struttura e sonorità di Anatomia di uno schianto prolungato
Ma entriamo nel vivo dell’album. 11 tracce che restituiscono un racconto complesso dal finale non scontato, anche se la metafora stessa dello schianto non fa ben presagire.
Inizia proprio con il botto questo schianto. Ad aprire l’album è infatti In cerca di uno schianto. Un brano inedito ma non per tutti, dato che di fatto era stato già usato nei titoli di coda di “Elegia Sabauda”, docu-film che racconta la persona oltre che l’artista torinese, legato appunto tanto alla sua città, allo stadio, agli amici e naturalmente alla musica.
Il brano che apre l’album parla proprio di questo: un testo che tra le barre parla di Torino, di gradinate, di “abitudini” a cui è solito Willie e che, nel ritornello, viene non a caso accompagnato dalla voce di Samuel, frontman dei Subsonica, storica band torinese ma soprattutto grande amico di Guglielmo (non è la prima volta infatti che Willie lo cita nei suoi brani: “Samu mi ha insegnato tanto ma questo non l’ho imparato”, cit.).
Il richiamo ai Subsonica e all’importanza che la band ha avuto come riferimento nella crescita di Willie Peyote è evidente anche dal titolo del brano, In cerca di uno schianto, citazione del celebre brano subsonico “Tutti i miei sbagli”, che inizia proprio con la frase “a caduta libera, in cerca di uno schianto”.
Ed è da qui che prende forma l’intera traiettoria del disco. È questa la narrazione che il concept di Willie porta avanti: una caduta libera in un mondo sempre più crudele, ingiusto, dove regna l’egoismo. Una caduta generazionale e ma anche personale.
L’importanza dell’altro che attutisce la caduta
Ma non siamo soli, e la presenza dell’altro è davvero importante, forse anche per attutire la caduta. L’altro a cui aggrapparsi, che ci tiene saldi: questo è l’invito di Burrasca, la ballata più pura del disco.
L’arpeggio di Burrasca lascia poi posto alla chitarra, questa volta elettrica, e ai fiati in Sapore di Marsiglia. Qui il ritmo torna a essere sostenuto e meno malinconico, pur lasciando spazio al sadico cinismo del Peyote. Un brano tutt’altro che leggero, tra social media, soldi, cielo grigio e caschi blu, cit.
È poi il turno di Kodak, un brano anni ’90 dal mood analogico, fortemente legato a immagini e sensazioni ben definite nell’immaginario di ognuno di noi. Un brano che lascia spazio al ricordo e al passato, più che guardare amaramente all’oggi o al futuro. Come una fotografia sviluppata lentamente, si imprime senza fretta e resta.
Mi arrendo riporta invece all’attualità: non una ballata pura né tantomeno un ritmo incalzante, ma quella giusta melodia che si lascia ascoltare con un testo denso, questa volta accompagnato dalla voce di Brunori Sas.
Questo è decisamente uno dei brani più forti dell’album, uno di quelli che scavano dentro. Anzi, come dice lo stesso autore nel brano, “a forza di scavare ora dentro c’abbiamo il Grand Canyon”. Insieme a Burrasca è evidente quanto sia importante il valore che assume l’altro nella vita di ognuno di noi.
Anni ’90 e rap autentico
Probabilmente Che caldo fa a Testaccio con Noemi è un brano radiofonico e sorprendente. La voce femminile accompagna la narrazione e la rende ancora più accattivante. Anche qui ritroviamo molti mood sonori anni ’90, con un’eco dei Sottotono che riaffiora tra le pieghe del pezzo, ma anche nitidi richiami al sound di Neffa e dei Casino Royale.
In Luigi c’è sicuramente il Peyote più riconoscibile: un rap diretto nato su beat immediati e freschi. Un brano che spara su tutto, politica in primis, con forti richiami, più o meno riconoscibili, a tessuti narrativi non solo italiani. E no, il Luigi citato purtroppo non è Di Maio, nè tanto meno il fratello di Super Mario. Il riferimento qui va a Luigi Mangione, la cui figura è oggi fortemente controversa. Ma forse ognuno di noi ha in mente qualche “Luigi” che in fondo ha fatto una brutta fine… insomma fate buon uso di questa cit.
Arriva poi Come se. Il richiamo al brano dei Subsonica è di nuovo casuale? Chi può dirlo. Di sicuro questo è un brano che nasconde molteplici anime: il testo sembra romantico, ma il flow oscilla tra R&B, jazz, funky e mille altre sfumature.
In Kill Tony e Air B&B torna la penna cinica e ironica. Brani che non lasciano molto spazio alle opinioni, appunto, e la voce di Jekesa è una conferma di scenari e contesti condivisi dove vince la sincerità e la spontaneità del rap suonato che, con Willie Peyote, funziona sempre. Tra l’altro, a proposito di ironia e spontaneità, è evidente anche il richiamo alla stand-up comedy già dal titolo del brano.
La chiusura malinconica e realistica
L’album si chiude con Preferisco non sapere. Piano e voce iniziali introducono nuovamente a una dimensione più umana e intima, fatta di sconfitte, disillusioni e soprattutto delusioni. È il momento in cui il rumore di fondo si spegne e resta solo la verità.
Ancora una volta Willie Peyote riesce a superare ogni aspettativa. Un album interamente suonato, fatto salvo per un paio di tracce, in cui quello che conta è ovviamente la sua penna e le riflessioni che ne derivano: puntuali, lucide e proprio per questo non prettamente ottimiste, ma disincantate.
In fondo, quando parli di realtà e di emozioni condivise nello scenario in cui ci ritroviamo, è difficile cantare la quiete e la felicità se intorno c’è caos e tristezza. In questi brani c’è tutto: sfumature sonore che, con colori diversi, ci fanno sentire meno soli e ci accompagnano in riflessioni più profonde.
Che schianto! Ma (Non) abbiamo già toccato il fondo?
Che poi, tornando al titolo, è chiaro il riferimento a quella sensazione di caduta continua, senza freni, a cui stiamo assistendo tutti, da ogni prospettiva (politica, umana, economica, sociale, ecc.): un baratro sempre più profondo da cui non riusciamo a uscire.
Ci domandiamo spesso se abbiamo toccato il fondo. La risposta non è semplice, e forse preferiamo non saperla, proprio come afferma il brano conclusivo. Ma una cosa è certa: l’agonia dello schianto prolungato continua, ma cadere in compagnia e magari ridendoci su rende il “viaggio” e magari anche l’atterraggio più piacevole.
Quindi ancora una volta grazie Willie, ci ritroviamo a muovere insieme culo e cervello, come ormai da un bel po’, e non è mai scontato riuscire a farlo. Un disco che in poco più di mezz’ora di musica in totale riesce ad essere così ma intenso, forte, diretto, fluido, emotivo e al contempo cattivo, ha decisamente fatto centro Potremmo dire: che schianto!
Non ci resta che aspettare con ansia il tour preannunciato nei club in autunno.
Chiudo questa recensione con le parole quanto mai concrete e realistiche tratte del ritornello con Brunori in Mi arrendo:
Con i tempi che stanno correndo forse ci conviene nasconderci bene,
altro che passa tutto col tempo, oggi è così, vedrai domani andrà meglio… seh!
Intanto corriamo a nasconderci tra le tracce, che è meglio!










