Il 24 agosto Djo è arrivato alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per la prima delle due date italiane del tour 2026, prima dell’appuntamento di Milano. Dietro il progetto c’è Joe Keery, attore conosciuto dal grande pubblico per Stranger Things e Fargo, ma questa volta al centro della scena ci sono la musica ed un repertorio che, negli ultimi anni, ha progressivamente allargato il proprio pubblico.
“Awake” è il brano che apre circa 90 minuti di un live intenso e serrato, accompagnato da una scenografia essenziale che lascia spazio soprattutto al suono. Immagini, luci e visual completano i brani senza sovrastarli, mentre Djo e la band trascinano fin da subito una Cavea pronta a seguire la stessa direzione: cantare e vivere la musica come un piccolo atto liberatorio.
Un viaggio tra epoche e dimensioni musicali
La scaletta chiarisce presto quanto sia difficile racchiudere Djo dentro un solo genere. Da “Change” a “Basic Being Basic”, fino a “Lonesome” e “Potion”, il concerto attraversa pop, rock, elettronica e psichedelia, recuperando allo stesso tempo suggestioni provenienti da epoche diverse.
È un’evoluzione evidente soprattutto nei brani di “The Crux”: dopo le sonorità più lo-fi e synth-driven dei lavori precedenti, il progetto ha dato maggiore spazio alle chitarre e ad un pop-rock che guarda anche alla fine degli anni Sessanta e ai Settanta. Dal vivo, però, passato e presente convivono ancora più liberamente.
“Figure You Out” porta con sé una costruzione più eccentrica e stratificata, “Charlie’s Garden” si muove dentro un pop dal sapore rétro, mentre “Egg” riporta in primo piano synth ed una componente più emotiva. Non sembrano mondi isolati, perché il concerto li apre e li richiude all’interno di un unico flusso, senza perdere ritmo tra un passaggio e l’altro.
Un equilibrio a cui contribuisce una band capace di assecondare i continui cambi di registro e di dare maggiore profondità ai brani, soprattutto nei momenti più strumentali. Al centro, Djo passa dalla chitarra alle tastiere e vive fisicamente ciò che sta suonando, lasciandosi andare alla musica con istinto ed una teatralità che non prende mai il sopravvento sul concerto.
Il legame con Roma a colpi di “daje”
In un live che scorre, Joe Keery trova anche il tempo per parlare con la città che lo ha accolto per diversi mesi durante la sua carriera attoriale per le riprese di Finalmente l’alba con, tra gli altri, Willem Dafoe e Lily James. E qualcosa dell’italiano sembra essergli rimasto.
Il primo “daje, Roma, daje” arriva già in apertura e il “daje” torna più volte durante la serata per caricare il pubblico. C’è persino un “oddio” quando il caldo afoso della Cavea inizia a farsi sentire. Piccoli momenti che spezzano il ritmo senza interromperlo e rendono più spontaneo il rapporto con una platea composta da giovanissimi, giovani adulti, ma anche genitori e bambini.
Intanto il viaggio continua. “Roddy”, “Fool”, “Gap Tooth”, “Delete Ya” e “Fly”, che mostrano altre sfumature del progetto, fino ad arrivare inevitabilmente ad “End of Beginning: è il brano che più di ogni altro ha ampliato il pubblico di Djo, diventando un fenomeno internazionale già nel 2024 e tornando negli ultimi mesi ai vertici delle classifiche globali. A Roma si percepisce immediatamente il suo peso: la Cavea accompagna Keery parola per parola, trasformandolo in uno dei momenti di maggiore partecipazione della serata.
Ed è proprio “End of Beginning” a chiudere il set principale.
Il saluto a Roma sulle note di Mina
Quando il concerto sembra ormai terminato, Djo e la band tornano sul palco per gli ultimi minuti di performance.
“Chateau”, “Back on You” e “Flash Mountain” compongono un encore che concentra le energie rimaste senza abbassare il ritmo costruito fino a quel momento. Tre ultimi brani prima del vero saluto, che arriva però in una forma decisamente più italiana.
Con una bandiera tricolore a lui dedicata lanciata dai fan, Joe Keery ringrazia la Città Eterna mentre partono le note di “Se telefonando” di Mina. Djo la canticchia per qualche secondo al microfono e lascia il palco così, dopo un’ora e mezza trascorsa a saltare tra epoche, generi e immaginari musicali.
Djo è molto più di Stranger Things ed “End of Beginning”
Sarebbe poco realistico raccontare l’ascesa di Djo ignorando ciò che è avvenuto intorno alla sua musica. Stranger Things ha reso Joe Keery un volto conosciuto in tutto il mondo, mentre la viralità di “End of Beginning” ha permesso al progetto di raggiungere una platea molto più ampia.
Ma il concerto di Roma dimostra anche quanto sarebbe riduttivo spiegare tutto attraverso questi due fenomeni.
Sul palco c’è un musicista che passa tra chitarra e tastiere, una band che ha un ruolo concreto nella costruzione dello show e soprattutto un repertorio abbastanza ampio e sfaccettato da sostenere 90 minuti senza dipendere esclusivamente dai brani più conosciuti.
Djo incontra inoltre un momento musicale particolarmente favorevole a sonorità che recuperano elementi del passato. Psichedelia, synth, soft rock e pop-rock di altri decenni stanno trovando nuovo spazio anche tra ascoltatori molto giovani. Nel suo caso, però, questi riferimenti non sembrano una rincorsa al revival: fanno parte da tempo dell’identità del progetto e con The Crux hanno semplicemente trovato una nuova forma, più ricca di chitarre e stratificazioni.
Il successo di End of Beginning può quindi aver accelerato un’ascesa già in corso e Stranger Things aver aperto qualche porta in più alla curiosità del pubblico. Quello che succede dopo, però, deve reggersi sulle canzoni.
A Roma, Djo ne ha messe in fila diciotto. E se nel Sottosopra basta trovare la canzone giusta per sfuggire a Vecna, dopo questi 90 minuti almeno avremmo l’imbarazzo della scelta.










