Sanremo può essere una splendida vetrina, permettere agli artisti di farsi conoscere e dargli lo spazio giusto per farsi vedere al pubblico generalista. Questo, ha inevitabilmente due finali: L’artista acquisisce uno spazio più rilevante nel mercato discografico, e dai guadagni può produrre più musica, con nuovi strumenti e nuova attrezzatura, dando un nuovo limite alla sua creatività. Oppure, l’artista perde se stesso. Produzioni sempre più ammiccanti e meno identitarie, conformandosi al marasma di uscite giornaliere tutte perfettamente identiche.
Chiello in Agonia ha scelto la prima strada. Questo, nonostante il suo Sanremo non possa definirsi un successo commerciale, anzi. Almeno a livello di posizionamento.
Rocco Modello, in arte Chiello, dopo la recente partecipazione a Sanremo con il brano “Ti penso sempre” classificatosi al 25esimo posto, è tornato con il suo quarto album ufficiale Agonia. Post-sanremo è facile che l’artista realizzi il suo lavoro più accessibile e immediato, per raggiungere la nuova fanbase sanremese. Chiello, ha fatto l’opposto.
In Agonia, Chiello sembra aver raggiunto un checkpoint
Dopo il già buono Scarabocchi, dove collaborazioni e hit radiofoniche hanno consolidato la figura di Chiello nel mercato discografico, ci si aspettava una lenta progressione verso mondi più pop rispetto alle dimensioni gotiche dei primi due lavori, “Oceano Paradiso” e “Mela Marcia”.
Invece, Agonia è senza ombra di dubbio non solo il disco più difficile di Chiello, ma forse anche la sua consacrazione artistica e la somma espressiva della sua proposta. L’atmosfera lugubre e disincantata di “Mela Marcia” vede qui la sua espressione massima. La penna di Chiello non è mai stata così puntuale ed efficace. I termini scelti da Chiello contribuiscono a rinforzare l’atmosfera del disco e a dare corpo alle canzoni, come mai prima d’ora.
Mancano le hit appunto, a parte la già citata “Ti penso sempre” e forse “Desaturarsi”, ballata new-wave incredibilmente vicina ai lavori dei Cure. Il resto del disco è un corollario di intimità e tragedia. Brani nati di getto, frenetici, impulsivi, quasi incompleti e allo stesso tempo pensati e prodotti con moltissima cura.
Agonia è un Album. Fatto e finito.
Ogni brano vive in funzione del successivo, quasi a considerare Agonia come una vera e propria traccia singola. O forse, semplicemente proprio come un album dovrebbe essere. Tra i picchi sicuramente, “Scarlatta”, ballata composta egregiamente dalla cadenza serrata e intensa e “Polynesian Village” ritratto dell’anima in musica. Forse tra i picchi della sua discografia. Dove i Cure sono l’influenza più evidente nel disco, si sente anche molto dei Bluvertigo in “Lupo”, primo singolo ad anticipare l’uscita del disco e dei Joy Division di “Unknown Pleasures”. Un disco che fa dei richiami un vero e proprio scheletro, ma senza mai scadere nel plagio.
Dove il disco è il meno “orecchiabile” della sua discografia, è senza ombra di dubbio il più denso e il più personale che abbia mai fatto. Personale non a livello biografico, ma musicale: Agonia è la summa del Chiello che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, partendo dal post-fsk e persino prima. Un vero e proprio concept senza la pretesa di esserlo. Un disco fatto e finito per essere consumato in una volta sola, con una visione chiara. Una visione per lo più assente nel panorama mainestream. Dove la ricerca di accontentare tutti, finisce per non accontentare nessuno.
Chiello conosce i suoi fan, o quantomeno conosce se stesso. E sceglie di fare ciò che gli piace, con i risultati migliori che potesse sperare di ottenere.









