Lambrate, Milano. In un afoso e soffocante pomeriggio di inizio giugno, abbiamo scambiato due chiacchiere con gli Elio e le Storie Tese in occasione della quarta edizione del Concertozzo, l’evento organizzato insieme al Trio Medusa che unisce musica, inclusione e solidarietà e che quest’anno si terrà il 5 luglio a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza.
Durante il Concertozzo, il pubblico si diverte, ma allo stesso tempo viene sensibilizzato su temi molto importanti: qual è il segreto per unire questi due aspetti senza risultare retorici?
Il segreto è che tutto avviene con molta semplicità. Noi suoniamo sul palco e facciamo suonare della gente brava, quindi il pubblico ascolterà della buona musica, suonata bene, in una situazione che normalmente non verrebbe mai gestita da uno staff di ragazzi nello spettro dell’autismo. E invece, come per magia, con grande semplicità e senza accorgimenti particolari, tutto funziona. Ecco la mancanza di retorica. La retorica c’è quando si lanciano dei proclami vuoti, nel senso che sono solo parole. Al Concertozzo, invece, le parole saranno poche e i fatti tanti, quindi la retorica è assente.
L’idea di affidare il food & beverage a ragazzi che rientrano nello spettro dell’autismo è sicuramente rivoluzionaria. Cosa ritenere di aver imparato voi da loro?
Abbiamo imparato soprattutto due cose: la prima è che la voglia di fare è quella che muove il mondo, insieme alla motivazione. Questi ragazzi sono animati da una motivazione enorme. La seconda è che nella vita non c’è niente di scontato. Anche se gli altri ti dicono che quello che fai è sbagliato o inutile, può non essere vero.
Come selezionate le band emergenti che si esibiscono al Concertozzino?
Semplicemente, ascoltiamo. Quello che si sente al Concertozzino è distantissimo da quello che va per la maggiore, come magari il rap o la trap. Sono spesso band che consideriamo un po’ i nostri cuginetti, che ci ricordano molto noi agli inizi, perché anche loro mischiano ironia e musica. Quindi, cerchiamo di aprire una porta su situazioni musicali che per il momento storico che stiamo vivendo non vedono molta luce, cerchiamo di dargliene un po’ come facciamo con l’argomento dell’autismo e delle disabilità varie, siccome non se ne occupa nessuno. Noi cerchiamo gente con qualcosa da dire, ma soprattutto che performa veramente in un’epoca in cui il live è un po’ un dubbio.
In un mondo in cui sembriamo tutti così divisi, cosa ci insegna il Concertozzo sullo stare insieme?
Insegna molto perché stiamo puntando ad allargare questo insieme. Adesso siamo ancora piccolini, nonostante sia il quarto evento che facciamo e non ce lo saremmo mai aspettati, quindi vogliamo allargare questa potenza di fuoco buono, non fuoco amico perché uccide anche quello, per informare sempre di più e per stimolare anche i nostri colleghi ad affiancarci, soprattutto quelli più grandi di noi. Vorremmo che anche loro si appassionassero a questi argomenti, perché c’è tanto, tantissimo da fare. Sicuramente, stare tutti insieme insegna che l’unione fa veramente la forza, come dice quel vecchio proverbio, e con la forza di volontà si scalano le montagne, quindi anche una cosa che sembra impossibile diventa possibile e funziona pure bene. La diversità è un arricchimento, sotto ogni aspetto, anche se oggi fa paura. L’autismo è un genere di diversità e noi ci battiamo per combattere questa paura immotivata.
C’è un aneddoto folle o commovente di una delle scorse edizioni che vi è rimasto particolarmente nel cuore?
Cesareo ha suonato su una sedia a rotelle perché due giorni prima lo avevano investito. Si è fatto dimettere dall’ospedale e ha suonato con una gamba rotta e un crociato strappato.
Se ci fosse la possibilità di lasciare un messaggio o una citazione, vostra o di altri, sul retro del biglietto, quale scegliereste?
Una frase dantesca: Pape Satan Aleppe.
Qual è una canzone, vostra o di altri, che secondo voi riassume appieno lo spirito del Concertozzo?
Forse “Au”.
Se invece doveste descrivere l’evento a un alieno che è appena atterrato sulla Terra, quali parole usereste?
Certamente è un evento unico al mondo, quindi forse “Se vuoi vedere una cosa spaziale, vieni a vederti il Concertozzo“.
In un mondo pieno di certezze urlate, quanto è importante sapersi prendere in giro quando si affrontano dei temi così seri?
Riteniamo sia fondamentale. Una delle nostre cose belle è che quando uno sbaglia, ridiamo e facciamo la gara a chi camuffa meglio l’errore facendo finta di niente. Se te la tiri, non va bene. Prendersi sul serio è l’anticamera del disastro, bisogna sempre essere autoironici.
Se aveste a disposizione budget illimitato e carta bianca, quale follia portereste sul palco del Concertozzo?
Una cosa veramente assurda e coraggiosa sarebbe comprare tantissimi pennarelli e colorare la carta bianca. “Avevamo carta bianca e l’abbiamo fatta diventare colorata”. Questo sì che sarebbe coraggioso.
Chi è il pubblico perfetto del Concertozzo? Quello che ride, quello che piange o quello che si sporca con il ketchup?
Se è lì, è già il pubblico perfetto. Il Concertozzo è una scelta ben precisa: sai dove vai, cosa ascolterai, com’è l’ambiente e cosa ti aspetti.










