E’ un mercoledì pomeriggio tranquillo nella fredda e nebbiosa Bassa. Mi godo il clima post-preappelli universitari, tra una tisana e un insulto al capitalismo natalizio. Pronto a scaldarmi cuore, però, sta lui, Comete. Tanti ricordi belli affiorano: il suo Solo cose belle è uno dei primissimi album che ho recensito qui, su Cromosomi. Insomma, ho una sorta di cordone ombelicale che collega me e Comete, che credo nessuno riuscirà mai a recidere del tutto. E, finalmente, ho avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con lui per conto di tutta la redazione. Abbiamo parlato di tante cose, ma il fulcro è il suo nuovo singolo, Salta l’intro, che ha debuttato su tutte le piattaforme digitali il 7 dicembre. Enjoy (ma non saltate questa intro per favore, mi sono impegnata).
Ciao Eugenio, come stai?
Tutto bene, tutto bene. Sto molto bene e si suona, quindi benissimo.
Da un paio di settimane è uscito il tuo nuovo singolo, Salta l’intro. Come ti senti?
Mi sento bene. Questa canzone l’ho scritta l’altr’anno in questo periodo. Mi fa molto piacere che sia uscita nello stesso periodo in cui è stata scritta, anche se un anno dopo. In realtà, l’ho scritta in passato, ma l’ho vissuta io per tutto quest’anno. Spero che sia lo stesso per tutte le persone che la ascoltano. E’ sempre bello uscire con un singolo dopo un anno e mezzo.
La prima cosa che mi ha colpito di Salta l’intro è proprio il suo titolo.
Lo scorso anno stavo a Milano e, essendo single, ho visto diverse ragazze. Uscivo con una persona, poi con un’altra, poi ho cominciato a capire che non amavo troppo questa roba tipo: “Ciao, sono Eugenio, piacere. Che fai?”. Non so. Ho pensato proprio (e l’ho scritto) che sarebbe bello saltare l’intro, andare direttamente al punto del discorso, che può essere visto anche da un altro aspetto oltre che al carnale. L’aspetto più importante e più sincero è quello del capirsi, anche se non è facile per niente. Quella sensazione di quando incontri una persona e vi capite subito: raro, ma è molto, molto bello. Ho scritto così. Mi piacerebbe tanto capire la persona subito. Poi vabbè, parlo dei giochetti che si fanno: muoio dalla voglia di scriverti, ma so che non lo faro, muoio dalla voglia di scriverti, ma non ti chiamerò. Tutta quella roba inutile che si fa all’inizio.
Salta l’intro è anche un inno al prendere coraggio e accettare le occasioni che la vita ci pone davanti.
Sì, esatto. E’ proprio un’esortazione a me stesso, ma anche a tante persone. Lasciamo indietro le paure, se c’è una cosa che ci fa sentire in un certo modo, buttiamoci. Non rimaniamo sempre nell’intro delle cose. E’ un’esortazione a me, ma è una cosa che faccio spesso. Nelle canzoni d’amore, la maggior parte delle volte, parlo di me in relazione a un’altra persona, però mi sento di star condividendo tante cose simili a quello che proviamo tutti.
Anche in questo singolo hai seguito il tuo genere, il real pop.
L’ho definito così un po’ di tempo fa, ma mi piace sempre. E’ proprio così. Non provo a fare il figo nelle canzoni, a dire qualcosa che non esiste. Cerco di fare una bella analisi su me stesso e poi di dire quello che realmente è per me, a volte anche sputtanandomi. Mi ricordo quando ho scritto Cornflakes: ho messo una frase un po’ stupida, lì per lì, scrivendola. Però era la verità. Quando la cantavo ero super sincero, ho voluto lasciarla. Non mi ero ancora sbloccato su questa cosa, ma ho detto vabbè, scriviamo le cose come stanno, come mi sento, le mie emozioni. E’ stato quello che poi, secondo me, ha caratterizzato tutto il progetto fino ad adesso.
Se dovessi descrivere Salta l’intro con sole tre parole, quali sarebbero e perché?
Vai, ridi e perditi. Vai perché vai, insomma. Ridi perché è importante. Ho scritto una canzone a riguardo. Avendo perfettamente idea di cosa vuol dire, avendolo anche scritto, cos’è ridere per finta, forzatamente, voglio proprio dire ridi genuinamente. Fallo, perché è molto bello. Perditi perché bisogna lasciare un po’ le sicurezze, i porti sicuri. Delle volte bisogna lasciarsi andare per trovare qualcosa di più grande. Nel mezzo sta il mare, che può essere divertente o può fare anche paura. Ho capito questa cosa: non ho inventato l’acqua calda, ma ho pensato fosse questa un po’ la chiave. In quel periodo era importante per me questo messaggio e da lì è nata Salta l’intro.
Quindi è un po’ il concetto di lasciare la propria comfort zone e da lì vedere poi come va.
Sì, questo è importante. La comfort zone è una cosa molto bella, l’importante è che non sia una gabbia d’oro, un posto da cui non puoi assolutamente uscire. Bisogna mettersi in discussione, bisogna conoscere, scoprire. E questo lo si fa soprattutto uscendo dai limiti e dalle sicurezze. Gente infelice con una ragazza, con cui sta insieme da una vita, magari dovrebbe lasciarla, invece di dire: “Va bene, tanto vale sposarci”. Bisognerebbe dirsi la verità. Questo vale per molti campi, anche quello del lavoro. Se fai un lavoro che non ti piace, lascialo, prova tutto. Io ho fatto musica, non ho avuto piani B all’epoca: tutto il resto mi toglieva energia, quindi ho deciso di suonare e basta. Effettivamente, qualcosa è successo. Per me è una cosa buona lasciare la comfort zone ogni tanto, anche se è una dimensione sana.
Come si collega Salta l’intro al tuo percorso musicale precedente e soprattutto al tuo ultimo album, Solo cose belle?
Salta l’intro si collega perché è farina del mio sacco. E’ il primo singolo di un progetto nuovo che sarà costituito da tutte le canzoni che usciranno. Forse è un po’ più maturo, più attuale rispetto a quello che sono adesso. Mi sono guardato meglio allo specchio rispetto a quello che sono, quello che ho fatto, quello che ho vissuto. Solo cose belle è un album tanto vero e tanto sincero, che ha racchiuso delle canzoni scritte in tanti anni. Salta l’intro è l’inizio di un nuovo percorso un po’ più piccolo. Tutte le canzoni che usciranno le ho scritte nell’ultimo anno. Salta l’intro è stata la prima e l’ho scritta nel novembre-dicembre del 2021. Le ho finite di scrivere tutte quante nell’aprile-maggio di quest’anno. Nel 2023 ci saranno molte novità, diciamo. Mi sono concentrato molto sulle parole, dicendo molto semplicemente quello che provo e che penso. Le canzoni del progetto nuovo formeranno un album compatto, perché tutte le tracce sono legate fra loro. Sarà un disco più acustico, con la chitarra acustica vera. Ho scritto tutte le canzoni con la chitarra, ogni pezzo ha il suo giro. Vorrei tornare a un modo di fare musica e di suonare più scarno. Salta l’intro è più scarna rispetto ad altre mie canzoni che hanno il mondo dietro.
Quindi prendi una direzione più cantautoriale, potremmo dire.
Sì. Anche prima l’avevo presa, però adesso di più. Non vorrei far perdere quella purezza che hanno le canzoni quando le scrivi con la chitarra, non vorrei aggiungerci troppo. Vado con il contagocce se ci devo aggiungere qualcosa, perché suonando tanto, anche da solo, anche in acustico, ho visto che è proprio una dimensione che mi piace. Mi piace anche stare con la band e fare casino, ma mi piace di più stare da solo, con chitarra e voce, facendo sentire le canzoni così come le ho scritte.
Quest’estate hai suonato in tutta Italia. Com’è la tua dimensione live?
Me la vivo bene. Per me, se scrivi e componi musica è perché la vuoi suonare dal vivo, non perché la vuoi droppare sul digital store. Il primo passaggio è quello di far uscire la canzone per farla conoscere, ma la cosa bella è cantarla insieme. E’ stato bello. Più che altro, è un anno e mezzo che suono Solo cose belle. Sono state parecchie date, ho suonato in tanti posti, da solo, in duo, con la band, con due formazioni diverse,.. Insomma, è stato bello. Mi ricordo la prima volta, soprattutto quando sono andato a suonare in un posto un po’ più lontano: indimenticabile. Oppure quando ho suonato a Roma, c’era tantissima gente, però ho giocato in casa. In Calabria ho fatto questo live e la gente sapeva tutte le canzoni. Prima del Covid avevo fatto qualche cosetta spotted, ma dopo sono andato dappertutto. Io immaginavo che le persone sapessero le mie canzoni, ma finché non l’ho visto, non ci ho creduto. Come imprinting è stato molto forte, poi ci ho fatto l’abitudine, ma mai a livello di emozioni. Io faccio il massimo per coinvolgere, voglio sempre fare la roba al 100%, voglio che cantiamo insieme.
Com’è stato entrare nel mondo della musica da romano, quando il centro dell’universo discografico è Milano?
Io mi sono trasferito a Milano, quindi sono stata la persona più scontata del mondo. Dove stai è importante, però spero che che conti sempre meno. In questo momento Milano è davvero il centro, sta tutto lì. Quando abitavo a Roma ero sempre in treno per Milano. A un certo punto ho detto basta, mi sono trasferito. Le case discografiche, i produttori stanno tutti qui. Non sono convintissimo però della città, a Roma sto meglio. A giocare a ping pong fra Milano e Roma sto molto bene però, mi piace questa cosa che sto un po’ in tutte e due le parti.
Cosa direbbe Eugenio che inizia ad approcciarsi alla musica a Comete e cosa direbbe Comete a Eugenio che si approccia alla musica?
Eugenio che si approccia alla musica direbbe a Comete di adesso di non scordarsi chi è. E’ giusto cambiare ed evolversi a livello umano e artistico, però abbiamo tutti un sentire che a volte si perde. Sono molto fiero del mio personale sentire e non lo voglio perdere. Ero super puro e super vero e spero di esserlo tutt’ora. L’Eugenio di prima prendeva in mano qualsiasi strumento, in qualsiasi strumento e suonava. Questo non va perso, la passione va conservata, così come la genuinità, il non fare niente perché devi farlo, ma perché lo vuoi fare. Comete direbbe a Eugenio di ieri di buttarsi un po’ di più, di farsi meno problemi. Per sbloccarmi, per mostrarmi ci ho messo un po’ di tempo e magari avrei voluto accelerare quel processo. Alla fine però ognuno ha i suoi tempi, musicali e non. Sono molto estroverso, però mi ci è voluto del tempo per buttarmi, per scrivere e per stare più tranquillo.
Si torna sempre a Salta l’intro.
Esatto, si torna sempre lì. E’ importante, fa paura ma è bellissimo.










