Luca dei Management: Ansia Capitale è vivere l’assoluto presente

da | Interviste

In una mattinata soleggiata e un po’ (molto) ventilata della Bassa, ho avuto il piacere di chiacchierare con Luca Romagnoli, voce e penna dei Management (Luca Romagnoli, Marco Di Nardo), ex Management del Dolore Post-Operatorio. Tra qualche problema tecnico e parecchie battute di spirito, Luca ha raccontato a Cromosomi, in un’intervista lunghissima, Ansia Capitale, il nuovo album della band abruzzese in uscita venerdì 10 giugno, a dieci anni dall’esordio di AUFF.

Ciao Luca, intanto come stai? Tutto bene?

Bene bene, tutto bene, grazie!

Intanto, volevo farti i miei complimenti per Ansia Capitale, è un disco che mi è piaciuto tantissimo. Mi ha riportato molto ai primi Management. E’ stata una cosa intenzionale o è semplicemente capitato?

Noi ci siamo sempre un po’ fatti un po’ influenzare dal mondo in cui ci piace stare, dalla buona musica alternativa internazionale. Prendi gli Arcade Fire, Tame Impala, gli Idles, oppure Beck, che è un po’ vecchietto, ma che fa sempre dei dischi giganti, Damon Albarn con i Gorillaz,… Questo è il mondo in cui ci piace stare, una cosa stratificata e quanto più possibile di spessore, ma non è detto. Spesso abbiamo fatto anche tanti errori, ma non vuol dire aver cercato chissà quale strada. Più che altro, abbiamo cercato di sperimentare tutte le possibilità del pop, che è un’opportunità enorme. Il grande e il buon pop è sempre la musica migliore, che ti dà più opportunità, perché ti apre a tutto.

Non amiamo molto gli estremismi. Quindi, sperimentare all’interno della forma canzone, dell’armonia, di una certa durata, insomma, delle cose un po’ standard. A volte le cose succedono anche a caso. Avevamo delle canzoni suonate e scritte in un certo modo; probabilmente quello che più si riattacca al passato è una rabbia, una noia, un tormento che viene dagli anni che abbiamo vissuto. Quando vedi che attorno a te è tutto un cazzo di casino, magari ti passa anche la voglia di parlare d’amore. Una cosa che detesto è il fatto che alcuni generi, soprattutto in Italia, sono legati a doppio filo con testi romantici.

Oppure, alcuni artisti si sentono obbligati a non parlare mai di amore, ma anche un dittatore o un assassino si innamorano, no? Quindi una canzone romantica o malinconica ci può sempre stare. Però non credo neanche a quelli che scrivono mille canzoni tutte d’amore. Non ci credo che nella loro vita amano solamente e non c’è una canzone che dice “Vattene a fanculo”. E’ impossibile, no?

Ansia Capitale mi è sembrato un album-manifesto dei Millennials, la prima generazione che vede tutto nero. Cosa volete veicolare con questo lavoro?

Cito Galimberti, per scomodare un pensiero importante. I nostri genitori, che sono anche un po’ di un’altra epoca rispetto a quelli di adesso, hanno sempre dato tutte le colpe ai giovani. In realtà, loro hanno vissuto un mondo che aveva enormi prospettive, che vedeva il futuro in maniera molto positiva. Alla fine, abbiamo capito che il mondo l’hanno distrutto più loro che noi. Loro ce l’avevano un futuro, però; i giovani di oggi proprio no, non riescono a guardare al domani, non possono guardarlo con gioia. E allora cosa fanno? Vivono quello che lui chiama l’assoluto presente. E’ normale che io stasera mi distruggo, bevo, mi drogo, penso solo all’acquisto compulsivo, a scopare, al piacere a tutti costi. Cosa devo fare di altro? Qui si impazzisce, non sappiamo cosa costruire. Non c’è nessuna possibilità. Quante volte i miei genitori mi hanno detto “Trovati un lavoro”?! A parte che io non ho mai voluto lavorare in vita mia, ma se domani mi svegliassi e avessi bisogno di lavorare, un lavoro non lo troverei. E’ inutile che ci prendiamo in giro, è normale che ci sia quest’ansia.

A volte diventa anche una moda ed è stupido, ma, probabilmente, se ne parla tanto e ci si scherza sopra perché abbiamo fatti i conti con la realtà e non si può vivere senza. Solo un pazzo, un criminale o una persona che se ne approfitta di questi malesseri ci sta bene. Mi sembra impossibile non avercene e raccontarla così, come malattia e non come gioco, raccontare le sensazioni di persone singole, è il modo più giusto per noi. Spesso parliamo dell’individuo per arrivare alla società. Siamo rimasti chiusi dentro a delle stanze in lockdown, ma attraverso i mezzi di comunicazione che abbiamo eravamo sempre collegati al mondo. Eravamo tante iper-solitudini in questa discarica di informazioni che ci sommergevano. Una persona normale e sensibile un minimo non può starci bene. Siamo tutti diversi, però per me una persona felice ora non sta bene davvero, non mi fido.

Se dovessi descrivere in sole tre parole Ansia Capitale, quali sarebbero e perché?

Ne ho usate tante, già le ho selezionate e ridurle a tre è troppo poco. Se posso usare delle immagini, ci provo, però!

Vai, ti concedo le immagini.

La prima è la ressa che c’è fuori dai negozi alla vigilia di un prodotto speciale. Tipo la gente che dorme in tenda fuori dal centro commerciale per prendere il nuovo iPhone 13, che poi la mattina entra di corsa, si prende a botte, si ruba cose dalle mani. Questa follia del capitale rappresenta l’ansia del nulla, dove tutto è basato sul sistema della pubblicità. Pensa a stare lì a fare a botte per un orologio. La seconda immagine è quella di persone che sono collegate al mondo con un device in mano, che credono di conoscere tutto e di poter parlare con tutti. Questo porta un’ansia ancora più esagerata, perché ti rendi conto che quello che gli altri ti fanno credere e che puoi avere fra le mani non è reale. Ti fa stare male questa cosa. La terza cosa sono questi modelli assurdi che tutti inseguono, di bellezza, di ricchezza,… come se tutto questo fosse accessibile a tutti e come se tutti riuscissimo a raggiungerli allo stesso modo. E’ un cazzata.

Non tutti siamo liberi di fare quella roba lì: Jeff Bezos e io non siamo liberi allo stesso modo, non abbiamo le stesse possibilità. Siamo lì a sognare sempre cose irreali e anche un po’ ridicole. Banalizziamo all’ennesima potenza: anche stare a scopare tutti i giorni dalla mattina alla sera con tutte le persone che vuoi, che rottura di coglioni è? Un attore porno non è una persona felice, perché una cosa fatta obbligatoriamente tutti i giorni diventa un inferno. Tutto questo è ridicolo.

Se dovessi scegliere una canzone di Ansia Capitale che senti più tua, quale sarebbe?

Non lo so. Non so se è un difetto che abbiamo io e Marco, ma noi scriviamo sempre delle canzoni che sono molto legate ai periodi che viviamo. In realtà, forse nessuna da sola riesce a rappresentare quello che vogliamo dire. Tutte insieme fanno un discorso. Come in tutti gli altri dischi, anche in Ansia Capitale c’è un momento malinconico, romantico, ma non sentimentale. Poi ci sono canzoni cattive, di rabbia, individuali, altri che parlano della società (o ci provano).

Ci sono anche un paio di canzoni stupide; ma anche senza quell’ironia, non si può spiegare il senso dell’ansia. Attraverso certe canzoni, con cui puoi farti una risata, capisci che la nostra intenzione non è quella di intristire. Non siamo sempre tutti allo stesso modo, non ci categorizziamo. Un giorno sono felice, un giorno magari no, un giorno ragiono, un altro sragiono, non ho voglia di ragionare, magari domani voglio ubriacarmi: tutto fa parte del racconto di un periodo. L’ansia è anche “oggi rimango a casa e non faccio un cazzo”, ma è anche “domani la combatto”: entrambe le parti ci stanno.

Anche questo album vede la produzione di Stirner. Qual è il vostro rapporto? Come si incastrano le vostre creatività?

Tengo a sottolineare che la produzione è sempre anche di Marco. I primissimi dischi, come il nostro AUFF, sono prodotti solo da Stirner. Poi ha cominciato a produrre Marco, con Incubo Stupendo e Sumo. In questo disco, anche per ritrovare una parte che conoscevamo tutti, ci siamo rivolti a lui. Eravamo sicuri che lui potesse risvegliare in noi determinate cose. Una cosa molto bella di lavorare con lui è non avere regole, non farsi troppe domande, non pensare troppo, se hai detto una cosa scomoda, lasciala, se ti va di dirla, dilla. Negli ultimi anni tutti ragioniamo un po’ troppo su quello che dobbiamo dire e fare, visto che si guarda alle sonorità della radio e delle playlist in voga.

Noi e Garrincha abbiamo creato questo staff, che ha come parole chiave:”Non si ragiona su niente, dovete essere voi stessi“. Senza false modestie, non credo che in Italia ci siano dischi come Ansia Capitale, almeno in questi ultimi anni. Non ce n’è nessun altro che abbia questo tipo di approccio e di sonorità, o almeno, non mi sembra ci sia. E non mi sembra nemmeno che sia la voglia di farlo.

Questo disco lo avete registrato a Ferrara. Come mai siete venuti qui, in mezzo al nulla?

Natural HeadQuarter di Ferrara è un super studio, con strumentazioni pazzesche, macchinari analogici originali stupendi, microfoni assurdi,… ci andiamo per quello. Effettivamente, non so come facciate a vivere bene lì. In estate ci sono troppe zanzare e c’è un’umidità pazzesca, in inverno c’è troppo freddo,… Quindi, lo chiedo io a te, quando si vive bene?

Mai! C’è sempre o la nebbia o l’afa, quindi mai.

Ecco! Non che l’Abruzzo siano le Bahamas, però ora prendo la macchina e sono al mare in dieci minuti. Freddo e caldo si sopportano, ci sono relativamente poche zanzare e poca umidità, quindi insomma, meglio. L’arte deriva anche dalla sofferenza, no? Tutto l’alternativo dei primi anni 2000 è di gran parte emiliano, forse perché soffrite tantissimo.

Quest’anno festeggiate i vostri primi dieci anni di carriera. Qual è il vostro successo più grande e cosa vi manca ancora?

Non sono abbastanza intelligente per rispondere in maniera simpatica e per fare bella figura, ma ci provo. Il top è il fatto di esserci. Per me i discorsi nella vita sono quasi tutti uguali: cibo, vino, musica,… Si ricollegano tutti. I modelli e il mito del successo ci portano a pensare ai picchi, come se tutti dovessimo avere dei momenti esaltanti. Invece, ci sono cose che spesso sono sensazionali ma durano molto poco. Quindi il fatto semplicemente, dopo 10 anni, di esserci, è cosa veramente incredibile. Al 75% degli artisti famosi oggi ti assicuro che non succederà. Se ci siamo ancora, lo metto nella categoria top.

Quello che ci manca, invece, non lo vedo come un qualcosa di negativo, ma come un pregio del gruppo. Nel senso che siamo, un po’ per scelta e un po’ no, incapaci del successo, né psicologicamente, né culturalmente adatti al successo enorme. Noi siamo molto provinciali, non siamo predisposti a queste cose. Se analizzi la nostra discografia capisci che le scelte le si fanno ancora prima di cominciare. Tutti che dicono:”Ma perché non vai in tv, ma perché non vai a X Factor?”. Ma non è il nostro mondo. Con Ansia Capitale ce lo aspettavamo che non saremmo finiti in radio, né nella pubblicità del Cornetto Algida. Non è che lo rifuggo, perché se dovesse arrivare il successo sarei contento, ma so benissimo che, parlando di certe cose in un certo modo e suonando, producendo e scrivendo in un certo modo, facciamo delle scelte. E’ già previsto che sei fuori da certe cose. Se uno ci chiede:”Perché non siete andati in radio?” non capisce un cazzo, anche perché basta ascoltare qualche canzone nostra per rendersi conto.

Da pochissimo avete ripreso a fare concerti. Come vi sentite a riguardo?

Resistere al Covid come band è stato pesante. Noi eravamo in pausa da prima del Covid, abbiamo avuto una grande sfortuna: abbiamo tirato fuori il disco poco prima della pandemia. Questo vuol dire che abbiamo suonato pochissimo, perché eravamo fermi per scrivere Sumo, anche nei due anni precedenti al Covid. Abbiamo fatto un paio di concerti dopo Sumo, poi siamo andati in lockdown. E’ passato un sacco di tempo, non sapevo più se ero in grado di suonare su un palco, né se avevo voglia di farlo. Mi è uscito anche qualche capello bianco di più, ho messo su qualche chiletto,… Sono quelle ansie anticipatorie strane, di quando arriva un momento fatidico. Sentivamo un po’ di negatività, finché abbiamo fatto il secret concert per pochi intimi a Bologna, giusto per rompere il ghiaccio.

Abbiamo capito perché siamo ancora qua: perché è il nostro stare bene, è ciò di cui abbiamo bisogno, è come ci piace vivere. E’ un mondo molto difficile. Anche le persone estremamente popolari, quelli che crediamo avere una vita perfetta, in realtà si rompono tanto i coglioni. Ho visto un documentario su Lady Gaga e poverina, non vorrei essere lei neanche un minuto, quella povera ragazza soffre da morire la sua popolarità. Questo mestiere è difficile, però se ti senti di doverlo fare, non puoi farne a meno.

Avete fatto da sempre dell’incoerenza la vostra coerenza. Ora come ora, qual è l’etichetta che ti sentiresti di mettere sui Management?

Non saprei proprio… dai dico una cosa retorica che alla fine di un’intervista va sempre bene. Mi verrebbe da dire “amicizia“. Io e Marco siamo molto amici, siamo cresciuti insieme, andavamo a scuola insieme, siamo tutti i giorni assieme dalla prima elementare. Non so nemmeno più come facciamo a sopportarci. Abbiamo trovato un equilibrio bellissimo, un enorme rispetto fra di noi, non abbiamo mai litigato. Cerchiamo sempre un’amicizia anche con gli altri componenti del gruppo, che spesso variano (anche se spero non varino più), ma anche con il pubblico. Chi ci conosce sa com’è stare in camerino con noi, ma anche una giornata con noi. Vogliamo vivere questa storia, che spero durerà all’infinito, in questo modo, condividendo. Spesso viene voglia, a tutti i gruppi, di uscire come solisti, perché c’è spesso un membro che vuole imporre la sua personalità e la sua singolarità.

Noi non ne abbiamo bisogno, perché siamo così uniti da dire che io e Marco siamo una cosa sola. Nessuno dei due ha bisogno di affermarsi fuori dal gruppo, perché i Management siamo noi. Questo ci piace condividerlo con le persone che la pensano come noi, che vivono come noi, al di fuori delle cazzate del gourmet, dei soldi, dei vestiti, delle macchine. Insomma, un po’ in questo siamo selettivi: se non sei come noi, difficilmente facciamo amicizia. Abbiamo una vita sola e non mi va di sprecarla con persone che non parlano di cose che mi interessano. Quindi ci troviamo nei camerini con gli amici che ci portano il gorgonzola e noi che lo mangiamo con le mani: siamo villani, un po’ sporcaccioni,… Tutte queste cose così perché noi siamo così. Ma soffriamo anche molto, devo dire. Non so per quale motivo, ma la sofferenza è una delle tante cose in cui io e Marco siamo simili. Viviamo talmente male certe cose che appena arriva una gioia noi ce la vogliamo godere in un modo un po’ libidinoso. Lasciamo stare ciò che gira intorno alla musica, ma è proprio stare sul palco che è libidinoso, è un’esperienza quasi sempre sessuale. Mi fa impazzire.

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