Le canzoni di Fabrizio Moro hanno sempre avuto qualcosa di particolare, riescono a raccontare storie personali nelle quali, prima o poi, ognuno finisce per riconoscersi. È successo anche ieri, il 28 ottobre, al Fabrique di Milano, durante un concerto che ha attraversato anni di musica, emozioni e ricordi, dimostrando ancora una volta quanto sia forte il legame tra il cantautore romano e il suo pubblico. Perché certe canzoni, anche dopo tanto tempo, riescono ancora a emozionare come la prima volta.
Perché assistere a un suo live significa entrare in un universo in cui le parole non sono mai state scelte soltanto per accompagnare una melodia. Sono parole che pesano, che a volte fanno male, che sanno essere scomode e che, proprio per questo, riescono ad arrivare dove tante altre non arrivano.
La serata si apre con Matsby, giovane artista emergente scelto attraverso un contest lanciato sui social dallo stesso Fabrizio. Un’iniziativa che ha invitato nuovi talenti a inviare la propria musica, offrendo la possibilità di aprire un concerto del tour. Un gesto che racconta qualcosa di significativo del suo modo di intendere questo mestiere. Perché dare spazio a chi sta cercando di farsi ascoltare significa ricordarsi quanto sia difficile, soprattutto all’inizio, trovare qualcuno disposto a farlo davvero.
Poi arriva Fabrizio. E il Fabrique cambia improvvisamente dimensione.
Una scaletta che attraversa gli anni senza perdere intensità
L’inizio con “Un pezzettino”, brano storico rimesso in scaletta per la gioia dei fan storici, poi “Simone spaccia” e “Tu” mettono immediatamente in chiaro che non sarà una serata costruita soltanto intorno ai brani più conosciuti. Fabrizio sceglie di attraversare il proprio repertorio senza preoccuparsi di addolcirne gli spigoli, lasciando convivere rabbia, fragilità, ricordi e consapevolezze.
“Figli di nessuno” e “Ognuno ha quel che si merita” riportano al centro quella scrittura ruvida che ha sempre contraddistinto il cantautore romano. Una scrittura che non cerca necessariamente di piacere, ma di dire qualcosa. Anche quando quel qualcosa è difficile da ascoltare.
Eppure, la caratteristica più interessante di Fabrizio Moro è proprio questa capacità di passare dalla durezza alla delicatezza senza perdere credibilità. “È solo amore”, “Casa mia” e “L’eternità” cambiano il mood del concerto, mostrando quanto la sua musica sappia essere vulnerabile senza diventare fragile. Con “Il sole”, “Alessandra sarà sempre più bella” e “Melodia di giugno”, il passato non sembra qualcosa da celebrare con nostalgia, ma una parte ancora viva del presente. Le canzoni cambiano significato insieme alle persone che le ascoltano. E forse è proprio qui che si misura la forza di un repertorio capace di attraversare gli anni senza invecchiare davvero.
Quando si abbassa il volume, le emozioni fanno ancora più rumore
Uno dei passaggi più significativi della serata arriva con la parentesi unplugged, un momento che Fabrizio ama molto. Dopo “Non mi avete fatto niente” e “Superficiali”, il concerto cambia passo e lascia spazio a una dimensione più intima.
“21 anni”, “Il senso di ogni cosa”, “Eppure mi hai cambiato la vita”, “Sei tu” e “Sangue nelle vene” diventano il cuore emotivo di un racconto che, per qualche minuto, sembra non avere più bisogno di grandi arrangiamenti.
È in momenti come questi che emerge tutta la particolarità della scrittura di Fabrizio Moro. Le sue canzoni non raccontano un amore perfetto, una vita ordinata o persone che hanno sempre le risposte giuste. Raccontano piuttosto le contraddizioni, gli errori, le assenze e quella difficoltà profondamente umana di mettere ordine nei sentimenti.
“Eppure mi hai cambiato la vita” è uno di quei brani che sembrano crescere insieme a chi li ascolta. Ciò che un tempo poteva apparire come una semplice dichiarazione d’amore, con gli anni può trasformarsi nella consapevolezza che alcune persone continuano a esistere dentro di noi anche quando non fanno più parte della nostra quotidianità.
E “Il senso di ogni cosa” porta con sé una domanda che, in fondo, non smette mai di accompagnare nessuno. Quanto conta davvero ciò che inseguiamo, se poi non troviamo qualcuno o qualcosa capace di dare significato a tutto il resto? Non serve cercare risposte definitive. A volte basta una canzone che riesca a formulare le domande giuste.
La rabbia di chi non ha mai smesso di credere nelle proprie parole
Dopo la parentesi acustica, il concerto torna a mostrare il suo lato più elettrico. “Scatole”, il momento strumentale affidato alla batteria e a Nasa, “In un mondo di stronzi”, “Soluzioni” e “Sono come sono” riportano al centro un’energia diversa, più istintiva, quasi necessaria.
La band, con Danilo Molinari e Roberto “Red” Maccaroni alle chitarre, Luca Amendola al basso, Alessandro Inolti alla batteria e Claudio Junior Bielli al pianoforte, accompagna questa continua alternanza tra tensione e delicatezza.
Ma la rabbia di Fabrizio Moro non è mai stata soltanto rabbia. È spesso il modo più diretto che ha trovato per parlare di ingiustizie, delusioni e di quella sensazione di non riconoscersi completamente nel mondo che ci circonda.
Quando arrivano “Libero” e “Pensa”, diventa evidente quanto alcune canzoni abbiano superato il confine della carriera di chi le ha scritte. Sono diventate qualcosa che appartiene anche agli altri. Parole nate da un’esigenza individuale e trasformate, nel tempo, in una forma di coscienza collettiva.
“Pensa”, soprattutto, continua a ricordare quanto una canzone possa essere importante senza dover rinunciare alla propria identità artistica. Non è soltanto un brano da cantare insieme. È un invito a non abituarsi all’indifferenza. E dato che viviamo in un’epoca in cui tutto sembra consumarsi velocemente, ascoltare un artista che continua a dare così tanto peso alle parole assume un valore ancora più grande.
Trent’anni di musica e il coraggio di restare se stessi
Con “Portami via” e “Parole, rumori e giorni”, la parte conclusiva del concerto riporta in superficie altre sfumature di un percorso artistico che ha sempre avuto un filo conduttore preciso, l’urgenza di raccontarsi senza cercare scorciatoie.
Poi arrivano i bis. “Non ho paura di niente”, “Tutto quello che volevi” e infine “Pace”. Tre brani che, ascoltati uno dopo l’altro, sembrano racchiudere il senso di questa serata. La paura da affrontare, i desideri con cui fare i conti e quella pace che, forse, non coincide con l’assenza di problemi, ma con la capacità di accettare anche le parti più complicate di sé.
Il tour, Non ho paura di niente Live 2026, porta un titolo che sembra rappresentare molto più di una nuova fase discografica. Perché il coraggio, nelle canzoni di Fabrizio Moro, non è mai stato quello di chi non conosce la paura. È quello di chi la conosce fin troppo bene, ma decide comunque di andare avanti. E forse è proprio questo che continua a renderlo così vicino alle persone. Fabrizio non racconta la vita come dovrebbe essere, ma come spesso è davvero. Con le sue contraddizioni, i suoi momenti di bellezza e quelli in cui sembra impossibile trovare una direzione. È emersa ancora una volta la forza di un artista che non ha bisogno di reinventarsi continuamente per dimostrare di avere qualcosa da dire.
Perché ci sono canzoni che accompagnano un periodo della vita e altre che finiscono per accompagnarne molti, cambiando significato ogni volta che vengono riascoltate.
E quando un concerto riesce a far incontrare tutte quelle versioni di noi stessi, quelle che eravamo, quelle che siamo e quelle che stiamo ancora cercando di diventare, smette di essere soltanto uno spettacolo. Diventa qualcosa che resta.









