Non è una parabola semplice, quella del produttore. Soprattutto quando, dopo aver contribuito a definire il suono di un’intera generazione, arriva il momento di fermarsi e chiedersi quale sia il proprio. E Chris Nolan sembra averlo capito bene. È stato tra i protagonisti di una stagione che ha ridisegnato i confini del rap italiano e della trap, allora in affermazione, lavorando con Ghali, Izi, Sfera Ebbasta e Rkomi, e costruendo soprattutto con Tedua un sodalizio artistico culminato in Mowgli, uno dei dischi più rappresentativi del rapper genovese e dell’intero genere.
Ecco allora che per anni Nolan ha dato forma alle visioni degli altri, costruendo un immaginario sonoro che, proprio come il suo nome d’arte ispirato al regista Christopher Nolan, ha sempre avuto qualcosa di cinematografico. Eppure, quello che lui stesso definisce un «sovraccarico creativo» lo porta a confrontarsi con una fase difficile di introspezione, da cui prende lentamente forma La tavola dell’umore, il suo primo producer album. Uscito il 23 ottobre per Sony Music, questo è un viaggio tra anima e subconscio. Nel ruolo di traghettatore, l’artista richiama metaforicamente l’immaginario dantesco già esplorato da Tedua in La Divina Commedia, album del 2023 a cui ha contribuito come produttore e direttore artistico. È anche da quell’esperienza che prende forma l’esigenza di dare spazio a una visione più personale, attraverso il suo primo album solista.
Con La tavola dell’umore, il produttore che per anni ha contribuito a raccontare le storie degli altri sceglie di esporsi in prima persona. Lo fa accompagnato da collaboratori di lunga data, come Tedua e Jake La Furia, e da voci più giovani, come quelle di Sayf e Sarah Toscano. È il racconto di chi, dopo aver contribuito a costruire tante storie, arriva alla consapevolezza di dover fare i conti con la propria.
Vorrei partire dall’intro del tuo album, in particolare da una frase che mi ha colpita molto: “Al di là del tempo, al di là del senso, esiste solo ciò che siamo, io e te”.Questi “io” e “te” a cui si rivolge la voce narrante sono due facce di una stessa persona?
“Esatto: non sono altro che l’anima e il subconscio. L’intro, in un certo senso, è il racconto della copertina. La materia bianca a livello metaforico è un bagliore, una luce. All’inizio, nel buio, questa luce viene soltanto anticipata; verso la fine dell’intro, invece, esce fuori il bagliore vero e proprio. Se la si ascolta con attenzione, l’intro spiega il significato della copertina e allo stesso tempo introduce il percorso tra il blu, il bianco, il nero e il buio: una ricerca tra anima e subconscio, che devono ritrovarsi e rivedere la propria personalità per quello che è, non per quello che appare.”
Come nasce questo studio psicologico alla base dell’album? C’è una necessità autobiografica dietro questo progetto?
“Assolutamente sì. Sono interessato a queste tematiche, anche se non pretendo di affrontarle come farebbe un filosofo o uno psicoterapeuta. Tutto è nato da un sovraccarico creativo ed emotivo che mi ha portato a sentire la necessità di sviluppare un progetto personale. In poche parole, è stato un percorso di ricerca e di scoperta. C’è stato un processo che mi ha condotto fino alla definizione della tavola dell’umore. Il concept, e quindi il titolo, mi ha aiutato molto: è stato uno dei primi tasselli e mi ha permesso di procedere con le idee più chiare, mantenendo un filo logico nel racconto e nel viaggio tra anima e subconscio.”
C’è stato un incontro che ti ha dato l’impulso iniziale?
“No, non c’è stato un riferimento preciso da cui è partito tutto. Come dicevo, si tratta di una ricerca di me stesso, per arrivare a ciò che sono veramente.”
Passando alla tua carriera, hai prodotto alcune delle tracce più importanti del rap degli ultimi anni. Si arriva ad un punto in cui inizia a pesare essere chi sta dietro alle canzoni, senza essere necessariamente associato dal pubblico al risultato finale?
“Non direi che mi sia pesato: forse non è il termine più adatto. Quello che ho sempre cercato di fare, e forse è qualcosa in cui sono riuscito attraverso questo progetto, è dare la mia interpretazione del brano. Non sempre la visione del produttore viene rispecchiata pienamente nella combinazione tra musica e testo. Per me, che sono una persona a cui questo sta molto a cuore, è sempre stato motivo di una certa insoddisfazione non riuscire a sentirmi rappresentato al cento per cento nel risultato finale.”
Il pensiero va inevitabilmente al tuo sodalizio con Tedua che dura ormai da anni. In quel caso sei riuscito da subito a trovare un equilibrio?
“Dipende molto dai periodi e da come ci troviamo. Il rapporto tra me e lui è una questione che cambia nel tempo. Alla fine, però, la musica è anche uno scambio di fiducia: io devo fidarmi di te e tu devi fidarti di me. Se questo non succede più, l’incantesimo si rompe. È fondamentale mantenere un equilibrio. Credo che, quando si riesce a preservare questa purezza nel rapporto, la musica venga quasi da sé. È un po’ quello che è successo, soprattutto all’inizio, con La ballata del ragno.”
Questo equilibrio cambia quando lavori su un progetto in cui devi interpretare una visione che, come nel caso del tuo album, è interamente tua?
“Può cambiare, ma bisogna sempre tenere conto di chi ha scritto il testo e delle ragioni per cui lo ha scritto. Puoi decidere di dare più peso a un elemento rispetto a un altro, ma non puoi ignorare la visione di chi ha creato quella parte del brano. Altrimenti rischi di ritrovarti nella stessa situazione che vivo io quando produco un beat che non rientra in un progetto particolarmente personale o in una collaborazione molto stretta. La stessa cosa può succedere a un rapper o a un cantante. Bisogna trovare sempre il giusto equilibrio tra le parti.”
Il processo creativo per i vari brani che produci è sempre lo stesso?
“Può cambiare completamente. Dipende dall’energia che ha l’artista in studio, dal fatto che io sia da solo o in compagnia, che mi trovi nel mio studio o in un altro ambiente. Una delle cose che mi disturba maggiormente è quando un’atmosfera che sto cercando di costruire viene interrotta o alterata da fattori esterni. Questo può portarti verso un altro mood, oppure farti passare del tutto la voglia di lavorare.”
Come è stata la lavorazione di questo album, nello specifico?
“In tanti modi diversi. A volte partivo da suoni che non avevano assolutamente nulla a che vedere con quello che sarebbe diventato l’album; altre volte, invece, iniziavo suonando la batteria che avevo in studio. Mi capitava di suonarla e di portare i brani verso un’acustica completamente diversa, per poi riprendere il lavoro da un’altra prospettiva. Ho sperimentato molto, sia a livello di generi sia nel rapporto con me stesso, con il mio studio e con i musicisti che collaborano con me. È stato un processo fatto di tanti tentativi, attraverso i quali ho cercato di capire quale fosse la direzione giusta.”
Quando capisci che un pezzo è pronto? Arriva un momento in cui ti senti di aver raggiunto quello che volevi?
“Da alcuni punti di vista, una canzone potrebbe essere modificata all’infinito. Come in tutte le cose, però, bisogna saper riconoscere il momento in cui si è raggiunto un limite e bisogna mettere un punto. Per me, il criterio fondamentale è la soddisfazione: finché non sono soddisfatto, continuo a lavorarci. È molto semplice.”
Sei critico con te stesso?
“Abbastanza, ma dipende dall’emozione. Posso creare un suono semplicissimo che ogni volta che lo ascolto mi fa venire la pelle d’oca. Al contrario, posso lavorare con un’orchestra straordinaria, con alcuni dei musicisti più bravi in circolazione, e non provare la stessa sensazione. È qualcosa di molto soggettivo e imprevedibile.”
C’è stato un evento preciso che ti ha fatto capire che volevi vivere di musica?
“È successo quando ero ancora piccolissimo. Ho saltato molta scuola per dedicarmi alla musica: probabilmente avevo già capito quale fosse la mia strada.”
C’è qualche artista che ti ha ispirato particolarmente da bambino?
“Certo. Il mio idolo è ancora oggi Phil Collins: mi ha sempre colpito la sua energia, ma ci sono stati tanti altri riferimenti. Penso, per esempio, a Rick Rubin, che considero un maestro della musica e che già allora aveva una filosofia di approccio al lavoro molto particolare. E poi i Dire Straits, Lucio Battisti e tanti altri. Ho avuto radici musicali importanti, che mi hanno permesso di avvicinarmi a questo mondo con una certa qualità e consapevolezza. Credo che questo abbia fatto la differenza nel mio percorso.”
Quindi sei partito da grandi riferimenti della storia della musica. Anche il tuo rapporto con la batteria si inserisce in questo percorso?
“In realtà ho imparato a suonare la batteria tardissimo, appena due anni fa, e ho imparato con i Red Hot Chili Peppers, quindi da tutt’altra prospettiva. Però il senso è quello della scoperta dello strumento. Se hai voglia di imparare e ti piace quello che fai, ogni strumento ti permette di scoprire qualcosa di nuovo, sia nella vita sia nell’approccio al tuo lavoro.”
Gran parte della musica oggi segue tendenze determinate dai social network. Che rapporto hai con questa immediatezza? Ti senti anche tu parte di questo meccanismo o lo vivi con una certa distanza?
“Se devo fare un paragone con La tavola dell’umore, il messaggio del progetto è quello di credere in se stessi e fregarsene delle apparenze. I social, invece, spesso rappresentano esattamente il contrario. Le due cose non vanno molto d’accordo. Allo stesso tempo, però, i social sono diventati un passaggio quasi obbligato: in un modo o nell’altro, siamo tutti costretti a confrontarci con questo mondo. Bisogna imparare a filtrare ciò che vediamo e a non lasciarsi condizionare troppo.”
E in che modo ci si può tenere fuori, secondo te?
“La musica si misura anche dal vivo. Io sono un produttore, quindi il mio rapporto con i concerti è diverso da quello di un artista che sale sul palco, ma credo che i live siano il modo per comprendere davvero la qualità di ciò che sentiamo.”
Le canzoni oggi hanno sempre meno tempo per catturare l’attenzione e vita sempre più breve, sostituite eternamente da altri brani più virali. Come vivi questa situazione, come produttore per te stesso e per altri artisti?
“Stiamo vivendo un periodo in cui tutto corre veloce. Oggi abbiamo strumenti che ci permettono di lavorare più velocemente e di realizzare molte più cose in meno tempo, di conseguenza secondo me il mercato si sta anche un po’ saturando di cose che abbiamo già sentito tante volte. Ma sono convinto che ci siano emergenti che riusciranno a conquistare lo spazio che meritano.”
Ce n’è qualcuno che ti senti di consigliare?
“Parlo molto bene di Latrelle, che ha una grande energia, e di Sayf. Hanno tutti qualcosa da raccontare, così come Harmann, Alkhazar e sono contento di aver portato la loro energia nell’album.”
Esiste una parte del processo creativo che una macchina non potrà mai replicare, o prima o poi, rischieremo di essere completamente sostituiti dall’ia?
“È un discorso che mi mette un po’ di tristezza. Se pensiamo a strumenti come Claude e ad altre tecnologie che stanno diventando capaci di svolgere moltissime attività, è plausibile che si sviluppino sistemi in grado di intervenire anche nella produzione musicale. Potremmo arrivare ad avere strumenti capaci di occuparsi del mix e del mastering, oppure di prevedere se un brano avrà successo. Sto ragionando anche su scenari che oggi non sono ancora del tutto realizzati, ma credo che alcune di queste possibilità diventeranno concrete. Non nego di averla sperimentata. Se devo uscire dai miei schemi e non ho un violinista in studio, per esempio, posso farmi aiutare dall’IA a sviluppare una composizione per violino e a ottenere un suono che mi permetta di avere un’idea di come potrebbe funzionare. Da questo punto di vista è una svolta. Ma, se voglio essere coerente con il mio lavoro, quel violino deve poi essere suonato da un musicista.”
Non pensi, però, che anche in futuro gli ascoltatori continueranno a cercare questa sensibilità? Che, al di là della tecnologia, avranno comunque bisogno di emozionarsi attraverso la musica?
“Certo, ma il problema è un altro: se l’ascoltatore non si accorgerà che quella sensibilità è artificiale, allora sarà un problema. Se riusciranno a creare qualcosa che emoziona le persone e gli ascoltatori ne saranno colpiti senza rendersi conto che è stato fatto da una macchina, noi musicisti saremo finiti. Se tutti pensiamo di risparmiare tempo perché l’intelligenza artificiale ci fa la canzone, rischiamo di perdere le emozioni, la sensibilità e le sensazioni. Rischiamo di perdere proprio la sensibilità musicale, e quindi anche una parte dell’evoluzione della composizione.”









