Coez a Pompei: dal Rooftop all’Anfiteatro, una notte di emozioni

da | Lug 12, 2026 | #Cromosomiintour

Coez porta “From the Rooftop” nell'Anfiteatro di Pompei. Tra nuovi arrangiamenti, ricordi, rap e grandi cori collettivi, il cantautore romano regala una serata intima e suggestiva, immersa nella storia.

Arrivare poco prima del tramonto e veder pian piano riempire l’Anfiteatro di Pompei con quei colori dorati, ci ha fatto capire fin da subito che quella che stava per iniziare sarebbe stata una serata decisamente suggestiva. Camminare sui ciottoli dell’arena aveva già il suo perché.

D’altronde ci sono luoghi che rischiano di prendersi la scena ancora prima che inizi la musica e L’Anfiteatro degli Scavi di Pompei è sicuramente uno di questi.

Così inizia la nostra serata dell’11 luglio, per la sesta tappa del BOP – Beats of Pompeii. La storia millenaria dell’arena ha incontrato quella, decisamente più recente ma ormai lunga più di dieci anni, di From the Rooftop di Silvano Albanese, in arte Coez.

Un sold-out meritato e per lo stesso artista romano motivo di grande emozione in quello scenario così suggestivo. Lo ricorda più volte dal palco: suonare a Pompei era un sogno. Farlo proprio nel giorno del suo compleanno ha reso la serata ancora più speciale.

Un concerto che dai tetti arriva all’arena di Pompei

Sul palco il cantautore romano è accompagnato da sei musicisti, storici e meno storici compagni di viaggio, protagonisti di un lavoro di ri-arrangiamento che porta il repertorio in una nuova dimensione. La presenza del violino aggiunge profondità e, in alcuni momenti, rende l’atmosfera quasi cinematografica.

D’altronde From the Rooftop nasce proprio dalla necessità di spogliare le canzoni, riportarle alla loro essenza e farle vivere in luoghi e forme differenti. Un progetto che attraversa ormai da oltre dieci anni la carriera di Coez e che nel 2026 è arrivato al suo terzo capitolo.

Un format ormai noto ai fan di Coez che ha pubblicato i suoi brani riarrangiandoli dai tetti di Roma, per le prime due edizioni, e poi a Firenze in quest’ultima uscita da cui il tour estivo prende il nome, From the Rooftop 3, per l’appunto.

Il concerto sarà una celebrazione del suo progetto From the Rooftop, dagli esordi all’ultima uscita.

E se per anni quelle canzoni hanno preso vita sui tetti delle città, a Pompei sembrano trovare una nuova casa. Dal rooftop all’anfiteatro, il passaggio è meno distante di quanto possa sembrare.

Dieci anni di canzoni, una scaletta che racconta

Lo spettacolo si apre con “Faccio un casino”, ma basta poco per capire che quello di Pompei non sarà il classico live di Coez.

Poi si va avanti con “Niente da nascondere”, “Blatte”, “Ci vuole una laurea”, “Il tempo vola”, “Qualcosa di grande”.

La scaletta attraversa presente e passato senza seguire necessariamente una linea cronologica.

È lo stesso Coez a fare da collante. Parla con il pubblico, presenta i brani, racconta aneddoti e riporta alla memoria il momento in cui alcune canzoni sono nate.

Si continua con “La tua canzone”, “Come nelle canzoni”, “Quelli come me”, fino ad arrivare a “Cielo di sabbia”. Il coinvolgimento emotivo del pubblico è sempre più evidente, e anche Silvano sempre più padrone del palco e delle emozioni.

Trova spazio tra i racconti anche una piccola riflessione di Coez legata al mercato musicale contemporaneo, sempre più veloce, ossessionato dalla ricerca della hit e soprattutto del nuovo.

Ma Coez sembra invece voler andare nella direzione opposta: inseguire le canzoni vere, anche quelle rimaste ai margini o che non hanno avuto lo spazio che meritavano. È questo l’incipit per “Non dire no”, proposta in una delle sue prime volte dal vivo.

Nessuna rincorsa alla viralità, nessuna necessità di forzare il momento: solo una canzone che, evidentemente, aveva ancora qualcosa da dire.

Coez e i ricordi che tornano al rap

Non a caso uno dei momenti più intensi della serata arriva nel cuore del concerto, quando sul palco si rievoca il primo From the Rooftop. La band abbandona la scena e Coez resta solo con lo storico chitarrista, Gaspare Lorenzoni.

Bastano loro due per “Lontana da me” e “Verso altri lidi”, brano di Fabri Fibra che, come ricorda lo stesso Coez, mancava dai suoi live da circa dieci anni.

Un momento di rap autentico per nostalgici, dice dal palco. Ed è davvero così. Per qualche minuto si torna alle origini, prima delle grandi platee, prima delle hit cantate da migliaia di persone. Voce, parole e quell’attitudine rap che Coez non ha mai realmente abbandonato.

Poi arriva “Domenica”. E subito dopo Coez lascia spazio al pubblico che intona “Yo mamma”.

Le voci riempiono l’Anfiteatro e per qualche minuto la cornice di Pompei diventa ancora più bella, se mai fosse possibile. È uno di quei momenti difficili da raccontare senza rischiare la retorica. Ma l’emozione è tangibile e la dimensione raccolta ma amplificata del concerto fa il resto. Una cassa armonica di voci e qualche lacrima.

Silvano osserva, ascolta e coordina il pubblico con naturalezza.

Tra plagio e profano

È proprio il rapporto che costruisce tra un brano e l’altro a diventare uno degli elementi più riusciti dello show. Un’atmosfera da racconti e ricordi raccolti tra amici. E tra i racconti c’è anche spazio per ridere.

Prima di “Vorrei portarti via”, Coez racconta che il testo era nato su una melodia già esistente.

Il problema? Inciderla in quella forma avrebbe probabilmente attirato qualche attenzione di troppo sul fronte del plagio.

Per non essere portato dentro“, scherza e rida.

Ma Pompei diventa l’occasione giusta per recuperare l’idea originale. Un piccolo esperimento, a metà tra confessione e gioco musicale, che racconta anche qualcosa del processo creativo dietro una canzone.

La band parte con una melodia dei Pink Floyd e scusate se è poco, Coez ci canta sopra le parole di “Vorrei portarti via”.

Coez, il gladiatore tra i sedili

Scusate ma l’immagina romana del gladiatore nell’arena col suo pubblico è di facile evocazione per un romano come Coez che calca tra il pubblico il terreno dell’Anfiteatro pompeiano.

Così infatti Silvano dopo “Terra bruciata” porta “Ali sporche” tra la folla.

Passeggia nell’arena, attraversa la sua gente e canta tra le gradinate. È uno dei momenti più visivi del concerto.

Ci si avvicina ormai alla fine del live con “Mal di te”, “Margherita”, “Le luci della città” ed “È sempre bello”.

Il pubblico canta ed è coinvolto. Anche se resta seduto. Ed è forse questo l’unico vero tasto dolente del concerto.

Per tutta la serata il pubblico rimane sostanzialmente incollato ai sedili.

Una condizione probabilmente legata anche alla natura del luogo, all’organizzazione degli spazi e ai comprensibili vincoli di un sito archeologico così importante.

Eppure, soprattutto nei momenti più energici, viene naturale desiderare un pubblico in piedi, più fisico, libero di seguire il concerto anche con il corpo. La voce, però, c’è. E si sente.

La musica questa volta c’è eccome

Il gran finale non può che passare per “Le parole più grandi” e arriva inevitabilmente a “La musica non c’è”.

A cantarla è praticamente tutto l’Anfiteatro. Potrebbe essere la chiusura perfetta.

Ma c’è ancora spazio per un ultimo momento collettivo, questa volta fuori dal repertorio di Coez.

Partono le note de “Il mio canto libero” di Lucio Battisti e ancora una volta è il pubblico a diventare parte dello spettacolo.

Si chiude così una serata fatta di musica, ricordi, emozioni e suggestioni visive, coordinate da Coez con una naturalezza che rende il concerto più vicino a un lungo racconto che a una semplice successione di brani.

Merito anche di un’organizzazione, quella di BOP, capace di gestire un evento non semplice in un luogo così ricco di storia e, inevitabilmente, di vincoli. Quindi chapeau davvero, a tutti.

Aggiungo anche del merito all’impianto acustico, di un suono davvero ottimo, nitido e ben amplificato. Poi, certo, l’Anfiteatro di Pompei ci mette del suo. D’altronde, in fatto di acustica, gli antichi sembravano aver capito qualcosa prima e meglio di noi.

Regalatevi una serata così, ne vale davvero la pena, molto più degli stadi caotici e delle distese ardite per ri-citare Battisti.

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