James Blake si chiede: se nella musica oggi è tutto finto, cosa ci resta?

da | Lug 8, 2026 | News

Le parole di James Blake negli ultimi giorni hanno scosso Internet, accendendo una polemica sul reale potere dei musicisti nell’industria internazionale nel 2026.

“Non c’è un singolo aspetto che non sia falsificato nel 2026”: ce lo dice James Blake con una storia su Instagram amaramente sincera, ma di cui probabilmente aveva bisogno.

Ad essere attaccata da Blake non è solo la logica degli algoritmi e dei numeri social che oggi dominano i ritmi di uscita di album e dischi e influenzano le classifiche. Sotto l’invettiva finisce anche il giornalismo (o quello che dovrebbe essere considerato tale):

“Non ci si può fidare di una recensione perché blog e riviste hanno smesso di guadagnare. I giornalisti vengono pagati dalle case discografiche.”

Quando a dirlo è un artista che ha avuto già un enorme successo mondiale, l’impatto è decisamente pesante.

Ma prosegue, parlando anche della recente polemica emersa a proposito di agenzie di Marketing incaricate di creare finti profili social per spingere brani sugli algoritmi di Instagram e TikTok:

“Non ci si può fidare dei commenti perché sono pieni di falsi account che scrivono ‘oh mio Dio, che voce!’ per creare un effetto carrozzone.
Non ci si può fidare dei numeri di YouTube perché le case discografiche li comprano.
Non ci si può fidare degli streaming perché le etichette pagano le fabbriche di bot per aumentare la visibilità
.”

Le sue non sono solo parole, ma una scelta concreta. Blake infatti ha pubblicato quest’anno il suo primo album completamente da indipendente, dal titolo “Trying Times“. La decisione di tornare indipendente parla chiaro: la direzione è quella di non piegarsi più alle logiche che tolgono potere agli artisti.

In questo scenario, infatti, i musicisti giocano un ruolo estremamente marginale proprio nel mercato che dovrebbero occupare con maggiore influenza. Una logica su cui Blake non è d’accordo da tempo. Nel 2015 aveva già dichiarato:

“L’industria è impostata per togliere qualsiasi potere agli artisti che vi entrano. Penso che molti artisti siano portati a credere che non sono loro quelli che hanno davvero potere di scelta.”

Il problema per un artista emergente è proprio questo. Per anni cerca di farsi conoscere, di suonare ovunque, di raggiungere la grande opportunità di farsi conoscere da una major (la quale avrà chiaramente molti più mezzi per promuovere la sua musica). Poi, quando ci arriva, si rende conto che il prezzo da pagare è molto più alto di quello economico: è un prezzo di identità, di autenticità, di lealtà a sé stessi.

Blake oggi può permettersi di prendere questa posizione perché è già un artista conosciuto al grande pubblico e la sua notorietà può “vivere di rendita”. Ma lo stesso non si può dire per qualsiasi artista emergente si avvicini a una major oggi.

C’è un’altra cosa di cui non ci rendiamo conto.

Il funzionamento così distorto di queste dinamiche di mercato ha un impatto anche sulle emozioni degli artisti. Ecco perché Blake termina la sua riflessione dicendo:

“Se sei un artista, ricorda che non c’è un singolo aspetto del sistema che non sia falsificato nel 2026. Probabilmente stai andando meglio di quanto pensi.”

Guardando numeri assurdi e artisti che sembrano arrivare al successo dopo un percorso breve ed esplosivo, molti artisti potrebbero sentirsi “indietro”, non all’altezza, in ritardo. Ma dovremmo ricordare che questa è solo un’illusione.

Nonostante lo scenario non sia dei più confortanti, è importante che artisti di qualsiasi calibro continuino a prendere una posizione analoga (se la condividono, ovviamente).

Le logiche dell’industria musicale possono ancora cambiare, se a chiederne una modifica sono i suoi reali protagonisti: artisti e ascoltatori.

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