La rivoluzione sottovoce di “What’s Going On”

da | Mag 21, 2026 | News

What's Going On di Marvin Gaye compie 55 anni, un titolo che porta con sé una domanda ancora attuale.

What’s Going On sembra una domanda. Ma il punto interrogativo non c’è, né nel titolo dell’album, né in quello della canzone. Marvin Gaye non voleva soltanto chiedere cosa stesse succedendo, voleva raccontarlo, farcelo sentire. Pubblicato il 21 maggio 1971 da Tamla, storica etichetta discografica della Motown Records, è il suo undicesimo album in studio. Cinquantacinque anni dopo, resta il disco che ha cambiato la storia della musica soul e, forse ancora prima, ha cambiato lui.

Prima di arrivarci, Marvin Gaye era già uno dei volti più riconoscibili della Motown. Nato a Washington nel 1939 come Marvin Pentz Gay Jr., aveva aggiunto più tardi una “e” al cognome, anche per prendere le distanze dal padre, un pastore pentecostale severo e violento, con cui aveva sempre avuto un rapporto difficile e che, alla vigilia del suo quarantacinquesimo compleanno, lo avrebbe ucciso. La chiesa era stata il suo primo luogo musicale, il posto in cui aveva imparato a usare la voce come disciplina e rifugio.

Negli anni Sessanta, quella voce era diventata una delle più eleganti della Motown Records. Brani come “How Sweet It Is (To Be Loved by You)” e “I Heard It Through the Grapevine” lo avevano trasformato in una star, raffinata, riconoscibile, perfetta per parlare al grande pubblico. Ma proprio quell’immagine, costruita intorno a canzoni d’amore e singoli impeccabili, iniziava a stargli stretta. La morte di Tammi Terrell nel 1970, sua partner in duetti come “Ain’t No Mountain High Enough”, lo segna profondamente. Il ritorno del fratello Frankie dal Vietnam porta dentro la sua vita privata il trauma della guerra. Intorno, l’America è attraversata da razzismo, povertà, violenza e proteste. Marvin Gaye non riesce più a cantare l’amore come se il mondo non stesse bruciando. What’s Going On nasce esattamente lì, nel punto in cui una voce bellissima smette di voler essere soltanto bella.

“What’s Going On:” quando una canzone diventa una frattura nella storia Motown

È da questo periodo di buio che nasce il singolo What’s Going On, pubblicato nel gennaio del 1971. La prima scintilla arriva da Renaldo “Obie” Benson dei Four Tops, colpito dalla violenza della polizia su alcuni manifestanti contro la guerra in Vietnam a Berkeley, in California, nel maggio del 1969. Benson inizia a lavorare al brano con il compositore Al Cleveland, poi la canzone arriva a Marvin Gaye, che la riscrive, la fa sua e la produce in prima persona. Ne viene fuori qualcosa di lontanissimo dalla formula Motown. Non è una canzone d’amore o una ballad costruita per accontentare le radio, ma un brano che parla di guerra, violenza, proteste e smarrimento collettivo. Dentro ci finiscono anche le testimonianze del fratello Frankie, tornato dal Vietnam, e il clima di rabbia e sfiducia che attraversava gli Stati Uniti in quegli anni.

Il brano si apre con un brusio di voci e saluti che danno subito l’impressione di una comunità riunita, viva, confusa. Poi entra il groove, morbido e circolare, costruito sul basso quasi improvvisato di James Jamerson, che, si racconta, registrò la sua linea sdraiato per terra in studio, insieme al sax di Eli Fontaine, alle percussioni, ai cori e a una voce che non urla mai. Marvin non vuole costruire un brano che protesti soltanto, vuole far entrare l’ascoltatore dentro quel clima. La canzone sembra accoglierlo prima ancora di metterlo davanti alla guerra, alla violenza e alle proteste.

Quando Berry Gordy, fondatore della Motown Records, ascolta il brano per la prima volta, lo considera troppo politico e rischioso, arrivando secondo diverse ricostruzioni a definirlo “the worst thing I ever heard in my life”. Nonostante la sua opposizione, il singolo viene pubblicato nel gennaio del 1971 e riscuote un successo immediato.

Da lì nasce il disco What’s Going On, pubblicato solo pochi mesi dopo, nel maggio del 1971. È un concept album che scorre come un unico pensiero, quasi senza interruzioni, dove ogni brano sembra rispondere a quello precedente. Marvin parte da una domanda e la trasforma in un viaggio fatto di guerra, famiglia, povertà, ambiente, fede e sopravvivenza quotidiana. Il tono però resta sempre lo stesso, dolce, caldo, quasi sospeso. È questo il paradosso più potente dell’album. Marvin Gaye canta un mondo che cade a pezzi, ma lo fa con una voce e un suono che sembrano volerlo tenere insieme. Non respinge l’ascoltatore con la gravità di ciò che racconta, ma lo accompagna dentro attraverso una sonorità accessibile e di immediata presa.

Un album che protesta senza mai alzare la voce

Dopo l’apertura affidata al brano What’s Going On, What’s Happening Brother porta subito quella domanda in una storia più precisa. È lo sguardo, ispirato anche all’esperienza di Frankie Gaye dopo il Vietnam, di un reduce che prova a rientrare nella vita di tutti i giorni e trova lavoro, rapporti, casa e futuro improvvisamente incerti e diversi da come li aveva lasciati.

Flyin’ High (In the Friendly Sky) sposta invece il dolore su un piano più intimo, a tratti sospeso, affrontando la fuga e la dipendenza senza mai renderle spettacolari. Poi arrivano Save the Children e God Is Love, dove la preoccupazione per il futuro si mescola a una spiritualità semplice, quasi disarmata.

Mercy Mercy Me (The Ecology) è forse il momento in cui What’s Going On mostra con più chiarezza quanto fosse avanti rispetto al suo tempo. Marvin parla di inquinamento, sovrappopolazione, sfruttamento delle risorse e di un pianeta sempre più ferito dall’uomo. Dentro non c’è solo una preoccupazione ecologica, ma l’eco di un’epoca in cui anche la guerra aveva lasciato cicatrici sulla natura. Eppure, anche qui, la melodia resta limpida, quasi dolce. Marvin ripete “Mercy, mercy me” come una preghiera, come se chiedesse agli uomini di ascoltare finalmente quello che la natura sta provando a dire.

Subito dopo Right On allunga il passo oltre i sette minuti, aprendo il disco a una dimensione più jazzata e permissiva, quasi un suono latin soul, dove le conga costruiscono un groove ipnotico mentre Marvin alterna rabbia e tenerezza, parlando di chi ha ancora la voglia di lottare e di chi invece si lascia trascinare. Wholy Holy invece riporta tutto a una forma di preghiera comunitaria, con archi avvolgenti e cori che sembrano usciti da una chiesa. È il cuore spirituale del disco, il momento in cui Marvin chiede unità non come slogan, ma come gesto di fede.

Alla fine arriva Inner City Blues (Make Me Wanna Holler), uno dei brani più famosi dell’album e anche il suo momento musicalmente più cupo. Marvin Gaye racconta i ghetti americani, le difficoltà dei giovani che provano a sopravvivere in quartieri segnati da povertà, frustrazione, tasse, violenza quotidiana e assenza di prospettive. Il suono si fa più scuro e ipnotico, sostenuto dal basso e dalle percussioni, mentre la voce resta morbida ma si carica di una tensione nuova. Il disco non si chiude con una risposta, ma con un grido trattenuto. Marvin continua a non urlare, e proprio per questo la sua denuncia resta addosso.

“What’s Going On” è un classico che non ha smesso di parlare al presente

A cinquantacinque anni dalla sua uscita, What’s Going On continua a sembrare un disco di oggi. Lo è nei temi, perché parla di guerra, povertà, violenza, razzismo, giovani emarginati e distruzione dell’ambiente con una lucidità che non ha perso forza. Basta pensare a Mercy Mercy Me (The Ecology): chissà cosa avrebbe pensato Marvin Gaye davanti alla crisi climatica di oggi, alle temperature estreme e agli ecosistemi consumati. E davanti alle tensioni geopolitiche che, in contesti diversi, ci riportano alle stesse domande. Ma il disco resta attuale anche nel suono. La sua miscela di soul, jazz, gospel, pop e orchestrazioni morbide continua a essere accessibile e modernissima, capace di parlare a chi cerca un album politico ma anche a chi si lascia prendere semplicemente dalla musica.

Marvin Gaye non ha messo un punto interrogativo, perché voleva raccontare, non solo chiedere. Ma la domanda è rimasta lì, sottintesa, semplice e gravosa, e cinquantacinque anni dopo continua a interrogarci.

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