Sacro di Serena Brancale contiene gli ultimi tre anni di musica dell’artista pugliese. Un album che finisce per essere un assemblaggio di canzoni senza filo conduttore, con un’esasperazione del Sud e dei suoi stereotipi e un po’ troppe ripetizioni di “La zì” sparse qua e là che suonano molto cringe.
Eppure, ridurre tutto a questo sarebbe ingeneroso. Perché dentro questo progetto c’è anche un dato piuttosto evidente: il talento. E soprattutto c’è un lavoro, non così comune in Italia, su generi come R&B e soul, che qui faticano ancora a trovare spazio. In questo senso, il merito di Serena Brancale è enorme: contribuire a rendere più visibile una scena e, indirettamente, a far crescere anche chi si muove nella stessa direzione: un esempio è il brillante EP “Luna Piena” di Ainé, Filippo Bubbico e Lauryyn.
Più che un vero album, Sacro è una raccolta: più di metà dei brani era già uscita prima. Questo rende il progetto meno coeso, ma anche più leggibile come fotografia (o meglio, collage) di un percorso.
Dentro questo collage, “Anema e Core” resta il punto più alto. È una canzone in cui tutto funziona alla perfezione: la scrittura, la produzione e soprattutto quella capacità di tenere insieme jazz, soul e identità locale senza che nessuno degli elementi prenda il sopravvento. È, probabilmente, la sintesi più riuscita del lavoro di Serena Brancale, una sorta di best of racchiuso in tre minuti.
Il confronto con l’altro pezzo sanremese, “Qui con me”, è impietoso. Quest’ultimo ricorda molto certi brani di Giorgia, ma senza l’unica cosa che rende Giorgia unica, cioè la voce: e quindi finisce per sembrare una versione meno incisiva di qualcosa di già sentito.
“Solo un’ora” parte con le stesse incertezze, ma riesce a recuperare grazie all’ingresso di Gregory Porter, che dà profondità e direzione al brano. La presenza di Sayf, invece, resta più defilata: funziona, ma si perde un po’ senza lasciare il segno.
Tra i pezzi già noti, “Stu Cafè” (uscito nel 2024) è quello che più di tutti merita una seconda vita. Qui la combinazione tra R&B, soul e jazz è particolarmente efficace, e l’uso del dialetto barese non è solo estetico ma musicale, integrato nel ritmo e nelle sonorità.
Diverso il discorso per “Capatosta”, sempre del 2024: la versione con Alborosie sembra guardare al reggae con un’operazione un po’ nostalgica, fuori tempo, una moda passata.
Con “Aquello” si intuisce invece una direzione più strategica: quella verso il mercato spagnolo e latinoamericano. Il featuring funziona e il brano ha un potenziale che va oltre i confini italiani, seguendo una strada già battuta da artisti come Laura Pausini ed Eros Ramazzotti. Rimane anche un bellissimo omaggio a Omara Portuondo (95 anni), figura mitologica e diva del Buena Vista Social Club.
“Al mio paese” torna su territori più familiari, sia musicalmente che tematicamente, riprendendo la linea di “Anema e Core”. Qui le collaborazioni con Levante e Delia hanno un senso più chiaro: aggiungono profondità e contribuiscono a costruire un racconto più articolato. Un bel pezzo, che per mezza Italia rimarrà una canzone spensierata, divertente ed estiva, mentre per l’altra metà avrà anche una vena nostalgica.
Un po’ il contrario di “Serenata”, nata e finita come hit superficiale e dimenticabile. La presenza di Alessandra Amoroso è una scelta intelligente per aggredire una platea di pubblico più ampia e “in target”, ma non arricchisce la canzone in nessun modo.
Nel complesso, quello di Serena Brancale è un progetto irregolare, ma a suo modo importante. Non tanto per la sua compattezza (che manca) quanto per il tentativo, riuscito almeno in parte, di portare al centro della scena italiana un linguaggio musicale che qui è ancora ai margini. E che, proprio per questo, ha bisogno di artisti disposti a insistere, anche a costo di sbagliare.
La voglia di sperimentazione di Serena Brancale sembra inesauribile. È uno degli aspetti più riconoscibili del suo percorso, ma anche uno dei più rischiosi: perché sperimentare, per definizione, significa muoversi in un territorio incerto, dove non tutto funziona allo stesso modo.
È probabile che chi ha maggiore familiarità con R&B e jazz riesca a trovare nei 16 brani di Sacro più livelli di lettura, dettagli e riferimenti. E in effetti il disco sembra parlare soprattutto a quel tipo di ascolto, più attento e abituato a cogliere sfumature che altrove passerebbero inosservate.
Allo stesso tempo, quando si scelgono strade poco battute, può essere utile darsi una direzione più netta. Non necessariamente per semplificare, ma per evitare che la varietà diventi dispersione.
In Sacro, a tratti, questa sensazione emerge: quella di un progetto che accumula idee senza sempre riuscire a tenerle insieme. E quando succede, il rischio è che l’ascolto perda un po’ di orientamento.
Sacro di Serena Brancale: tracklist e featuring
- Maria
- Serenata feat. Alessandra Amoroso (2025)
- Anema e Core (Sanremo 2025)
- Qui con me (Sanremo 2026)
- AL MIO PAESE feat. Levante, Delia
- La Zia (2024)
- Solo Un’Ora feat. Sayf, Gregory Porter
- Stu Cafè (2024)
- Fuera
- Gitana feat. Richard Bona
- Bésame Mucho feat. Gregory Porter & Delia (Sanremo 2026)
- Capatosta feat. Alborosie (2024)
- Baccalà (2024)
- Magic Puglia (2025)
- Aquello con Omara Portuondo & Pamela
- Bariamore










