FRESH TALENT: MATTEO ALIENO

da | Mar 31, 2026 | FRESH TALENT

Nel nuovo capitolo della nostra rubrica Fresh Talent, Matteo Alieno ci racconta del suo nuovo disco: Stare al mondo. Un viaggio esistenzialista nei pensieri di un giovane alle prese con la vita

Stare al mondo” è il nuovo album di Matteo Alieno, cantautore romano che racconta la vita con l’innocenza di un bambino e le paure di un adulto.Lo abbiamo “incontrato” virtualmente un lunedì mattina, che si è rivelato insolitamente più calmo del solito, sarà stata la sua voce pacata: un giovane atipico, che vuole vivere coi suoi tempi, ascoltandosi, ma soprattutto ascoltando gli altri. Per comprendere profondamente la complessità del nuovo disco, lo abbiamo sviscerato insieme, percorrendo le tracce e i temi principali.

Stare al mondo è un titolo impegnativo per un album, come l’hai scelto?
«Io cercavo un titolo da tantissimo, quasi sempre mi venivano in mente titoli esistenzialisti. Parlo molto dell’affrontare la vita, soprattutto la mia. Volevo un titolo che rappresentasse la sfida della sopravvivenza, però avevo dei titoli troppo pomposi.  Ho scritto con Fulminacci Nessuno sa stare al mondo, siamo stati ore e ore a parlare a confrontarci e parlare della vita ed è venuto fuori questo titolo. Non volevo però usare il nome della canzone, ed è nato Stare al mondo

In Protagonista racconti che vorresti vivere da turista, come vive un turista?
«Nella mia esperienza, quando sei in vacanza ti sembra tutto bello. Io vivo a Roma, per andare a lavorare è un delirio, ma immagino che un turista la veda come un posto stupendo. Mi sono chiesto come fosse la vita da turista, senza dover scegliere, da spettatore.»

Tratti l’esistenzialismo con curiosità o c’è un malessere dietro?
«Sicuramente è partito da una sofferenza, quando una persona si mette a scavare può trovare qualsiasi cosa. Io spesso mi sono trovato a parlare con tanti amici che fanno terapia, soprattutto con il mio migliore amico Gustavo. Con lui parlo molto dei traumi, del come affrontare le difficoltà che ci trasciniamo dall’infanzia. Quando uno si mette a scavare ad un certo punto deve risalire e fare pace con te stesso. Io non ci sono ancora riuscito, e spero che a 35 anni ascolterò questo disco felice di aver risolto alcune cose.” 

Tu hai un animo molto sensibile, come vivi l’essere artista e l’industria discografica?
«Io devo dire che sul palco trovo la mia dimensione, sono felice, non provo ansia. Penso che succeda perché il palco mi catapulta sul presente, non penso al futuro o al passato, sto nel qui ed ora. L’industria è molto difficile indubbiamente, richiede un ritmo che non si sposa bene con l’essere artista, almeno per come la vedo io.

Io faccio musica per raccontare la mia visione del mondo, cercando i miei simili. Spero di raggiungere le persone giuste, non per forza tante, ma chi riesce a capirmi. Sul palco racconto le mie fragilità e ci tengo ad avere ai concerti delle persone simili a me.  La discografia dovrebbe capire che non tutti i numeri sono uguali: diecimila streaming veri, di persone legate ad un artista, possono valere molto di più di centomila ascolti randomici o passivi.»

In Chi vince che vince parli di tristezza. In un contesto sociale caratterizzato da una finta positività come ti sei adattato a vivere ed accettare la tristezza?
«… mi rassegno. Ad un certo punto vedo che giornate stanno passando lo stesso, se sono triste tutti i giorni sto scegliendo io di esserlo, quindi devo tirarmi per i capelli e darmi verso. Secondo me la felicità e la tristezza sono entrambe molto importanti se provate veramente. La vera tristezza è molto importante, ed è importante provarla. Non bisogna cadere nei meccanismi della nostra epoca, dove ciò che dovrebbe rendere felici o tristi viene filtrato e banalizzato.»

Partendo dall’immaginario del pezzo Persone, c’è qualcosa che hai imparato osservando tante persone diverse? E cosa augureresti a chi si sente come te?
«Ho imparato che tante persone in realtà si sentono sole, forse tutte. D’altra parte però siamo tutti circondati da altre persone, a volte mi chiedo perché tutti noi non ci giriamo e diciamo: eh ma pure tu stai così?

L’altra volta stavo al concerto di Nico Arezzo, ad un certo punto ha chiesto al pubblico di guardarsi e ballare. È stato un momento assurdo, tutti abbiamo ballato insieme senza conoscersi e le solitudini si sono unite. 

In fondo è questo che penso, le persone, compreso me, ogni tanto dovrebbero guardarsi e capire che ci si deve perdonare.»

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