È uscito ieri, venerdì 13 marzo, Calcinacci: il quarto album in studio del cantautore romano Fulminacci, dopo il quale possiamo dire che la sua rottura l’abbiamo sofferta tutti.
Brillante, ironico, retrò, Fulminacci si è sempre distinto per una penna sincera ma mai scontata, romantica ma cinica quando vuole esserlo, stavolta però getta le armi per mettersi a nudo. Dopo La vita veramente, Tante care cose e Infinito+1, Calcinacci vuole essere un disco diverso, più emotivo e personale.
Il successo di Stupida sfortuna a Sanremo ha sicuramente spianato la strada all’artista, che annuncia un disco e un tour nei palazzetti che sta andando da Dio, indubbiamente in Italia amiamo i cantautori romantici.
Un manuale per cuori infranti
I primi tre singoli: Casomai, Sottocosto e Niente di particolare, avevano sicuramente fatto trapelare qualcosa sul tema del disco, sempre in linea col mood dell’artista ricco di cori e “schitarrate”, ma con un sapore dolce amaro. Il nuovo arrivo quindi presagiva già un clima malinconico, dove la classica leggerezza con cui Fulminacci espone grandi questioni esistenziali, viene sostituita dai sentimenti di un ragazzo dopo una lunga rottura.
Non è semplice raccontarsi in maniera così profonda ed esplicita, ma al giorno d’oggi essere sensibili è un atto di coraggio.
Calcinacci è veramente strutturato come un mosaico: tredici pezzi connessi, ma ognuno di essi indispensabile per la riuscita del disco. Le produzioni di Golden Years contribuiscono moltissimo a caratterizzare il disco, che risulta più pop degli altri. Non un pop commerciale, sofisticato, elegante come è solito fare il produttore. È un progetto diverso rispetto a quelli precedenti: in brani come Canguro, Tattica, Tommaso, Tutto inutile, spiccava questa fantasia dell’autore nel creare un personaggio tutto suo, ma oggi Fulminacci vuole raccontare i suoi stati d’animo, non rinunciando alla sua classe.
Cosa si fa quando ci si lascia?
Lo raccontano le canzoni: prima quella persona ti sembra Indispensabile, poi dici Maledetto Me e alla fine addici tutto alla sfortuna forse. Il featuring con Franco 126 è sicuramente una tra le tracce più emozionanti:
“E lo sai, certe piccole parti di noi
Sono solo per chi le dimentica“
Indubbiamente questa coppia è riuscita a farci sentire anche la mancanza del primo fidanzatino delle elementari.
Probabilmente il pezzo più caratteristico dell’album è Tutto bene. Una chitarra, dei violini e una dichiarazione dove niente sembra più speciale, e probabilmente niente va bene, ma è in queste emozioni che la vita assume significato.
Da qualche parte in Italia è fra le canzoni più particolari: un piano che si ripete, mood un po’ calcuttiano, ma con il solito effetto tormentone di Golden Years, non riesci a non ascoltarla a ripetizione. Ma c’è un’eccezione in questo disco, in una traccia infatti appare il contributo di Ok Giorgio, inconfondibile in Nulla di Stupefacente. Delicata, riflessiva, con una chitarra insistente ma calda, dei pianoforti sospesi e alla fine, null’altro di stupefacente da raccontare, ma è giusto così.
Il disco si chiude con l’Avventura: perché adesso per lui è una nuova vita, un nuovo capitolo dove l’artista sta imparando a vivere di nuovo, con dei calcinacci in mano, ma la possibilità di riscoprire il mondo come se fosse la prima volta.









