Jay Santos e il futuro del movimento latino in Italia: l’intervista

da | Dic 22, 2025 | Interviste

Intervista a Jay Santos: un dialogo intenso, lucido, sorprendentemente umano, capace di raccontare non solo un artista, ma una visione culturale che guarda dritta al futuro del movimento latino in Italia.

Jay Santos è una delle figure più riconoscibili del panorama latino in Europa: artista, performer e oggi anche costruttore di visioni. Nato in Colombia e cresciuto tra Italia e Spagna, ha trasformato il dialogo tra culture in un linguaggio musicale capace di attraversare confini, club e generazioni. Jay Santos non ama le definizioni rigide, e lo si capisce subito. Nato a Bogotá e cresciuto tra Roma e Madrid, il suo percorso personale e musicale è un continuo attraversamento di confini. L’Europa non è stata solo un luogo di lavoro, ma uno spazio di formazione emotiva e culturale. L’Italia, in particolare, ha lasciato un segno profondo: qui Jay scopre la musica, studia strumenti, assorbe la tradizione melodica anni ’90 e costruisce quella sensibilità che oggi convive con i ritmi latini più viscerali.

Quando parla delle sue origini, non c’è nostalgia, ma consapevolezza. La Colombia resta il cuore pulsante, la famiglia, le feste, la cumbia che torna ogni Natale. L’Europa, invece, è la palestra dove tutto questo ha preso forma, diventando linguaggio condivisibile. È in questo equilibrio che Jay si definisce un ponte: non un artista diviso, ma un corpo unico fatto di più identità che convivono senza conflitto.

Jay Santos: songwriting camp e playlist. Come costruire una scena

Uno dei passaggi più interessanti dell’intervista riguarda il lavoro “dietro le quinte”. A novembre 2025 Jay ha voluto portare a Milano un’esperienza già diffusa all’estero: un songwriting camp capace di mettere allo stesso tavolo artisti italiani attivi nel mondo latin e talenti latinoamericani cresciuti in Italia. Non un evento vetrina, ma giorni di studio vero, confronto, scrittura condivisa.

È qui che emerge una parola chiave: movimento. Jay osserva una scena ricca di talento ma spesso frammentata, e sceglie di agire creando connessioni reali. La stessa logica guida la playlist Spotify ITA-LATINO: non una semplice raccolta di brani “caldi”, ma una mappa sonora che racconta affinità, influenze, dialoghi possibili tra mondi apparentemente lontani. Un gesto curatoriale che diventa anche culturale, capace di educare l’ascolto e stimolare curiosità.

Anthem Avenue: un’idea di industria diversa

Guardando al 2026, il nome che ritorna è Anthem Avenue. Più che una label tradizionale, il progetto nasce come risposta a errori già visti nel passato. Jay parla apertamente di ego, di occasioni mancate, di movimenti che avrebbero potuto crescere di più se solo avessero lavorato insieme. L’obiettivo ora è opposto: creare uno spazio che tuteli gli artisti, valorizzi il talento e lavori con trasparenza.

Anthem Avenue vuole essere una casa, non una gabbia contrattuale. Un luogo dove la musica nasce da un confronto sano e dove l’unione non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. In un’industria che spesso divide, Jay sceglie di unire, forte di un’esperienza che lo ha portato dai club europei ai grandi palchi internazionali.

Il live come esperienza totale e uno sguardo avanti

Anche dal vivo Jay Santos non si ferma a una formula sola. Cantante e DJ nello stesso momento, costruisce show ibridi che fondono elettronica, reggaeton, dembow e latin tech. Il format “T”, presentato anche durante la Milano Fashion Week 2025, racconta un’idea precisa di spettacolo: immersivo, fisico, contemporaneo. Non un concerto tradizionale, ma un’esperienza che parla il linguaggio del clubbing globale.

Quando si guarda avanti, Jay è ottimista. Vede un pubblico italiano sempre più coinvolto, capace di cantare in spagnolo senza barriere, e una nuova generazione di artisti pronta a ispirarsi al mondo latino con ambizione internazionale. La responsabilità, dice, è anche umana: trasmettere valori, creare unioni, lasciare qualcosa che vada oltre le hit.

L’intervista a Jay Santos

In collegamento da Madrid, Jay Santos ci risponde in videochiamata con l’energia di chi è sempre in movimento. Tra uno studio e un viaggio, la conversazione scorre naturale, intima, senza filtri: un dialogo a distanza che annulla i chilometri e diventa il punto di partenza per raccontare visioni, musica e futuro.

Oggi come ti senti: più un artista latino in Europa o un ponte culturale tra mondi diversi?

“È una bella domanda. Oggi mi sento un po’ entrambe le cose. Mi sento molto europeo perché vivo da dieci anni in Europa, tra Italia e Spagna: questo fa parte della mia crescita come persona e come artista. Ma le mie origini latine restano fortissime, perché fino ai dieci anni sono cresciuto in Colombia, e quelle sono le mie radici. Sono colombiano al cento per cento e mi sento latino. Mi sento un ponte tra queste due culture, perché le ho entrambe profondamente dentro di me: quella latina, con cui sono cresciuto in famiglia ascoltando musica come cumbia e vallenato, e quella italiana, che mi ha formato dai dieci anni in poi. È un mix molto presente nella mia identità.”

A novembre hai organizzato un songwriting camp negli studi Art&Music. Ci racconti com’è nato e che tipo di esperienza è stata?

“È stato molto bello. Negli anni ho fatto diversi songwriting camp con Sony e altre realtà, in Portogallo, a Madrid e a Miami, e sentivo il bisogno di portare questa esperienza anche in Italia. Vedo tantissimo talento: artisti italiani che fanno musica latina, ma anche ragazzi di origine ecuadoriana, peruviana o colombiana che sono cresciuti qui, parlano italiano e sono italiani nel modo di essere. Ho capito che c’è uno spazio enorme per il movimento latino in Italia e ho voluto creare una sinergia. A Milano abbiamo fatto tre o quattro giorni di songwriting camp con artisti, produttori e autori molto forti. È stata un’esperienza importante anche per loro e, poco alla volta, sta nascendo un vero movimento italo-latino.”

Nel 2026 arriverà Anthem Avenue: più che una label, una visione. Che tipo di ecosistema vuoi costruire oggi nel panorama italiano?

“In questi tredici anni di carriera ho visto spesso tanto ego tra gli artisti. Nel movimento elettrolatino in Spagna, con artisti come Juan Magan, José de Rico, Henry Méndez, Dasoul, Dani Romero e me stesso, non abbiamo lavorato abbastanza insieme, ed è stato un errore. Guardando invece movimenti come quello portoricano del reggaeton, ho capito che la forza sta nell’unione. In Italia vedo dinamiche simili: ego, divisioni, anche a causa di un certo tipo di business che non vuole unire. Con Anthem Avenue voglio evitare gli errori del passato: unire artisti di talento in una struttura che li rispetti, senza contratti sbilanciati e senza sfruttamento. Oggi i giovani sono informati, capiscono il business. Serve trasparenza per lavorare serenamente e fare buona musica, altrimenti non è possibile.”

Nel nuovo live show canti e fai anche DJ set. Quanto è importante oggi per te unire queste due dimensioni?

“Io faccio il DJ dal 2015. Ho iniziato perché in Europa spesso non c’erano le condizioni per portare in giro un live completo, così ho cominciato a suonare e mi è piaciuto molto quel tipo di energia. Nel 2026 stiamo sviluppando un nuovo format che si chiama ‘T’, già presentato durante la Fashion Week di Milano al club di Philipp Plein. È un mix di elettronica, tech house latina, reggaeton e dembow. Per questo unisco il ruolo di cantante e DJ: non ho mai visto davvero un DJ che canta o un cantante che fa il DJ in questo modo. È qualcosa di originale e penso possa funzionare molto bene.”

In studio invece su cosa stai lavorando in questo periodo?

“In studio abbiamo circa otto canzoni pronte, in generi molto diversi: pop commerciale, elettronica, latin tech, merengue elettronico, reggaeton e pop. C’è anche un brano molto rock, stile Bruno Mars, in spagnolo e inglese. Sto lavorando con produttori italiani, spagnoli e latini di Miami, Porto Rico e Repubblica Dominicana. Stiamo sperimentando anche con il dembow e l’afrobeat, che in Europa funzionano tantissimo.”

Guardando al futuro, tra cinque anni come immagini il movimento latino in Italia e in Europa?

“Io ho visto il movimento latino nascere dall’inizio. Con ‘Caliente’, nel 2013, il suono latino-elettronico era qualcosa di totalmente nuovo in Europa. Oggi invece il latino fa parte di tutto: vedo il pubblico italiano cantare in spagnolo senza nemmeno parlare la lingua. Lo spagnolo è diventato quasi una lingua universale, come l’inglese. Tra cinque anni il movimento sarà fortissimo, forse anche più della trap italiana, perché la lingua italiana limita un po’ l’export, mentre lo spagnolo è internazionale. In Italia ci sono stile, moda e professionisti incredibili: con la musica in spagnolo gli artisti possono competere tranquillamente a livello globale.”

Molti giovani artisti oggi guardano al mondo latino come fonte di ispirazione. Senti una responsabilità verso le nuove generazioni?

“Sì, sento molta responsabilità. Ho un figlio di diciannove anni e una figlia di sei, e quando hai dei figli cambi completamente prospettiva. Devi trasmettere valori più profondi, non solo messaggi superficiali legati alla festa, al sesso o alle droghe. Vedere mio figlio cantare canzoni molto commerciali che magari non hanno un bel messaggio a volte mi fa stare male. Per questo sento il bisogno di dare qualcosa di più profondo e di trasmettere contenuti veri.”

Se tra dieci anni qualcuno dovesse raccontare Jay Santos non per le hit, ma per l’impatto umano e culturale, cosa vorresti che restasse?

“Negli anni ho capito che non deve esserci conflitto tra l’artista e la persona: sono la stessa cosa. Se canti cose che non vivi, non sei credibile. Vorrei che restasse chi sono come persona. Voglio creare unioni e dare energia positiva. Dopo anni difficili ho capito che bisogna crescere, unire le persone e dare amore. Se ogni persona che incontri se ne va con un sorriso o con un’energia positiva, allora stai facendo qualcosa di buono. E tutto questo, piano piano, si somma.”

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