FRESH TALENT: Giulia Mei

da | Lug 22, 2025 | FRESH TALENT

La possibilità di abbandonare le proprie certezze per far spazio alla potenza creativa del disordine: è questo il fulcro dell'ultimo album di Giulia Mei, Io Della Musica Non Ci Ho Capito Niente. Abbiamo discusso con lei del significato di questo disco, dell'importanza delle sue origini e della connessione con i suoi ascoltatori.

“Una dichiarazione d’amore al disordine”: così Giulia Mei, cantautrice e pianista di origini palermitane trapiantata a Milano, definisce il suo ultimo album Io Della Musica Non Ci Ho Capito Niente.

Il suo è un successo arrivato all’improvviso, grazie alla viralità della canzone “Bandiera”, divenuta vero e proprio simbolo musicale della lotta al patriarcato. Il brano fu scelto anche come colonna sonora ufficiale delle manifestazioni del 25 novembre.

Ma su questa partenza in quinta, Giulia Mei ha saputo costruire un percorso consapevole e strutturato, che ha permesso al pubblico di conoscerla a partire da un punto molto importante: i suoi valori. Sono questi che la identificano, che si riconoscono chiari in ogni suo brano: la lotta femminista, ma anche l’attaccamento alle proprie radici, il bisogno di vivere la propria giovinezza, di sbagliare, senza cedere alle pressioni dei tempi contemporanei.

Giulia Mei racconta:

“Volevo solo fare un disco pieno di vita ordinaria, il diario di una bambina che parla di tutto senza preoccuparsi della forma, senza sovrastrutture, volevo colorare fuori dai bordi, giocare. Questo disco lo dedico a chi, come me, non sa funzionare, se non con i suoi propri unici ingranaggi”.

Giulia Mei ragiona su una ristrutturazione di musica e consapevolezza

Durante una brevissima pausa nel mezzo del suo tour estivo, abbiamo avuto il piacere di parlare con Giulia Mei. Dall’evoluzione della sua musica al significato e alle conseguenze, per lei e per il suo percorso musicale del successo di “Bandiera”, abbiamo discusso dei temi che affronta nel suo ultimo disco.

Iniziamo dal titolo del tuo ultimo disco Io Della Musica Non Ci Ho Capito Niente. Un titolo interessante, una dichiarazione molto particolare: da dove nasce e cosa significa?

“È una vera e propria dichiarazione. Io dico sempre che è una dichiarazione di intenti, è una dichiarazione di amore al disordine, che è stata un po’ lo spunto che ha dato il via a un percorso che in realtà dura da anni, di ricerche e messe in discussione di tante cose che credevo di sapere o credevo di avere mie, della consapevolezza che a volte il sapere mi ha incatenata in preconcetti o paletti sulla musica, aspettative che non mi permettevano di fare l’unica cosa che la musica dovrebbe fare, cioè essere profondamente libera.

Tutto nasce da questa voglia di recuperare un modo di pensare e creare musica in maniera veramente autentica, rimescolando tutte le cose che io ormai in 20 anni di studio di musica avevo imparato. Anche riprendermi la voglia di giocare con la musica che mi ha permesso di mescolare mondi distanti: in questo disco c’è la musica classica, che è lo spunto musicale da cui ho cominciato, il cantautorato che è stato il leitmotiv di tutte le mie ricerche e ultimamente è arrivata anche l’elettronica, che è la musica che mi ha riportato la voglia di sperimentare e di riprendermi la libertà musicale autentica. Anche nella copertina del disco c’è questa voglia di invertire, ritornare al caos invertendo le lettere delle parole per dire che si può ripartire dal disordine, dal caos, e ritrovare un nuovo ordine.”

Come mai dici “ultimamente è arrivata l’elettronica”, da dove è arrivata?

“Negli ultimi anni è arrivata, come accade per tutti i cantanti e musicisti, dall’ascolto, dal guardarsi intorno, avere curiosità. La musica elettronica è un genere che nasce veramente dalla pratica pura, da uno spirito di sperimentazione enorme. Mi ha riconsegnato la voglia di sperimentare in maniera quasi fanciullesca, insieme a una serie di strumenti che prima non avevo.
Io nasco al pianoforte e alla voce, poi è arrivata la computer music e l’utilizzo dei synth e ho ritrovato lo spirito così spontaneo di scrivere e mescolare elementi anche in cui non avevo competenza così profonda come posso averla nella teoria del solfeggio o negli elementi del pianismo, la musica che ho studiato. Semplicemente quella è musica che ho conosciuto ascoltando in modo un po’ infantile: è proprio questo che mi ha permesso di giocarci a 360°. Mi sono ripresa la libertà di non capirci niente e ripartire proprio da questo non capirci niente, una sorta di manifesto della nuova musica che sto scrivendo.”

Tu hai studiato al Conservatorio, un percorso che parte quindi da un ambito “classico”. In quanta parte questo disco è una ribellione alle formalità del Conservatorio e invece in quanta parte conserva quegli insegnamenti classici?

“Non c’è né totalmente una voglia di ribellarsi o abbandonare il mondo classico, perché è un mondo che in questo disco c’è. Io sono felice di aver studiato quella musica perché mi ha dato tanto, anche a livello di approccio. Dico sempre che mi ha dato quella punta di rigore che molto spesso mi è servita, ma anche di libertà perché in realtà è una musica che ha tanta libertà. Quel mondo lo porto dentro di me e, una volta superata l’aspettativa e l’imperativo legato alla forma, ho voluto recuperarlo con occhi e spirito nuovo. Questo percorso mi ha dato la possibilità di rivivere e amare questa straordinaria musica facendola dialogare con un mondo tutto nuovo, appunto la dubstep, la drum and bass. C’è un pezzo nel disco che si chiama Mozrat (proprio per continuare questo gioco di parole) dove faccio dialogare una sonata di Mozart con la drum and bass. Mi sono stupita di come così tanti mondi musicali possano dialogare in una nuova forma. Non ci sono limiti: i limiti ce li imponiamo sempre noi, sia nella musica che nella vita di tutti i giorni.”

In questo album la parte musicale sembra molto “fatta per te”, appunto per una sperimentazione che nasce da un desiderio puramente personale di provare a fare qualcosa di completamente diverso. Al contrario, i testi sono improntati molto sul dialogo e sulla connessione col tuo pubblico, perché parli di temi delicati che possono toccare l’intimità di molte persone.

“È vero, mi piace molto questa cosa che hai detto. Nella musica mi sono presa il mio spazio e ho cercato una cifra completamente mia, non nasce dal desiderio di compiacere l’esterno o stare in una forma che funzioni. Infatti per questo io dico sempre che questo è un disco che non sa funzionare e lo dedico alla gente che non sa funzionare se non con i propri ingranaggi. Nella parte testuale ho invece proprio bisogno di connettermi con le persone.”

L’album contiene pezzi che scavano molto nel profondo, ricordi ed esperienze molto intime (penso ad esempio a “Mio Padre Che Non Esiste”). Hai già dichiarato che questo tipo di scrittura ti è servito a trasformare il dolore in qualcosa di osservabile. Ma cosa provi nel condividere queste emozioni così intime con chi ti ascolta? Non ti fa sentire troppo esposta?

“Sono tutte canzoni che nascono con lo spirito di un dialogo, anche in live, quando suono e canto imposto tutto come fosse un dialogo, mi piace che ci sia un ritorno: sono esperienze umane, non possono mai essere autoriferite perché sono le esperienze della famiglia, dell’amore, del dolore, sono cose che viviamo insieme. Ho voluto sicuramente mettermi a nudo però per me, e penso per tutte le persone che fanno questo mestiere di mettere su carta le emozioni, è qualcosa di necessario.
Dico sempre che vorrei somigliare di più alle canzoni. La canzone “Mio Padre Che Non Esiste” sento che sia uno dei modi migliori per esprimere questo dolore della malattia di mio padre, la depressione. Superata la paura di metterti a nudo, c’è la consapevolezza di avere qualcosa che parla di te. E poi è bello perché molto spesso parla anche degli altri.”

Qualcuno ti ha mai scritto o cercato per dirti grazie di questo?

“Sì, tanta gente, più di quanta potessi mai immaginare. È questa la magia che accade: non è più la tua canzone, la tua storia, diventa un modo per sapere che non sei solo.

È anche lo spirito con cui è nata “Bandiera”, che nasce da un disagio mio ma poi ho sentito di non essere la sola a provare questa rabbia e queste emozioni di paura e disagio e la voglia di cambiamento.
Io poi sono una che parla tantissimo. Io parlo anche da sola, ad alta voce. Qualcuno potrebbe pensare che sono pazza ma io ho bisogno di parlare anche attraverso la mia musica, con le persone.”

Le radici, il primo album e l’evoluzione di Giulia Mei

Spesso ritorna anche il tema delle tue radici, ad esempio nell’uso del dialetto, per esempio in “Un Tu Scuiddari” e “A Picciridda Mia”. Ho sentito dire a volte che ci sono delle espressioni dialettali che rendono esprimibile qualcosa che in lingua puramente italiana non lo sarebbe. Che ruolo ha il dialetto nella tua musica?

“Anche per me ha questa funzione. Ci sono delle cose intraducibili o che perdono la metà dello spirito di quello che dico, non solo nella musica ma nella vita proprio. Ad esempio io parlo in palermitano soprattutto quando mi arrabbio: quel sentimento lì può parlare solo quella lingua.
Per me cantare in palermitano è una valorizzazione della lingua. Questa valorizzazione è arrivata col tempo perché purtroppo c’è un immaginario atroce che associa il dialetto a un immaginario negativo, ad esempio alla malavita o a un’umanità deprecabile. Invece il dialetto è bello e va dissociato da questo immaginario. Rivalorizzarlo con la musica per me è stato bello. Il palermitano è una lingua tanto dolce quanto aspra e a volte dura. In “Un Tu Scuiddari” ad esempio mi restituisce la durezza di questo monito: di non scordare le proprie origini. “

Cosa cambia in quest’album rispetto al tuo precedente lavoro “Diventeremo Adulti”? E come sei cambiata tu come artista e come individuo rispetto al 2019?

“Ho perso una vena di illusione in qualche modo: negli anni c’è stata più disillusione e cinismo e una vena ironica più amara. L’ironia in effetti l’ho sempre avuta e crescendo l’ho mantenuta.
In “Diventeremo Adulti” volevo parlare proprio della possibilità di crescere e diventare adulta ma mantenendo sempre una parte bambinesca dentro di noi.
Quello era un disco molto folk, oggi c’è un taglio molto più elettronico che però comprende sempre anche il mondo classico, al piano. Sento che in questo disco ho osato molto di più anche per quanto riguarda la forma canzone: qui c’è una forma canzone meno classica.
“Diventeremo Adulti” è comunque un disco a cui sono molto legata e che fa parte del mio percorso. Ne vado ancora molto fiera anche se musicalmente e testualmente non aderisce più alla Giulia di oggi.”

Adesso sei nel bel mezzo del tuo tour estivo. Che cosa hai provato fin ora in questo viaggio e cosa ti aspetti dalla sua prosecuzione?

“È stato bellissimo, ma quando mi chiedono cosa mi aspetto declino sempre questa parola, meglio dire cosa mi auguro, perché aspettarsi qualcosa ci incatena un po’ in aspettative che non sono un toccasana. Mi auguro che continui ad andare come sta andando: incontrare le persone, cantare le mie canzoni insieme a loro, ricevere tutto questo calore e questo ritorno di emozioni, questa connessione profonda che sto vivendo. Nel tour abbiamo date fino a ottobre, anche con nuove tappe che annunceremo a breve. Tra poco uscirà anche l’ultima traccia del disco, che è un feat insieme a Mille, che precederà l’annuncio delle date autunnali. Io nel frattempo sto lavorando anche al nuovo disco, perché quando scrivi un disco che ti piace come quest’ultimo è come se dovessi subito rimetterti all’opera ed essere sicuro che, dopo quello che hai appena fatto, tu sappia scrivere ancora. Quindi sono sempre a lavoro.”

Che cosa dovrebbe aspettarsi chi viene a vedere un live di Giulia Mei?

“Io dico sempre che è un dialogo che però passa attraverso diverse atmosfere ed emozioni. Ti rispondo dicendoti quello che mi dice la gente quando finisce il concerto e mi viene a salutare: “io stasera ho ballato e dopo un secondo ho pianto, com’è possibile?”
Io cerco sempre di creare intimità anche quando c’è un palco più alto perché mi piace che la gente possa sentirsi sempre vicina a me.

Ci sono tanti momenti, momenti dove si balla e ci si estranea dalla realtà e momenti più intimi. Anche musicalmente si mischiano molti suoni: io sono al pianoforte però ho anche il synth, ci sono due elementi ritmici, uno più classico che suona la batteria acustica ma anche drum pad e questo ragazzo straordinario, un beatboxer, Vezeve, che suona anche il synth. Ci si può aspettare questo: un insieme di emozioni diverse intriso di dialogo e intimità.”

Io Della Musica Non Ci Ho Capito Niente – Summer Tour

Partita il 31 maggio da Padova, Giulia Mei sta attualmente attraversando l’Italia in lungo e in largo con il suo Summer Tour. Come ci ha raccontato lei stessa, le date sono in continuo aggiornamento e arriveranno fino ad ottobre. Esattamente come la sua musica, l’esperienza live di Giulia Mei rispecchia non solo una commistione unica di generi musicali, ma anche di emozioni. Il live è pensato come un flusso di coscienza, una narrazione ricca anche di brani strumentali che accompagnano la strada tra una canzone e l’altra, tra uno stato d’animo e l’altro, tra il minimal e il caos più totale. Oltre al beatboxer già menzionato durante la nostra intervista, Vezeve (Luca Zeverini), la accompagneranno Dario Marchetti, alle drums e al synth e Vittorio Di Matteo alla cura dei suoni.

Quello di Giulia Mei non è un semplice live, ma un dialogo, una condivisione di esperienze, emozioni, vissuti, la cui evoluzione non è mai determinata esclusivamente dalla presenza dell’artista, ma dall’energia che si crea insieme al pubblico che, come ci ha raccontato Giulia, ama restituirle il calore che l’esperienza del concerto ha donato loro.

Attendiamo dunque presto l’annuncio di nuove date, che porteranno Giulia Mei su altri palchi con la sua musica che sa di cultura, radici, identità, valori solidi, sperimentazione e tanta passione.

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