1920: il jazz secondo Achille Lauro

da | Dic 4, 2020 | Recensioni album

Esce in una notte in scala di grigi 1920, l’ultima escursione storica di Achille Lauro. Continuando il suo viaggio nei tempi e negli spazi della musica del Novecento, il rapper romano guida un progetto dedicato ai ruggenti anni Venti. Una release che può far nascere una riflessione sul rapporto fra immagine, immaginario e contenuto. Lauro […]

Esce in una notte in scala di grigi 1920, l’ultima escursione storica di Achille Lauro.

Continuando il suo viaggio nei tempi e negli spazi della musica del Novecento, il rapper romano guida un progetto dedicato ai ruggenti anni Venti. Una release che può far nascere una riflessione sul rapporto fra immagine, immaginario e contenuto.

Lauro De Marinis

Aspettando lo scoccare della mezzanotte, in attesa dell’uscita di questa nuova release, ho lavato i piatti. L’ho fatto ripercorrendo la discografia di Achille Lauro e ascoltando alcune interviste rilasciate da questo grintoso protagonista della nostra scena musicale. L’intento era quello di capire cosa ci fosse stato prima e dopo quel Sanremo 2019, nel quale il rapper romano ha incontrato una piena consacrazione artistica. Volevo capire quale fosse l’impalcatura estetica e professionale che reggeva tanto le sue performance, quanto le sue hit consumate dalla miriade di riproduzioni su Spotify. 

Prima di tutto, ho capito che Achille Lauro è prolifico come John Grisham e ha l’intelligenza imprenditoriale di Quincy Jones. È poco più che trentenne, ma ha già una decina di long play alle spalle fra album e mixtape, oltre a un elenco sterminato di collaborazioni. Ha firmato per Rizzoli due libri, ha curato le musiche per una cortometraggio presentato alla Mostra di Venezia ed è stato nominato Chief Creative Director per la Elektra Records della Warner Music. Questo fertile CV ha visto germogliare, fiorire e maturare il suo percorso artistico, attraverso una varietà di stili che invita a citare a sproposito il «change or die» di Alan Deutchman. 

L’alter ego tatuato del controverso Comandante napoletano è riuscito a scrivere i suoi testi con l’inchiostro nero del rap underground, per poi passare alle tinte vivaci del samba rap di Pour l’amour (2018). Di recente ha invece optato per il fucsia accecante degli anni ’90 in 1990 (2020), per il rosso vivo del rock ’n’ roll (1969, 2020) e, ora, con il grigio perla degli anni ’20. 

1920 si presenta infatti come l’ultima manifestazione di questo viaggio nel tempo condotto a cavallo fra brani originali e reinterpretazioni: non resta che scoprire cosa si nasconda dietro la grazia efebica della sua copertina.

Quadri di un’esecuzione

Il primo incontro che facciamo nel corso di questa passeggiata nel tempo è con My Funny Valentine. In maniera sorprendente, questo primo brano si rivelerà una copertina sintetica dell’intero progetto, una sorta di sinossi di quelle che sono le fragilità dell’operazione artistica 1920.

L’atmosfera si fa subito squisita e gli Untouchable riprendono questo grande standard della tradizione jazz con garbo. Sembra tutto pronto perché la voce di Chet Baker inizi il suo vellutato lamento ma… un secondo, non eravamo negli anni ’20? Il tema del compianto Richard Rodgers risale al 1937 – appartiene al musical Babes in Arms – e viene suonato come era suonata la colonna sonora di Ascensore per l’inferno (1958) da Miles Davis. Al posto della voce tormentata di Baker abbiamo una specie di reading di una traduzione del primo verso del brano originale. Sono squisiti i soli di tromba e sax, come tutti i soli presenti nell’album; sono squisiti gli arrangiamenti della brass band, come tutti gli arrangiamenti dell’album.

Si viaggia poi fino a Chicago, per un brano intessuto su un altro parziale anacronismo. Lo swing di Hit the road jack di Ray Charles, che è del 1961, fa da sfondo a un testo non particolarmente ispirato («la mia coniglietta / ha perso la testa / per la mia mitraglietta») nel quale compare Betty Boop (la cui prima comparsa risale solo al 1930). Il tutto viene chiuso da una citazione a The Mask (1994), probabilmente citandone il gangsterismo.

È poi la volta del volubile monologo di Pessima, dove si inveisce contro una «brutta pazza» per poi supplicarla di ricambiare il proprio amore. Musicalmente il brano è gradevole, senz’altro, dando ancora il merito al comparto di musicisti che opera alle spalle di Lauro. Però, qui come altrove, la metrica e il flow non sembrano essere priorità. In particolare in questo frammento, nel quale l’osticità non funge da finezza pronta a un’attenta esegesi, ma piuttosto a una sorta di patchwork verbale:

E tuo padre che non ti ha mai visto
Che tu non hai mai visto
Che tua madre che lo ha visto
solo quel giorno in cui ti ha concepito

Pazza, vuole spararmi questa è pazza

Finalmente, in Tu vuo’ fa’ l’americano, sentiamo il protagonista virtuale di questo album cantare, nel primo dei tre featuring di 1920. Il brano originale di Carosone è del 1956 e rappresenta un frutto culturale dell’Italia del secondo dopoguerra, però fa sempre la sua figura. Gigi D’Alessio, che gioca in casa, si dimostra un valido interprete e partner.

Entrando nel garage di Achille Lauro, scendiamo dalla sua celeberrima Rolls Royce per salire su una Cadillac 1920: il motore, però, è lo stesso. Il brano è una sorta di contrafactum della hit ispirata a Elvis & Co. Le onomatopee balistiche punteggiano l’esultanza per la presenza di una «puledra chic», mentre sulle pedane continua a incalzare un delizioso arrangiamento. Accendendo l’autoradio della nostra grintosa coupé ascoltiamo un’altro remake, questa volta Thoiry farà assonanza con Bvlgari. Se Achille prosegue con le sue enumerazioni, i versi di Gemitaiz arrivano come una manna dal cielo. Le parole sono immerse in un’atmosfera composita: ci sono accenni di electroswing, si citano gli Aristogatti, che sono del 1970, ma che trovano ambientazione in una Parigi degli anni ’10, suonando un jazz alla McCoy Tyner. 

La penultima traccia del lavoro è Piccola Sophie, nella quale un tema non proprio illibato come la “supplica all’amata” attraversa topografie del lusso di varia natura. Poi ad un certo punto, nel disegno melodico dei vocalist, sbuca dal nulla Il mio canto libero (1972) e viene da pensare agli sceneggiatori di Boris: «mettiamoci Battisti, così, de botto». Il comparto musicale, doveroso ripeterlo, è curato e semplicemente delizioso: i soli si sciolgono come zucchero in un raffinato liquore strumentale.

In chiusura, Lauro ci fa gli auguri con Jingle Bell Rock. Anche qui non siamo nella Chicago degli anni ’20, ma piuttosto degli anni ’50 – il brano originale di Bobby Helms è del 1957 – e come nella quarta traccia del disco abbiamo la reinterpretazione di un grande classico, in compagnia del terzo ed ultimo ospite di Lauro: Annalisa.

So What…?

…chiederebbe Miles Davis. La domanda sorge spontanea una volta terminato l’ascolto di questo album. Lasciando da parte il comparto musicale e l’arrangiamento di ottima fattura, 1920 fa difficoltà a trovare tanto una coerenza interna quanto un’identità propria. Sul fronte della coerenza storica si può eventualmente soprassedere, magari pensando che Lauro abbia voluto ispirarsi ai ruggenti anni Venti degli albori del jazz per poi utilizzarne delle emanazioni storiche ben più in là nel Novecento.

Più rilevante è però il problema dell’identità. L’immagine costruita attorno a 1920 è impeccabile, curata, accattivante, che si tratti della copertina o delle clip di presentazione. L’immaginario a cui si rifà il progetto può non essere omogeneo e mescolare una miriade di particelle storiche, ma è di ottima fattura. Il contenuto, però, l’apporto artistico di Lauro, si riduce a dei testi non particolarmente ispirati e memorabili. Se allora Lauro resta un protagonista poliedrico, contrastante e interessante del nostro panorama musicale, non lo è altrettanto il suo contributo all’interno di 1920, a meno che non abbia curato personalmente gli arrangiamenti strumentali del progetto. Resta la curiosità di scoprire dove vorrà portarci nelle sue future escursioni, dove ci condurrà la sua prossima metamorfosi stilistica. Just waiting for it.

 

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