L’Officina della Camomilla apre un nuovo capitolo: arriva “VM 18”

da | Ott 16, 2026 | Interviste, Recensioni album

L’Officina della Camomilla ci guida dentro V.M. 18, tra psichedelia, immaginari caotici e visioni apocalittiche

A distanza di due anni dall’ultimo disco, L’Officina della Camomilla inaugura una nuova era musicale: VM 18 è il titolo del nuovo progetto. Si tratta di un disco che approfondisce l’universo più caotico e psichedelico della band, in cui sono centrali temi quali l’adolescenza, l’infanzia e la morte.

Un disco denso di rimandi e tematiche

VM 18, già dal titolo, sbatte in faccia una raccomandazione fondamentale: il fatto che verranno trattate, inevitabilmente, tematiche sensibili e taboo. La novità interessante, però, è la modalità in cui la band decide di trattare questi temi: con spiccata ironia, e profondo sarcasmo. Tutto il disco, infatti, si fonda su continui contrasti: sacro e profano, attrazione verso la morte e desiderio di sfuggirle. Numerosi i riferimenti presenti all’interno del disco, dalla letteratura al cinema folk horror, passando per le citazioni prese in prestito dai gruppi rock inglesi degli anni ’80 e ’90. Nonostante le svariate contaminazioni, però, VM 18 appare come un progetto estremamente compatto e omogeneo. “Celeste”, ad esempio, è una traccia che si muove tra romanticismo cimiteriale e rituali gotici; “Sunny Xanny” descrive una psichedelia claustrofobica, dove memoria e allucinazione si confondono; “Madchester”, invece, è un brano che recupera lo spirito delle sottoculture britanniche e lo trasforma in una possibile via di fuga. Tutto l’album affronta in maniera innovativa i temi dell’infanzia e dell’innocenza, proponendo all’ascoltatore nuove chiavi di lettura significative.

Le parole dell’Officina della Camomilla sul progetto

Per comprendere ancora più a fondo l’immaginario di VM 18, abbiamo rivolto alcune domande all’Officina della Camomilla.

VM 18 in copertina è un bell’incipit. C’era qualcosa che vi faceva davvero paura mettere nei testi o volevate solo alzare la tensione al primo impatto?

“Non credo che ci sia qualcosa di più inquietante di un avvertimento stampato con cura. Significa che qualcuno, da qualche parte, ha stabilito che esiste un pericolo e che il resto di noi farebbe bene a non avvicinarsi troppo. E’ proprio per questo che VM 18 ha qualcosa di domestico e minaccioso allo stesso tempo. Quanto alla tensione, non credo che occorra alzarla troppo. Basta lasciare una piccola incertezza, un dettaglio fuori posto, una sensazione che qualcosa non vada come dovrebbe. E poi, se un disco ha bisogno di essere accompagnato da un avvertimento, forse è giusto chiedersi chi stia cercando di proteggere chi. Il pubblico da noi, oppure noi dal pubblico? In entrambi i casi, trovo rassicurante che ci sia un’etichetta. Le etichette fanno sentire tutti più tranquilli. Almeno fino a quando qualcuno non comincia a chiedersi che cosa ci sia davvero nella confezione”.

In Celeste citate gli Smiths traducendoli in “signorine adorabili incidono lapidi”. In tutto il disco si respira un gusto per il macabro e il cimiteriale, ma sempre con la battuta pronta. L’ironia è un modo per proteggersi quando si parla di roba oscura o vi divertite e basta?

“Credo che l’ironia sia una forma di buona educazione nei confronti dell’orrore. Quando qualcosa di terribile entra in una stanza, non è necessario gridare. Si può offrirgli una sedia, versargli del tè e domandargli se ha intenzione di trattenersi a lungo. L’ironia non serve soltanto a proteggerci. Serve a mantenere aperta una piccola fessura nella superficie delle cose, abbastanza grande da permetterci di intravedere ciò che tanti altri fingono di non vedere. E naturalmente ci divertiamo. Gli Smiths, invece, sono diventati una specie di reliquia sentimentale. Ci sono persone che li ascoltano come se ogni canzone fosse stata scritta esclusivamente per certificare la loro infelicità. Quanto al macabro, preferisco un cimitero ben curato a una festa piena di persone che si dichiarano felici. Nel primo caso, almeno, nessuno cerca di venderti un corso per migliorare te stesso”.


In Madchester spunta Francesco Mandelli. Come ci siete arrivati e che sapore ha dato lui a questo salto nella scena rave e guitar-pop inglese tra gli ’80 e i ’90?

“Madchester” è una storia di appropriazioni e trasformazioni: una scena locale diventa un mito internazionale, un suono nato in circostanze specifiche viene riprodotto altrove, un momento culturale finisce per essere ricordato attraverso simboli che talvolta hanno poco a che fare con la sua realtà originaria. L’idea di coinvolgere Francesco Mandelli ci piaceva proprio per la possibilità di introdurre un elemento inatteso. In più per noi era più un discorso soprattutto umano: siamo suoi fan, e ci piace il suo modo di attraversare linguaggi e mondi culturali senza prendersi troppo sul serio. Ha una sensibilità pop piuttosto rara, quella capacità di stare dentro un immaginario eccentrico senza trasformarlo in una posa. E il fatto che abbia collaborato con Adam Green, che per noi rappresenta una certa idea di genio obliquo, ironico e fieramente fuori asse, ce lo rende ancora più simpatico”.

La title-track mette in scena una specie di apocalisse folk horror vista con gli occhi di due bambini fantasma. Perché affidare un tema così pesante proprio allo sguardo dell’infanzia?

“Perché l’infanzia è una condizione in cui il mondo appare ancora carico di significati che gli adulti hanno imparato a ignorare. Un bosco può essere una minaccia, una casa può nascondere qualcosa, un paesaggio può sembrare animato da presenze che nessuno è disposto a riconoscere. Il folk horror lavora precisamente su questa instabilità: il paesaggio non è uno sfondo neutrale, ma un archivio di paure, rituali e violenze che la modernità crede di aver lasciato alle spalle. Affi dare il racconto a due bambini fantasma permette di rovesciare il rapporto fra innocenza e morte. I bambini non sono necessariamente innocenti nel senso rassicurante del termine: renderli fantasmi significa immaginare un futuro in cui gli esclusi non scompaiono davvero: rimangono presenti come tracce, disturbi, presenze che impediscono ai vivi di considerare conclusa la propria storia”.

Adesivo di avvertenza stampato sulla custodia prima di schiacciare play: cosa ci scriviamo sopra?

“«Attenzione: contiene tracce di malinconia psichedelica, romanticismo terminale, folklore sospetto e riferimenti musicali che potrebbero indurre l’ascoltatore a sentirsi più intelligente di quanto sia. Non utilizzare come sostituto di una vita sociale. Gli effetti collaterali possono includere nostalgia per epoche mai vissute, attrazione per i cimiteri e l’impulso incontrollabile di spiegare agli amici perché gli Smiths fossero importanti. La produzione non risponde delle conseguenze di un ascolto ripetuto.» In fondo, ogni disco dovrebbe avere un’avvertenza del genere perché abbiamo sviluppato l’abitudine di chiedere a ogni esperienza culturale di dichiarare in anticipo che cosa farà per noi. Forse sarebbe più interessante ascoltare qualcosa senza sapere se ci renderà migliori, peggiori o semplicemente più strani. Non è una promessa particolarmente commerciabile, ma almeno è onesta”.

L‘Officina della Camomilla, con la pubblicazione di VM 18, ci ha ricordato due cose fondamentali: la prima è che, spesso, l’ironia può essere uno strumento fondamentale per fare amicizia con la paura e cercare di anestetizzarla; la seconda è che nel 2026 è ancora possibile dare vita ad un progetto che sia fresco, originale, profondo e ironico al tempo stesso.

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