Alla terza battuta sulla malinconia di Roma Nord o sul “coraggio di mettersi a nudo”, l’istinto primario per chiunque abbia superato la soglia dei trent’anni è ordinare un altro gin tonic e controllare l’ora per calcolare le ore di sonno rimaste. Il punto vero, però, è un altro: infilare uno show nato per i terrazzi di YouTube dentro uno spazio chiuso è un azzardo logistico e concettuale. Coez la vince con la disinvoltura di chi sa che la sua bolla di coetanei canterebbe pure la rata del mutuo con due accordi sotto.
La prima data romana di From the Rooftop è una gigantesca seduta d’analisi per gente cresciuta col rap di quartiere che ora si ritrova ai concerti a spiare cosa resta dei propri vent’anni, una volta tolti i soliti trucchi da classifica.
In apertura tocca a Lea Gavino scaldare l’aria e preparare il terreno, prima che l’impostazione dal vivo ricucia insieme l’intera storia del progetto. Se il primo capitolo si regge sulle intuizioni artigianali del suo chitarrista storico e sui giochi d’incastro della loop station, il volume successivo firmato Orang3 dà una lucidata diversa al suono senza intaccarne la sostanza. Dal vivo l’incastro funziona a meraviglia: via le sovrastrutture da radio, dentro brani restituiti all’ossatura originale, esattamente come devono suonare sul divano di casa cinque minuti dopo essere stati scritti.
Nel parterre, intanto, va in scena un corto circuito generazionale surreale. Mentre noi trentenni siamo occupati a gestire bilanci personali e birre da dieci euro, a rubare lo show ci pensano quattro quattordicenni. Magliette fatte in casa con le citazioni a pennarello e coreografie coordinate su ogni singolo pezzo, eseguite con una precisione maniacale. La dimostrazione pratica che certi ritornelli hanno già fatto il salto, finendo dritti nelle mani di chi vent’anni fa non era ancora nei pensieri di nessuno.
Il primo vero scatto della serata arriva quando la scaletta incoccia in Taciturnal. Gli sguardi tra le prime file intercettano Gemello nel pubblico, e il saluto dal microfono fa scattare la risposta d’ordinanza di una sala intera cresciuta a pane e rap underground. Subito dopo, durante Ali sporche, Silvano decide che la linea di confine col pubblico è diventata di troppo: molla l’asta, salta giù ed finisce dritto nella calca, trasformando un brano intimo in una bolgia di smartphone in verticale e spintoni d’affetto.
In chiusura, niente uscite di scena artefatte ma una sterzata d’autore con una rilettura asciutta di Lucio Battisti.
Un passaggio rapido che raccorda il cantautorato di ieri con quello di oggi senza cerimonie, lasciato in eredità a una sala che continua a cantare ogni frase parola su parola, conscia che certe canzoni sono l’unica cosa non invecchiata male negli ultimi dieci anni.
Foto di Emanuela Vertolli









