Oh, to be a ‘90s baby!
Se hai vent’anni e vivi in una grande città, sei fortunato. Infiniti concerti a cui andare. Pub in cui “i fuorisede ci provano con le bariste, coi soldi dei padri e le consumazioni nella tasca di dietro (dieci euro in cambio di un Long Island gratis)”. Angoli di case in cui produrre Theme from the cameretta (2011). Se avevi vent’anni a Roma nel 2010, eri ancora più fortunato. Club come l’ex Circolo degli Artisti (ora Spaziotempo) o il Fanfulla sono stati cruciali per la costruzione dell’immaginario de i Cani. È lì che ha preso forma una scena capace di dare voce a un certo disagio e disorientamento collettivo. Lo stacco generazionale, però, soprattutto nei live, si sente.
11 settembre, cielo terso e stelle luminose rispetto alla serata Sfortunata (FBYC) di giovedì 10, in cui il diluvio che si è abbattuto su Roma è stato certamente un bell’impiccio per chi si apprestava a recarsi al concerto.
La coda all’entrata è lunga, ma scorre, ed è possibile osservare figli di decadi diverse tutti in fila per la stessa identica cosa. Qualcuno beve birra alla spina, qualcuno fuma.
“Smetterei di fumare, se non ci fossi così affezionato: sarebbe una bella spesa in meno e davvero un bel gesto. Del resto le chiederei in giro lo stesso (e mettici il fatto che a queste serate scroccarle è un inferno)“
E lo era davvero perché chiedere una siga in mezzo a quasi 10mila persone non è semplice.
Mentre la band scalda i motori, a fare gli onori di casa è il trio romano i Vascelli, che con chitarre e tastiere decise sembra un degno erede del lascito elettropop introspettivo di Contessa.
L’energia del concerto è ben dosata e nella scaletta si alternano con naturalezza venticinque brani diversi. A pezzi elettronici quasi hyperpop della vecchia discografia (Hipsteria, Non finirà) seguono nuove perle di Post Mortem (Io, Buio), che pur suonando a vibrazioni più basse, di certo non stancano. Il tutto accompagnato da visual luminose e variegate curate da Galattico Studio. La scelta di inserire ne I pariolini di diciott’anni proiezioni di sticker identitari non è stata di certo casuale. Tra dita puntate verso il fondale e “no vabbè non ci credo” gridati a gran voce, molti hanno riconosciuto scritte e frasi che portavano appiccicate al casco o sul motorino (chiaramente rivenduto) a diciott’anni, anche senza essere pariolini di una Roma Nord scomparsa.

Accanto a Contessa, che è già alle prese con tre microfoni, la tastiera, il vocoder e due chitarre, compaiono i musicisti. Bulla, Bellani, Ciarocchi, Suriani e Newmann. Sembra che suonino questa roba da una vita, e infatti in un certo senso è così. L’esecuzione è limpida anche nei brani più ‘sporchi’. Inaspettatamente perfetta. Impeccabile.
Ma che succede Post Mortem?
La voce di Niccolò, sempre chiara e calda, ricorda al pubblico perché effettivamente si trova lì. C’è chi è arrivato uscendo dal lavoro, perché da quando fumava le canne senza farsi beccare da mamma, a questo live, sono passati più di dieci anni. Ragazze con la maglia de Il sorprendente album d’esordio de I Cani, che indossavano quando stavano ancora curve su un MacBook Pro a sognare di lavorare da American Apparel. Chiaramente quando era ancora in trend su Tumblr.
Qualcuno semplicemente sta lì e fa su e giù con la testa, senza sapere le canzoni, senza sapere bene a chi queste canzoni stanno parlando. Trentenni che accusano la gastrite per due birre alla spina. Ragazzini appena usciti dal liceo con i capelli colorati che piangono su Il posto più freddo. Gente che si sente male. Gente che poga e si spinge e si tira l’acqua, manco fossimo ad un concerto de i Cani nel 2015.
Tirando l’orecchio era possibile cogliere stralci di conversazioni e commenti.
Qualcuno si è sentito più chiaramente.
“Chissà come ci si sente a cantare a squarciagola
“Non è avere gli esami e non è avere vent’anni,
Fidati, è qualche cosa in più“
e non avere davvero più vent’anni”.
Alcuni di noi già lo sanno, altri no. Nelle strade, dentro al letto, a volte è possibile sentire quella solitudine fredda misto a timidezza di cui parla Contessa; anche se intrinsecamente legata ad un sentire che forse non esiste più.
Eppure di Contessa c’è qualcosa che parla al futuro, qualcosa che per lo meno al tempo è stata una predizione. E dopotutto, anche se non è nato per essere universale, quel mix di ricordi e attualità, di malessere e sfida, poesia e quotidianità, ieri ha parlato a tutti.
“2033, ma te dovessi di’, io nun me pento
C’avemo avuto ‘r nostro bel momento“
Pentiti o no, qualcosa è stato riconosciuto. Forse Post Mortem è proprio questo: il momento in cui capisci che il tuo bel momento è già passato. Eppure sei ancora lì, che lo canti come allora.










