L’unica vera nostalgia che abbiamo: andare ad un concerto de i cani nel 2025

da | Dic 1, 2025 | #Cromosomiintour

Il ritorno de i cani al Teatro Concordia di Venaria Reale (TO) non è stato solo un grande concerto: nella rimpatriata che aspettavamo da anni, abbiamo fatto i conti con noi stessi.

Andare ad un concerto de i cani è un po’ come ritrovare un vecchio amico: tante cose sono cambiate, ma molte sono ancora le stesse. L’ultimo album de i cani, prima della grande pausa, era uscito nel 2016. Si respirava un’aria diversa: l’indie si poteva ancora chiamare così, Gazzelle non aveva ancora pubblicato il suo primo album, Calcutta era ancora uno sconosciuto. Però Niccolò Contessa c’era già, avvolto da mistero e riservatezza, tanto che al MI AMI del 2011 aveva suonato con il volto coperto, nascosto in piena vista.

Nel 2025 Contessa rimane enigmatico: apre il concerto senza dire una parola, e durante tutto il live forse dice due o tre frasi, ma senza sproloqui, senza fronzoli. E va bene così, lascia parlare la musica. Il pubblico è carico, ci sono pochissimi telefoni, tutti sono pronti a saltare. Il grande passo arriva con “Come vera Nabokov”, brano tratto da “Glamour”.
Poi grandi pezzi da “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” che, nonostante siano passati più di dieci anni, sorprende ancora. Canzoni come “Hipsteria”, “Le Coppie”, “Post Punk”, “Velleità”, “I pariolini di diciott’anni” vengono accolte dal pubblico come inni generazionali: forse perché, in fondo, lo sono. Tutti cantano, tutti saltano, tutti sono davvero felici. Ed è comprensibile: aver aspettato tutti questi anni per rivedere Contessa dal vivo ha accumulato talmente tante aspettative che, quando arriva il momento, hai quasi paura di non reggere l’emozione.

Forse, l’unica vera nostalgia che abbiamo è non aver visto prima un concerto de i cani, non aver assaporato prima l’atmosfera che c’era, anche se probabilmente è una delle poche cose rimaste intatte di quegli anni.

Perché in un mondo in cui l’indie è morto, Contessa è ancora vivo, rimane fedele a se stesso, e ne è l’ultimo grande sopravvissuto. E rimane così autentico perché è uno dei pochi ad aver creato davvero qualcosa di nuovo, un suono che prima non c’era, costruendo manifesti per una generazione disillusa, in cui ci ritroviamo tutti, ancora oggi.
Perché se contano i dischi, i bagni nel mare, l’umanità, allora i cani sono l’unico appiglio: quando li vedi dal vivo, per un momento pensi davvero che tutto sia rimasto uguale.


È come una grande rimpatriata, e, per citare “Velleità”, ci sono tutti: i critici musicali, gli artisti, i falsi nerd, i radical chic, i nichilisti con il cocktail in mano, i falliti, i delusi, i depressi, i frustrati, gli emo riciclati.

Tra pezzi nuovi tratti da “Post Mortem”, alternati a grandi brani da “Il soprendente album d’esordio de I cani”, “Glamour” e “Aurora”, arriviamo verso la fine del concerto. Le ultime tre canzoni sono un pugno nello stomaco: quando parte “Il posto più freddo” c’era chi ascoltava in religioso silenzio ad occhi chiusi, e chi invece aveva il viso rigato da qualche lacrima. Perché quando “i brividi vengono su dalle gambe al petto”, non puoi fare altro che lasciarti andare.

A seguire, un altro grande classico: “Una cosa stupida”. E quel “Come stai? È un po’ che non parliamo, cosa vuoi fare dopo università?” suona strano, ora che la maggior parte del pubblico l’università l’ha finita da un pezzo, ma c’è ancora chi non sa cosa fare.
Perché alla fine, è esattamente come dice Contessa in “Come Vera Nabokov”: “non è avere vent’anni, non è avere gli esami, fidati è qualcosa in più”.

Il concerto si chiude con “Lexotan”: tutti, davvero tutti, stanno cantando. Non ci sono telefoni, ci sono solo persone che vivono qualcosa che aspettavano da tanto tempo. Ed è in momenti come questi che ci si rende conto che, di quel lontano 2016, non tutto è andato perduto, che l’indie finché ci sono i cani non morirà mai, che a volte tutto cambia ma tu rimani uguale, che forse, se tiri le somme degli ultimi anni capisci che la nostalgia che ti perseguita non è da demonizzare ma da assaporare, e che l’unica cosa importante, alla fine, è la nostra sciocca ridicola, patetica, mediocre, inadeguata felicità.

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