Abbiamo avuto la fortuna di visionare in anteprima il documentario Luciano, prima di tutto, che sarà in onda dal 4 settembre su Sky Documentaries, disponibile anche in streaming su NOW e on demand.
Il documentario è una produzione SKY realizzata da SKY Content Factory, con la regia di Paolo Bonfadini e l’intervista curata da Vera Spadini, che firma il progetto insieme a Giacomo La Gioia e Fabio Mastrapasqua.
Un’ora di emozioni intense e di ricordi condivisi dell’artista ma anche di chi lo segue da ormai quasi 40 anni, considerando che il suo primo album risale al maggio del 1990.
Non una semplice cronistoria, nè un’esaltazione della carriera di Luciano Ligabue. Piuttosto un racconto intimo e sincero dell’uomo.
Prima di Ligabue c’è Luciano
C’è un momento, nella carriera di un artista, in cui il successo rischia di diventare una distanza. La distanza tra persona e personaggio e quella tra chi sta sul palco e chi lo guarda da sotto. Quella distanza inevitabile che c’è tra palco e realtà. Semi cit.
Luciano, prima di tutto prova invece a colmare proprio quella distanza, tornando all’uomo prima ancora che all’icona.
Il titolo infatti dice già molto. Luciano, prima di tutto non è soltanto il racconto della carriera di Ligabue, né un lungo dietro le quinte costruito attorno a un concerto. È soprattutto un tentativo di togliere, almeno per un’ora, qualche strato alla figura pubblica per lasciare spazio alla persona.
Questo documentario, nasce in occasione de La prima notte, il concerto con cui lo scorso 6 maggio Ligabue ha inaugurato l’Arena Milano Santa Giulia. Ma quello del live è soltanto il punto di partenza: attraverso le immagini dei concerti, il racconto procede a ritroso e in avanti, mettendo insieme ricordi, aneddoti, emozioni e frammenti di una storia musicale ormai lunga decenni.
E proprio qui sta la differenza. La musica c’è, naturalmente. Ci sono i concerti, il pubblico, l’energia dei live. Ma il documentario sceglie di non nascondersi dietro le canzoni.
Piuttosto lascia parlare Luciano, intervallando momenti epici a momenti umani fatti non di immagini e musica, ma di parole, di racconti e di introspezione.
La musica prima del successo
Il viaggio parte da lontano. Dalla famiglia, dai valori, dalla provincia e da quella prima chitarra regalata dal padre che, riletta oggi, assume quasi il valore di un oggetto simbolico.
Prima dei grandi palchi ci sono i locali, poche persone davanti e un artista ancora tutto da costruire. È una dimensione che il documentario recupera non per trasformarla nella solita favola dell’“artista partito dal basso”, ma per ricordare quanto la dimensione originaria sia ancora presente nel Ligabue di oggi.
Perché tra quel ragazzo che suonava davanti a pochi amici e l’artista capace di riempire Campovolo con oltre centomila persone ci sono una carriera, un successo enorme e una quantità incalcolabile di concerti.
Ma c’è anche qualcosa che, evidentemente, non è cambiato. Fatto di valori, umanità e utopie che non abbandona.
“Voglio (continuare) a volere, e continuare a sognare, anche quando sempre impossibile“
Lenny: quando la storia continua sullo stesso palco
Dal raccontano non emergono quasi mai date, proprio a non voler sottolineare la “storicità” dei momenti.
Emergono piuttosto l’autenticità dei momenti e dei ricordi, focus su persone e aneddoti che evidentemente ne sottolineano l’importanza.
Tra questi un passaggio particolarmente significativo per noi: quello che riguarda Lenny, il figlio di Ligabue, oggi suo batterista.
La condivisione del palco tra padre e figlio potrebbe facilmente diventare uno dei momenti più celebrativi del documentario. Invece assume uno spazio breve, quasi secondario, ma che restituisce un significato profondo e intenso se inserito dentro il percorso raccontato.
Dalla prima chitarra arrivata dal padre per arrivare, anni dopo, al figlio che sale sullo stesso palco: due momenti lontanissimi nel tempo che finiscono per dialogare tra loro.
La musica diventa così anche una questione di eredità, ma non necessariamente di cognome o di carriera. È la trasmissione di una passione, di un modo di vivere il palco, di qualcosa che continua a passare da una generazione all’altra.
E vedere oggi Lenny accanto al padre aggiunge un’altra prospettiva al racconto: quella di una storia che, invece di chiudersi con una carriera ormai consolidata, sembra trovare una nuova forma.
Fatta appunto di palco ed emozioni da condividere, sopra e sotto.
Tra l’altro lo spaccato di Lenny, evidenzia a più riprese quanto sia importante il ruolo dei musicisti per Luciano, tanto che la definizione “i Ligabue” degli esordi, altro ricordo detto sorridendo, restituisce esattamente il valore della band e del sound, del rock, che Ligabue rincorre da sempre e per sempre.
Quella “molla” che lo porta ancora sul palco
La frase scelta per accompagnare il documentario è probabilmente la sua chiave di lettura più efficace:
“Il tempo passa ma io quella roba lì, stare sul palco, ho bisogno di godermela, questa è la realtà”.
Non è una frase sul successo. È una frase sul bisogno.
Ed è proprio il concetto di necessità a emergere dal racconto. Perché dopo i dischi, i riconoscimenti, i Campovolo, i tour internazionali, i palazzetti e gli stadi, resta ancora quella voglia di salire su un palco e vedere cosa succede.
È forse questa la vera “molla” di Ligabue: non tanto dimostrare di essere arrivato, quanto continuare ad avere qualcosa da dire e da condividere.
Il palco non sembra raccontato come il traguardo di una carriera, ma come il luogo in cui quella carriera continua ad avere un senso.
Dal club allo stadio: cambia tutto, tranne il bisogno di esserci
Uno degli aspetti più interessanti che emerge dal documentario è proprio il confronto tra le diverse generazioni e tra le diverse dimensioni attraversate da Ligabue nel corso degli anni.
Da una parte ci sono i primi concerti nei piccoli locali, dove il pubblico è a pochi metri e ogni sguardo è riconoscibile. Dall’altra ci sono gli stadi, i grandi eventi, le produzioni imponenti e una macchina scenica capace di trasformare il concerto in uno spettacolo collettivo.
La scala cambia completamente.
Nei club c’è poco show, riferito a luci, visual, ecc…, ma c’è l’essenza degli strumenti e soprattutto la vicinanza quasi fisica col pubblico. Quella che Luciano ama e a cui è riconoscente.
Negli stadi il palco diventa enorme, fino a sdoppiarsi, o anche quadruplicarsi. Le luci costruiscono mondi, ci sono i visual, i colori, le mega strutture ed il pubblico si trasforma in una massa di migliaia di persone.
Luciano non a caso ci dice fin dai primi minuti:
“Un concerto è uno show di cui la musica è la parte più importante. Ma il compito dell’artista è che il rock ‘n’ roll venga preservato, nonostante lo show.”
La dimensione delle emozioni
Insomma, è evidente che nelle grandi produzioni l’artista deve necessariamente fare i conti con una distanza maggiore. Ma la distanza va colmata, non amplificata. A volte correndo, a volte urlando, a volte sognando.
E Liga ci riesce benissimo.
Difatti lo stesso documentario sembra suggerire che il punto non sia quanto grande sia il palco, ma quanto sia ancora possibile sentirsi parte di quello spazio, viverlo, emozionandosi ed emozionando.
È una contrapposizione tutt’altro che secondaria: più il concerto cresce, più aumenta lo spettacolo, ma la sfida resta quella di mantenere vivo quel filo diretto con chi è dall’altra parte.
Forse è anche per questo che i ricordi dei primi concerti hanno un peso particolare. Perché ricordano a Ligabue, e allo spettatore, da dove tutto è partito.
Non a caso a chiudere il racconto di Luciano, prima di tutto è “Qualcosa per te”, il nuovo singolo di Ligabue, scritto dallo stesso artista che accompagna i titoli di coda e che, in qualche modo, sembra prolungare anche fuori dallo schermo il filo del racconto emotivo che lascia qualcosa all’altro.
Non è un documentario sui concerti. È un documentario sul perché dei concerti
Ed è probabilmente questo il merito maggiore di Luciano, prima di tutto.
Le immagini dei live potrebbero bastare da sole a raccontare la dimensione spettacolare di Ligabue. Il documentario, invece, sceglie di fermarsi e ascoltare. Alterna i momenti sul palco alle parole dell’artista, lasciando che siano i suoi ricordi a dare il vero significato alle immagini.
Il risultato è un ritratto che non ha bisogno di costruire continuamente il mito perché il mito è già lì, inevitabilmente, nella storia di un artista che ha attraversato generazioni e dimensioni sempre più grandi.
Quello che interessa è altro: capire cosa rimane quando si spengono le luci, quando il pubblico torna a casa e quando il rumore di uno stadio lascia spazio al silenzio.
Rimane Luciano. Rimane l’uomo che, nonostante tutto ciò che è successo nel frattempo, continua a dire che stare sul palco è qualcosa di cui ha ancora bisogno.
I concerti ed il palco di conseguenza, restano la sua vera dimensione autentica e pertanto necessaria.
Il palco, prima di tutto. Qualsiasi sia la sua dimensione. Tanto a prevalere sarà sempre la dimensione umana, quella delle emozioni, come ci ricorda lo stesso Luciano in chiusura.
Luciano prima di tutto, e ancora
Luciano, prima di tutto non sembra avere l’ambizione di mettere quindi un punto alla storia di Ligabue.
Al contrario, racconta il passato per spiegare il presente e guarda alla strada già percorsa senza dare l’impressione che sia arrivato il momento di fermarsi.
Perché forse la domanda più interessante non è quanta strada abbia fatto Ligabue, ma cosa continui a spingerlo a percorrerne altra.
La risposta, alla fine, sembra essere tutta lì: in quel bisogno di palco, di musica, di pubblico. In quella “roba lì” che il tempo non è riuscito a consumare.
E allora sì: prima di tutto Luciano.
Ma ancora, ed inevitabilmente, Ligabue e la “dimensione” del suo live: autentica, forte e inter-generazionale. Che conquista e non stanca, anche dopo 40 anni.










