Marco Mengoni e la sua visione del mondo incantano Torino

da | Ott 10, 2025 | #Cromosomiintour

Marco Mengoni conquista l'Inalpi Arena con due ore di show, una trentina di brani, coreografie perfette e un finale dedicato ai fan e ai valori universali.

Ore 20:15, l’arrivo all’Inalpi Arena di Torino è simile a quello degli adepti Apple davanti a uno store durante il black friday, solo con meno iPhone ed un parterre più eterogeneo. Si passa da signore intente a farsi selfie con le amiche, famiglie con bambini in spalla e comitive di ragazzi. Marco Mengoni sembra essere stato ufficialmente consacrato come “nazionalpopolare”, nel senso buono del termine. Un po’ come la tisanina prima di dormire: rassicurante ma mai banale.

I sei atti sono la crescita di Mengoni

Lo show, diviso in sei atti come in una tragedia, comprende due ore di spettacolo senza un singolo minuto di pausa. Quando le luci si abbassano all’interno dell’arena, si iniziano a notare immagini di scogliere, mari e Mengoni emerge, senza preavviso, dalle rocce posizionate sul palco per intonare “Ti voglio bene veramente”, “Guerriero” e “Sai che”. Il suo timido “Ciao Torino” dopo i primi brani basta a destabilizzare gli spalti, ma la macchina è perfettamente oliata e i tempi sono serrati. In scaletta oltre trenta brani studiati al millimetro.

Ogni atto è un capitolo di un viaggio simbolico all’interno dell’umanità, tra riflessioni sociali e spirituali. In “Parodo – il primo canto”, prima tappa della serata, Marco riappare avvolto in un mantello color carne per cantare “La valle dei re” come un rito d’ingresso in un nuovo mondo. A poco a poco, lo show si fa scoprire e acquista un senso più profondo: dietro i costumi e le luci c’è un racconto sull’essere umano, sulla società, ma anche sull’artista stesso. È un viaggio dentro di sé che diventa anche nostro, in un equilibrio perfetto tra complessità e semplicità.

La decostruzione

Mentre ci si perde tra gli acuti del bronzo di Ronciglione, i quali conquistano non poche standing ovation, arriva “No stress”. Il palco si trasforma in un video musicale vivente e l’atmosfera diventa a dir poco bollente (ma tutti vestitissimi, conferma il VAR del mio cellulare). Mengoni si muove con sicurezza, consapevole delle proprie doti e mai sopra le righe. Il tutto ha un tocco internazionale, una tragedia greca adattata per Broadway, ma senza scivolare nel tentativo di “fare l’americano”. Tutto è perfettamente cucito su di lui.

“Stasimi – momenti di riflessione” è uno degli atti più intimi, è la sua stessa voce fuori campo a dire “La vita è più forte di qualsiasi atrocità”.

Ed è proprio su questa riflessione che decide di sfoggiare un bellissimo corsetto rosso sangue, gli hater dovranno farsene una ragione, e proseguire con “Due vite”, “L’essenziale” ed una versione inedita di “Mi fiderò” in medley con “Ready or not” dei Fugees.

La ricostruzione finale

La musica termina con “Catarsi – la purificazione”: “Questo concerto nasce dalla volontà di superare un periodo non facile, difficile. […] Vi lascio con questo augurio, auguro a tutti voi di avere la forza di affrontare i momenti che inevitabilmente vi stravolgeranno la vita”.
Un “best of” up tempo che include successi come “Mandare tutto all’aria”, “Pazza musica” e “Io ti aspetto” che conclude i quasi centoventi minuti all’interno dell’Inalpi Arena (dall’esterno qualcuno ha ipotizzato un sequestro di persona, ma assicuriamo che aveva tutt’altro sapore).

Quando il palco diventa casa

E quando tutti erano già pronti per accaparrarsi le ultime bottigliette d’acqua rimaste al bar, arriva il momento più umano: Marco resta sul palco circa venti minuti a leggere cartelloni e scherzare. Una proposta di matrimonio, un bambino che torna a casa con la t-shirt firmata e anche un accenno di “Come saprei” di Giorgia e de “Il coccodrillo come fa?”.

Termina, questa volta per davvero, con un necessario messaggio politico proiettato su sfondo nero e senza troppi fronzoli “Le persone che hanno lavorato a questo spettacolo sono contro il genocidio e ogni forma di violenza”.

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