Ad un ascolto superficiale di Merce Funebre, primo album ufficiale di Tutti Fenomeni, puoi sentirti alienato, che non capisci. Allora ti fermi, ascolti meglio, e capisci esattamente che riguarda il tuo mondo, il nostro.
Immaginatevi il risveglio di una domenica mattina dipinta di grigio, barricati in casa perché un virus impedisce alle vostre vite di svolgersi regolarmente. Così siete al vostro settimo giorno chiusi in casa per disposizioni governative, e vi ritrovate ad ascoltare Merce Funebre. Può essere l’unione tra “merce di scambio” e “marcia funebre”? Basta scorrere tra le tracce per capirlo.
Iniziate ad ascoltare Marcia Funebre che apre l’album ed ecco a voi una rivisitazione inquietante della Sonata n.2 di Chopin.
Incuriosita metto le cuffie per ascoltarlo meglio, e cercare di trovarci un senso. Da prima mi sembrano una serie di frasi senza significato, scritte a caso per riempire il tempo di questo motivetto anni 70. Frasi neanche troppo felici se devo essere sincera. Parla di poeti morti, politici morti, mi inquieta tutto questo.
Voglio incidere solo dischi brutti
Così sarò sicuro, di piacere a tutti
Voglio infliggerti pene senza senso
Per metterti in guardia da questo mondo orrendo
Da questo mondo orrendo
Andiamo a fare il mondo bello.
Nelle ultime frasi trovo il senso. Questi siamo noi, il nostro mondo, la nostra società. Ma ehi alla fine forse possiamo fare qualcosa di bello e dare un Valore Aggiunto a tutto questo.
Anche Metabolismo mi fa venire i brividi, e anche un po’ di magone. Chi mi conosce lo sa, la musica mi suggestiona troppo, basta un suono distorto o un tema particolare che mi viene voglia di piangere. Tipo ora. Leggo le parole del testo e mi sento davvero in un mondo di merda dove veniamo illusi, e dove è scritto lì, nero su bianco
Meta-linguaggio, a volte penso di avere voce in capitolo
Mi sono prostituito come la scienza all’industria
Se non ti spogli non puoi dare l’esempio
Competitivo, non puoi vincere il campionato perché è già deciso
Mi sento senza una vera via di uscita. Il colpo di grazia me lo infligge con Mogol dove ci palesa esplicitamente
Dal punto di vista culturale almeno l’Italia è già fallita
Ho un macigno sul petto che viene alleggerito da Reykjavik e dal suo motivetto elettronico che mi ricorda un qualcosa delle mie canzoni preferite anni ’90. E mi viene da sorridere ad ascoltare di questa sua relazione. Ne ritrovo parti enormi delle mie e così annuisco, dicendomi che è proprio così. Lamentele su lamentele, stare sempre ad assecondare i desideri di qualcuno e poi?
Stare insieme a me è poco produttivo
Ma non sai stare sola neanche un pomeriggio
Per te
Non ho più intenzione di assecondare nessuno. Nemmeno quando ci sono dei sentimenti di mezzo. Ne ho passate tante per avere questa mia stabilità, e ora non voglio rovinarla.
Cornelia proteggimi da questi barbari
Ti amo solo dopo le Colonne d’Ercole
Sai non sono fatto per il lungo termine
Tu mi fai cambiare volto come Diabolik.
Tornano i brividi con Hikmet, con quel non so cosa di malinconicamente ammaliante. Credo di aver capito cosa mi crea questa reazione nelle canzoni: la morte ed il sacrificio. Lo capisco qua trovando queste parole
Io mi immolerò per te
E nel momento stesso in cui ti afferrerò
Sarai inaccessibile
Io mi renderò sacrificio per te e quando ti avrò raggiunto tu non ci sarai. Non resisto. Mi scende una lacrima e mi sento piena di disprezzo verso il Tutto.
Sembra che Tutti Fenomeni lo sappia, così torna a farmi sorridere con Filosofia.
Il mondo è pieno di cretini che mi stanno simpatici
Ce ne sono altri che se non fossero istruiti mi starebbero meno antipatici
Il mondo è pieno di antipatici che mi stanno simpatici
Questa è la mia vita, così assurda. Che riesco a trovare il bello nel brutto, connessioni empatiche con persone acide e saccenti che proprio non riesco a digerire.
Però, capisci, mi fa ritrovare qualcosa di famigliare, delle amicizie. Specialmente nel ritmo di Marcel che quasi vorrei svegliarla e dirle “balla con me” questa rassegna di luoghi comuni.
C’è della rabbia nel testo di Qualcuno che si esplode, ma non lo capisci pienamente subito, credi che siano citazioni messe lì, e la musicalità elettro-dance cerca di distrarti. Ma ora ho imparato a conoscerlo e so che il significato c’è e fa male.
Cantami, o Diva, dell’ira funesta e gestisci la rabbia
Il deserto ce l’hai in testa perché siamo in Alaska
È come darci un abbraccio, ma non mi tocchi
È come un attentato da duemila morti
Merce Funebre termina come è iniziato, con Trauermarsch (ovvero marcia funebre) dove Giorgio si identifica come
Sono lo spartiacque, sono la Trauermarsch
Questo album mi ha fatto soffrire. Molti penseranno che questo sia assurdo, ma l’ho vissuta come una continua denuncia, una rincorsa alla morte che è sempre costantemente al nostro fianco, tutti i giorni. Mi ha fatto fare i conti con delle emozioni che ho sempre cercato di distrarre e di ingannare ma è giusto affrontare.
È bello trovare album come Merce Funebre che facciano riflettere e soffrire non per le solite cose. E’ bello, anche se ti fa piangere un po’, ma siamo umani, possiamo e dobbiamo farlo (piangere intendo).










