Otto mesi di assenza sono tanti per un fan club scatenato e servitore, li abbiamo visti piangere, sudare e implorare l’acqua fuori dai palazzetti, lanciare contenuti sui social con le perle di Blu Celeste, ma non c’è attesa che tenga per Blanco, che ritorna con L’isola delle rose.
Un brano crudo, viscerale e malinconico come solo Blanco riesce, dalla voce spezzata e col corpo in diretto contatto con la realtà, e con la precisissima produzione dolce e tristemente riuscita di Michelangelo, L’isola delle rose è quella lacrima invernale che taglia più del gelo.
Non c’è modo di spiegare come dalle mura di una stanza possa nascere tutta questa magia, ma l’impressione è che sia appunto un superpotere, curativo per molti, distruttivo per tanti altri.
Blanco è diretto, è chiaro, mirato nei sentimenti, un guerriero o forse un cavaliere che perde il controllo e come sempre preferisce il fango del bosco alla staticità di una conquista. Lo stesso videoclip prodotto da Illmatic Film Group, scritto e diretto da Simone Peluso e con la produzione esecutiva di Jacopo Pica, riprende le attitudine preferite del cantante bresciano quasi a riprodurre anche le stesse atmosfere spazientite e mitomani di Mi fai impazzire con Sfera Ebbasta.
Il tutto è girato di notte in un campeggio (il Camping Village Città di Milano), con la natura come unica avversaria da battere in una corsa violenta e disperata, la stessa in cui Blanco ama rifugiarsi letteralmente in mutande – anche sua caratteristica visual – sotto la pioggia, per unirsi in una danza riflessiva che solo l’aria pulita può reggere.
Nel frattempo diversi flash ci mostrano altre visioni del cantante: lui che striscia sporco per terra e lui che, spogliatosi dall’armatura, lui che guida, un incidente, un lupo che lo osserva, lo stesso della copertina del singolo e una montagna di rose a ricreare L’isola delle rose del titolo.
Ma volevo fossi mia mia mia mia mia mia mia
come fossi stata tu ad aver scelto me
solo per rendermi un po’ meno fragile
come spezzare un fiore
volevo fossi mia, mia, mia, mia, mia, mia, mia
come se fossi stata tu a aver scelto me
solo per portarti una notte insieme a me
Il riferimento all’inno alla disinibizione è chiaro. L’isola delle rose è quel luogo utopico e affollatissimo in cui viviamo tutti. Al di fuori dei confini, al di là delle regole, con una nuova lingua, un nuovo governo, diretti sul mare ad osservarlo notte e giorno. Come il sogno di quell’uomo visionario che si oppose alle leggi e alla burocrazia, intenzionato a creare un’isola felice in mezzo al nulla.
Su L’isola delle rose, è proprio lì che Blanco ci sta trascinando se ci si sofferma sul videoclip, che vanta una splendida fotografia rafforzata dalla capacità innata dello stesso Blanchito di “possedere” la telecamera.
Non sono espliciti certi riferimenti, ma le atmosfere ricordano Gregory Crewdson, fotografo i cui scatti irresistibili sono vere e proprie citazioni a registi come David Lynch e Steven Spielberg, o la stessa pittura di Hopper, risultati di una preparazione e di un’organizzazione degne di un set cinematografico.
Non c’è molto altro da aggiungere, qualche parola qua e là forse: bellezza, inquietudine e delle luci così perfette che quasi quasi vien voglia di piangere.
L’isola delle rose è un mix di romanticismo, sesso, inquietudine, fisicità e fragilità per restituire una radiografia dell’amore dai confini malinconici e al tempo stesso brutalmente vera.
da quando scopavamo forte nello scantinato
da quando rubavo gli anelli te li regalavo
da quando ti spogliavi nuda
e ti fotografavo
ma mi fai sentire vivo
ogni volta che respiro
il tuo sapore è l’eco del mio dolore
Il video si chiude con un Riccardo rannicchiato tra boccioli di rose autentiche, quasi a ricordare una giovane Mena Suvari in American Beauty con la differenza che qui le rose non sono solo lussuria, ma anche desiderio di amore e un senso di scopo più intimo.
Chapeau per Blanco e Michelangelo, suo braccio fidato dietro la scena ma mai realmente dietro, sempre accanto, un passo più a destra.
Un primo piano del volto di Riccardo e del suo ormai celebre ghigno alla Joker chiude il videoclip di L’isola delle rose, il brano che aspettavamo di cantare come solo un provinciale pazzo in mutande sa fare, perchè tutti vorremmo i suoi polmoni ma – ahinoi -di Blanco ne nasce uno ogni trent’anni.










