In un contesto in cui i brani generati dall‘intelligenza artificiale diventano virali e band in realtà inesistenti riescono ad accumulare milioni di stream, più che chiederci fino a dove si spingerà l’IA (qualche limite le piattaforme hanno iniziato a metterlo, Spotify per esempio ha rimosso oltre 75 milioni di brani generati con questi strumenti), ha senso chiederci fino a che punto la lasceremo effettivamente entrare nella nostra quotidianità.
A noi ascoltatori importa ancora chi c’è dietro una canzone?
Fortunatamente, pare proprio di sì. Secondo l’ultimo report FIMI, l’87% dei consumatori italiani ritiene che la creatività umana sia essenziale nella produzione musicale. Dallo studio emerge anche che quasi uno su due ammette di non sapere se quello che ascolta sia, in parte o del tutto, generato da un algoritmo, ed è proprio questo il punto più interessante. Non avere la certezza di cosa stiamo ascoltando non ci va bene, e non lo accettiamo. Un‘IA può imitare una voce realistica, un tempo, perfino un’imperfezione, ma non potrà mai renderla vera. Ci sono infiniti esempi di momenti nella musica registrata che nessuno ha deciso a tavolino. Sono successi e basta.
Gli errori che nessuno ha deciso
Prendete Roxanne dei Police. Dopo i primi accordi di chitarra, prima ancora che parta la voce, si sentono un accordo storto di pianoforte e una risata. È Sting, che in studio si era seduto per sbaglio sulla tastiera. Qualsiasi produttore avrebbe tagliato quei secondi, e invece sono rimasti lì, nell’intro di uno dei pezzi più iconici della new wave.
Qualcosa di simile succede ai Nirvana. In Polly, intorno al minuto 1:55, Kurt Cobain attacca a cantare in anticipo, durante la pausa strumentale, si ferma e rientra al momento giusto. L’errore però gli piace, decide di tenerlo, e continuerà a cantare il pezzo così anche dal vivo.
E non è roba solo da vecchi vinili. Nel 2019 Billie Eilish apre il suo primo album con !!!!!!!, quattordici secondi in cui si toglie l’apparecchio per i denti e ride insieme al fratello Finneas. Parliamo di “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?”, un disco che, giusto per ricordarlo, tra i vari riconoscimenti ha anche vinto il Grammy come album dell’anno. Scegliere di cominciarlo così è quasi una dichiarazione d’intenti.
Quando la musica si suona insieme
Ci sono poi anche casi in cui non serve un errore, perché a fare la differenza è il modo stesso in cui un pezzo è suonato. Nel 1981 Pino Daniele registra, con quello che poi verrà chiamato il “Supergruppo”, l’album “Vai mo’”. Ascoltate Yes I Know My Way. Sicuramente la conoscete già, ma ci avete mai fatto caso a quanta vita c’è in questo brano? Si ha la sensazione di essere lì con loro, di sentire la chitarra di Pino e la batteria di Tullio De Piscopo che si rincorrono, il tempo che respira e si distende per poi ripartire. È il suono di musicisti che si conoscono, si ascoltano e suonano l’uno per l’altro.
Dal vinile al palco
Che a noi tutto questo importi davvero lo dice anche il modo in cui decidiamo di spendere i nostri soldi. Nel 2025, come riporta sempre FIMI, il fisico è stato il segmento cresciuto di più in Italia, e il vinile non è più una cosa solo per i nostri genitori, zii e nonni nostalgici, ma un fenomeno della Gen Z. Avere un oggetto da poter apprezzare fisicamente, riporre in libreria, e che ci faccia sentire vicini all’artista, è una cosa alla quale siamo tornati a dare valore, probabilmente anche perché ormai gran parte di quello che ci circonda, non solo la musica, vive dentro uno schermo. Uno streaming si ascolta, un disco si tiene in mano, si possiede, si colleziona.
Lo stesso vale per i concerti, che secondo lo stesso report sono la prima voce di spesa musicale degli italiani, quasi la metà di quello che investiamo ogni mese in musica. Anche questo elemento è sintomo dell’importanza che diamo al fattore umano. I concerti sono la musica nella sua forma più pura, dove l’errore non si può correggere, il tempo cambia ogni sera e la voce ha sempre una sfumatura diversa.
Forse è questa la risposta più sincera alla domanda sull’intelligenza artificiale. Non si tratta di essere contro la tecnologia a prescindere. La musica è sempre cambiata insieme agli strumenti che aveva a disposizione, dalla chitarra elettrica ai campionatori, e probabilmente anche l’IA troverà il suo spazio e ci permetterà di fare cose che oggi nemmeno immaginiamo. Ma una cosa è usarla come strumento, un’altra è lasciare che prenda il posto di chi suona. Possiamo anche non accorgerci della differenza, ma ci importa che ci sia. Perché quando ascoltiamo una canzone non cerchiamo solo un suono che ci piaccia, cerchiamo una storia, una persona, un momento. Quella risata all’inizio di Roxanne ci fa sorridere proprio perché sappiamo che è successa davvero. Vogliamo sapere che dall’altra parte c’è qualcuno. Qualcuno che ogni tanto sbaglia, ride, accelera, che possiamo decidere di ascoltare e vedere dal vivo.









