L’immortalità di Amy Winehouse, a 15 anni da quel 23 luglio

da | Lug 23, 2026 | News

Ricorre l'anniversario della tragica morte di Amy Winehouse, che risale al 2011. Uno degli ultimissimi tasselli del celebre club 27, cerchia drammatica delle morti premature in musica, all'età di 27 anni. Oggi come un film, come ininterrottamente da allora, il mondo celebra una delle più grandi artiste e delle più dolorose scomparse della musica nel ventunesimo secolo.

Il Club 27: questa leggenda collettiva, che parla di grande musica e di dolore. Artisti grandiosi accomunati da un tragico destino, quello di morire giovanissimi, esattamente a 27 anni. Da Robert Johnson, diavolo del blues, passando per Jim Morrison, Jimi Hendrix e Kurt Cobain fino a Amy. Cosa li accomuna? Una sensibilità estrema, storie familiari difficili, l’arte come cura e il successo come elemento destabilizzatore. Poi a volte l’alcol, la droga o gli psicofarmaci hanno fatto il resto, spegnendo vite straordinarie che ci lasciano il rimpianto. Il rammarico di non avere idea di cos’altro di grandioso avrebbero potuto offrire nel resto della propria carriera. 

Amy Winehouse, storia di una predestinata

Amy Winehouse era una predestinata, con una personalità e un timbro vocale che chiunque di noi ancora oggi, a 15 anni dalla sua morte, riconoscerebbe tra mille. Quando esordì appena ventenne con l’album Frank nel 2003, fu universalmente giudicato l’esordio musicale più significativo degli ultimi anni. Ma il secondo album, Back To Black del 2006, è stato quello della consacrazione, con brani come Rehab, Love is a Losing Game e la stessa titletrack. Una delle tante prove della sua grandezza la possiamo vedere attraverso una cover, Valerie. Un brano che ha avuto un tale successo comparato all’originale dei The Zutons, che ancora oggi moltissime persone la credono una canzone originale di Winehouse.

Amy, l’ultima morte tragica del club 27 è in sala con un film

The Times l’ha definita la miglior cantante solista del ventunesimo secolo. Con oltre trenta milioni di copie vendute in una pur breve carriera, è sicuramente una delle artiste al femminile più importanti della storia della musica. Tale l’eco della sua scomparsa, che proprio in questi giorni è in sala il film su di lei.  Dopo inchieste e forsennate ricerche rimbalzate per anni sui tabloid britannici e sulle testate di tutto il mondo, pare che in quel maledetto 23 luglio la morte di Amy Winehouse sia stata causata da un’intossicazione da alcol. Era sotto scadenze, lavorava tantissimo, era sfiancata e forse non era riuscita a reggere la pressione. Già a Belgrado un mese prima della morte si era presentata sul palco in condizioni di evidente disagio e alterazione.

Il filo rosso dell’arte è una vita di grande sofferenza

Troppi lutti avevano falcidiato la sua vita, una separazione difficile da un marito già da giovanissima l’aveva segnata ulteriormente. Ma fu probabilmente proprio tutto il suo dolore a donarle quell’anima e quella personalità così inconfondibili agli occhi del mondo, unite a un timbro celestiale, potente, dalle sfumature jazzistiche e soul, che ha segnato più di una generazione e influenzato tantissime artiste successive, come le Olivia Dean e le Raye dei giorni d’oggi.

Amy Winehouse e lo Sziget Festival 2011

Concludiamo con una nota dolorosa e più personale: quell’anno Amy era headliner del Main Stage dello Sziget Festival di Budapest, l’otto agosto successivo, e chi vi scrive avrebbe dovuto vederla dal vivo in quell’occasione. Quando la notizia della sua morte sconvolse il mondo, la prima giornata del festival fu annullata. Durante tutta quell’edizione iniziata con un giorno di ritardo, ogni momento di silenzio tra uno show e l’altro, dalle casse dei bar e ovunque, si propagava nell’aria ininterrottamente la sua voce, ovunque vibravano le sue canzoni, e tantissimi fan accorsi al festival da tutto il mondo suonavano i suoi pezzi alla chitarra. Amy da allora non c’è più, ma il mondo non ha mai smesso di cantarla.

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