Tiziano Ferro festeggia i venticinque anni di carriera con un tour, lo Stadi 26, che sposta quattrocentocinquantamila persone in dodici date italiane. I numeri suggeriscono un approccio monumentale, assecondato da un palco dominato da sessanta metri di schermi ideati dallo studio Gio Forma e da costumi firmati, tra gli altri, da Etro e Dr Martens, curati dallo stylist Nick Cerioni. La realtà dei fatti restituisce un’immagine opposta. Sul palco c’è un cantautore che ha venduto venti milioni di dischi nel mondo e osserva il suo pubblico con uno stupore intatto, spogliato da qualsiasi arroganza da veterano.
La struttura dello show rinuncia alle parentesi oscure per consegnare trentadue brani di fila pensati per il canto collettivo, appoggiati su una scaletta che ripercorre scientificamente le hit radiofoniche. L’apertura spetta al blocco del nuovo album, inaugurato dalla title track Sono un grande e saldato direttamente a Cuore rotto e Fingo e spingo. Subito dopo la produzione imposta un passo indietro chirurgico nei decenni, allineando i successi che hanno blindato la permanenza dell’artista nel pop italiano. L’urgenza r’n’b degli esordi riemerge con L’olimpiade. Le atmosfere si fanno via via più dense mischiando i battiti di Sere nere ai synth di Ti scatterò una foto e Ed ero contentissimo.
Le sorprese
La tappa romana amplifica questa dimensione di vicinanza emotiva chiamando in causa sul palco colleghi diventati amici. Achille Lauro incrocia il cantautore pontino a metà concerto per cantare insieme Non me lo so spiegare, prima di affiancarlo in Incoscienti giovani incastrandosi con precisione nei volumi giganteschi dello stadio, proprio lui che ci sarà nel 2027 (una delle due date romane già sold out). Il vero picco emotivo si consuma però poco dopo l’esecuzione di Imbranato, quando la regina di Roma – presentata così da Tiziano – Giorgia prende possesso della pedana per un duetto su Superstar. Ferro ammette davanti al microfono di aver appena realizzato un sogno della sua vita, azzerando all’istante le distanze tra la popstar internazionale e il ragazzino di Latina. Ride, accoglie l’imprevisto, occupa lo spazio con una gratitudine tangibile.
La progressione finale è un accumulo di singoli eseguiti senza alcuna pausa di decompressione, sorretti da una band solida che asseconda le coreografie di Carlos Kamizele. Si passa dalla tensione di La fine per sfociare nel blocco conclusivo che spara in sequenza Rosso relativo e Lo stadio. L’ultimo colpo in canna della setlist è XXDONO, la versione aggiornata della hit che ha acceso la miccia dell’intera macchina discografica nel 2001. Ferro si muove fino all’ultimo secondo dentro una produzione mastodontica conservando l’energia e l’umiltà di chi suona nei club di provincia. Un grande artista, che ha segnato generazioni e di cui, onestamente, sentivamo la mancanza. Bentornato Tiziano.










