“72 Ore” di Dessai, un disco in cui il tempo è relativo

da | Mar 24, 2026 | Recensioni album

72 Ore di Dessai: un album d'esordio raffinato e senza tempo, ricco di mondi sonori, tra cantautorato italiano e sonorità contemporanee, da ascoltare lentamente, lontano dalle logiche dell’algoritmo.

Oggi vi proponiamo qualcosa di nuovo, di fresco e invitante, ma che va assorbito lentamente, come un gelato nei primi giorni di primavera, troppo freddo e inaspettato se non lo assaporiamo lentamente.

Ecco, 72 Ore di Dessai è il gelato, ops il disco, che vi presentiamo.

Un mix di gusti freschi e nuovi che addolcirà decisamente le vostre giornate.

Dopo due mesi dalla sua uscita, ora è tempo di parlarvene perché ci sono dischi che chiedono tempo. Non perché siano difficili, ma perché hanno bisogno di sedimentare, di trovare il loro spazio tra i pensieri quotidiani, di essere apprezzati davvero e di tornare quando meno te lo aspetti. Ecco 72 Ore è uno di questi.

Uscito il 31 gennaio per Suonivisioni, è un disco sperimentale ma allo stesso tempo ben radicato nel cantautorato italiano senza età, che con un termine non propriamente dell’arte musicale, potremmo definire vintage (che ora va tanto di moda!).

Suoni maturi, testi concettuali e profondi accompagnano l’ascoltatore in una dimensione quasi cinematografica, un viaggio ricco di immagini e memoria, anche li dove invece sono presenti solo suoni e parole.

Un esordio già consapevole

Dietro il nome Dessai c’è Stefano Bruno, musicista, poli-strumentista e produttore napoletano con un percorso già ricco di esperienze. E questo primo debutto in solitaria lo dimostra chiaramente. Arriva a questo esordio dopo anni di lavoro nella scena indie/pop italiana, tra studio e live.

72 Ore va da sé che non abbia nulla dell’esordio acerbo: è un lavoro maturo, che conosce bene i propri riferimenti ma non ne resta schiacciato. Si muove con sicurezza tra le sue influenze, costruendo un linguaggio personale e coerente.

Il disco prende forma come una colonna sonora per un film mai girato, attraversando idealmente Napoli, Bordeaux e Porto. Più che luoghi reali, diventano spazi emotivi, scenografie interiori che accompagnano un racconto frammentato ma unitario.

72 Ore e il valore del tempo nell’era dell’algoritmo, il tempo dell’ascolto (quello reale)

Ma facciamo un passo indietro e proviamo a contestualizzare.

Ci siamo detti molto spesso, e dopo Sanremo ancor di più, che viviamo in un momento storico in cui la musica sembra correre più veloce dell’ascolto. Brani pensati per durare il tempo di uno scroll, per imporsi nell’algoritmo più che nella memoria, per accumulare numeri piuttosto che costruire legami. In questo flusso continuo e spesso superficiale, si perde qualcosa: il tempo vero della musica. Quello fatto di riconoscimento, di attesa, di emozione che cresce ascolto dopo ascolto.

72 Ore di Dessai si colloca esattamente in quest’altro scenario, quello dove la musica va assaporata lentamente, per tornare alla metafora del gelato, un tempo in cui si deve aver il tempo di elaborare e riascoltare per capire davvero. È nel tempo che il disco si rivela. 11 tracce che scorrono veloci e leggere ma che vanno assorbite, ascoltate, elaborate.

Non è un disco che chiede attenzione immediata, né che prova a conquistarti con urgenza. È un lavoro che resta nel suo angolo, quasi in disparte, senza promozioni invadenti, senza rincorrere logiche di visibilità forzata. E proprio per questo, paradossalmente, riesce a farsi notare di più, ma solo da chi è attento e disposto a fermarsi davvero.

Questo è un disco che al tempo dà valore davvero, ogni brano costruisce una sua dimensione privata e lascia il segno. Non si tratta di un impatto immediato, ma di una relazione che si costruisce lentamente. Dessai chiama il suo disco 72 Ore, chissà se è una scelta voluta, anche nel titolo ricorre il “fattore tempo”.

Un disco tra tradizione e contemporaneità

Sempre pensando al concetto di “tempo” è assolutamente bizzarro pensare a quanto questo sia un disco invece “senza tempo” in termini di scena musicale di riferimento.

Ad un ascolto attento, senza presentazioni, 72 Ore potrebbe sembrare un disco prodotto oggi, affiancandolo a quello di cantautori attuali con stile analogo quali Marco Castello o Andrea Laszlo de Simone, a tratti sperimentale alla Cosmo. Ma allo stesso modo quello di Dessai potrebbe tranquillamente essere un disco da collocare negli anni d’oro del cantautorato italiano con Battisti, Tenco e un po’ di elettronica e psichedelia stile Battiato.

L’ascolto rimanda quindi a un cantautorato che affonda le radici nella tradizione italiana, evocando inevitabilmente la storia del genere, per la capacità di creare melodie intime e riconoscibili tanto quanto suoni e parole con un tessuto narrativo stilistico decisamente non banale.

Ma ugualmente emerge una sensibilità camaleontica, più attuale, quella di un giovane che vive il suo tempo, soprattutto nella costruzione di atmosfere sospese, quasi cinematiche e ricche di sperimentazione mai banali.

Nel sottofondo si percepiscono anche suggestioni internazionali, da Sufjan Stevens a Nick Drake, che però non diventano mai citazione diretta, ma restano tracce leggere dentro un’identità ben definita.

Un equilibrio sonoro naturale

Dal punto di vista musicale, 72 Ore si muove con grande naturalezza tra elementi acustici ed elettronici. Chitarra, mandolino e ukulele convivono con sintetizzatori e macchine analogiche, senza mai creare fratture.

Il suono è essenziale, ma non minimale in senso povero. Ogni elemento sembra trovare il proprio spazio con precisione, senza sovraccarichi.

Si avverte una dimensione quasi “in presa diretta”, una spontaneità che lascia spazio anche alle imperfezioni. Ed è proprio lì che il disco respira: nella sua umanità, nella sua capacità di non essere perfetto.

Brani come Le Porte De La Lune e La Voglia, La Lentezza si muovono ad esempio in un equilibrio delicato tra melodia e visione, mentre altrove il disco si apre a territori più rarefatti e in evoluzione: dall’indie-folk essenziale di Presto alla dimensione molto più profonda e intima di Kiss the Ground, passando per le stratificazioni elettroniche di Polvere fino alle derive ambient di Shine of Venus e Outro.

Scrittura: tra profondità e leggerezza, tanti mondi da esplorare

Anche nei testi, Dessai sceglie una via sottrattiva decisamente in controtendenza rispetto al mood dell’abbondanza a cui tanto ci vogliono abtuare.

I temi spaziano dalla ricerca di sé alla quotidianità, passando per momenti più intimi e riflessivi a momenti di condivisione e relazione.

Alcuni brani si muovono in profondità, rallentando il passo e invitando all’ascolto attento. Altri, invece, restano più leggeri, quasi sospesi, contribuendo a rendere il disco scorrevole e mai pesante.

Il singolo Bella morning Carousel aveva già anticipato parte di questo immaginario, ma è nell’ascolto completo che il progetto trova davvero senso. 72 Ore funziona soprattutto come insieme, come flusso continuo.

Tra le tracce che si susseguono troviamo diversi mondi da esplorare, scenari che caratterizzano livelli comunicativi diversi eppure tutti ugualmente efficaci.

Tracce che lasciano tracce, segni da ricordare ed elaborare

A distanza di tempo dall’ascolto vero, ciò che resta è quindi una sensazione diffusa, più che un singolo da ricordare. Stupore e piacevoli suoni da elaborare per farli propri, come segni di qualcosa che è non è passato inosservato e che domani sicuramente vorremo risentire.

72 Ore è un disco che non forza l’ascoltatore, ma lo accompagna. Non cerca di imporsi, ma di essere trovato. E forse è proprio questa la sua forza più grande: Dessai ha scelto di non “correre”, di non rincorrere né l’ascoltatore né tantomeno l’algoritmo, di non urlare per farsi ascoltare, ma di restare nel suo spazio, nel suo tempo per lasciare il segno, tracce che scavano affondo.

Come quando una stagione cambia senza annunciarsi davvero ma mandando piccoli segnali, come un venticello leggero che arriva all’improvviso, accarezza e poi si ritira, lasciando però “traccia” di se e sentori di primavera, come quando ricordiamo un viaggio per tutto ciò che è stato, non per un singolo momento vissuto.

Ogni brano nasconde un piccolo angolo di mondo da esplorare, intimo ma comune a tutti, dove ognuno può riconoscersi e che, proprio per questo, meriterebbe di essere illuminato molto di più.

Non a caso, è proprio adesso, all’affacciarsi della stagione dei profumi, dei fiori e delle brezze tranquille, nel tempo dei viaggi da progettare, che queste undici tracce sembrano trovare la loro dimensione ideale e decidiamo di proporvele qui: buon ascolto a voi e in bocca al lupo a Dessai, per questo nuovo viaggio!

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