Vincere un talent e poi intitolare il debutto Paraculo è un rischio calcolato o un suicidio assistito. Per Cuta è semplicemente la verità.
Dopo aver messo d’accordo Fibra e Geolier a Nuova Scena, il punchliner di San Giuliano Milanese ha deciso che era il momento di smettere di piacere a tutti. Il 13 febbraio è uscito un disco che è un dito medio alle aspettative: un manifesto cinico, sporco e decisamente poco consolatorio su cosa significhi crescere con il fiato sul collo dei giudizi altrui. Cuta ci ha confessato di aver passato mesi “disastrosi“, ma di aver mantenuto l’unica promessa che conta: non smettere di divertirsi mentre tutto va a fuoco.
Un vincente che ha ancora tutto da dimostrare
Siamo in uno di quei contesti in cui l’atto finale non necessariamente è la fine del percorso. Nel caso specifico di Cuta, la vittoria a Nuova Scena si pone come semplice inizio del suo percorso artistico. Finalmente un rapper nuovo che viene dal freestyle, dalla cultura underground, dal muretto. Ormai se ne vedono pochi, vista l’espansione costante di nuovi studi, autori, compositori, ma anche a causa dell’ausilio dei correttori vocali, effetti, “magie” da producer che riescono a far cantare anche chi, vent’anni fa, probabilmente neanche ci avrebbe pensato a questa carriera. Cuta appartiene a quella categoria di artisti che affondano le radici nel cemento, con una storia vera da raccontare. Dopo il talent targato Netflix, è riuscito a mantenere alta la concentrazione.
Paraculo è un disco che inizia a parlare dal titolo. La lingua tagliente di chi il rap lo vuole fare e lo fa davvero non risparmia nessuno e non ha filtri per nessuno. Non c’è la ricerca della hit, si limitano al minimo le dinamiche di mercato, le doppie facce. Cuta opta per un primo disco denso, tecnico e musicalmente strutturato, dove anche il featuring si inserisce in un contesto ben specifico. Oltre a Nitro, nomi come Shade, Axos, Not Good, entrano in territorio conosciuto: quello delle punchline, della musica che viene dal basso ed esprime tutta la propria idea come pochi saprebbero fare. Questa è un’altra delle specifiche di questo progetto: Cuta sceglie di parlare la sua lingua, una che si contraddistingue dentro un’industria frenetica e monotona.
Lo abbiamo intercettato per la nostra nuova FRESH TALENT. Ecco come si passa dal trionfo in streaming alla realtà, senza filtri e senza paracadute.

L’intervista
La tua carriera nasce dal freestyle, per poi reinventarsi nella scena musicale: in che modo la tua esperienza a riguardo è un limite? In che modo invece questa ti ha dato una marcia in più?
“Il freestyle potrebbe essere un limite nella produzione musicale perché, essendo spesso la battle basata sulla punchline – quindi sulla battuta a effetto – chi è molto abituato a esporsi in quel modo, mettendo davanti il concetto, potrebbe tenere in secondo piano, anche involontariamente, la musica in studio. Dal momento in cui trovi la tua dimensione in studio e ti rendi conto di questa cosa, secondo me il freestyle diventa una marcia in più nella direzione della scrittura. Mettendo tutto insieme, puoi mantenere una musicalità forte e una scrittura impattante, caratteristica e tagliente.”
Nuova scena è un prodotto mainstream che però unisce questi due fattori: musica prodotta e freestyle. Quanti quell’esperienza ti ha permesso di imparare sul rap e sul tuo modo di farlo?
“Nuova Scena mi ha permesso di migliorare perché ha allargato il mio raggio d’azione. In un contesto in cui sapevo che sarei stato ascoltato da più persone del solito, mi sono ricordato di una cosa importante: la semplicità nella scrittura. Questo non vuol dire essere banali, ma essere arrivabili. In questo senso mi ha aiutato ad ampliare ulteriormente il mio raggio d’azione perché, attraverso la prova della semifinale, ho realizzato uno dei miei primi brani sarcastici. Un pezzo che mi ha permesso di scoprire meglio quel lato di me dal punto di vista artistico e di unire, in un certo senso, la persona al rapper.”
Il 2025 ha visto la tua parabola ascendente: dopo il programma, l’uscita di diversi singoli è culminata nel featuring con Nitro. Nella tracklist di Paraculo, si trovano diversi nomi di spicco e con uno stile simile o comunque aderente al tuo. Come hai costruito la tracklist dell’album? Quali sono le maggiori qualità che hai riconosciuto negli artisti con cui hai collaborato?
“La tracklist è nata con molta naturalezza. La produzione, pur avendo come base un concept (il progetto PARACULO) era comunque molto aperta, quindi io mi sono limitato a raccontare la mia vita. Per quanto riguarda la tracklist, ho cercato di darle un ordine che, secondo le mie capacità, fosse funzionale dal punto di vista della fruibilità dei contenuti: spezzare un clima piuttosto che un altro nel momento giusto. Anche i featuring sono stati una cosa molto naturale. La maggior parte di loro sono persone che conosco e con cui ho un rapporto. Nel caso di Nitro, citato nella domanda, è nato tutto spontaneamente. Per quanto riguarda Shade o Sercho, erano artisti che vedevo bene su quel tipo di traccia; Gabrix lo sentivo perfetto lì, e con lui sono molto amico. Sono molto fiero di tutta la tracklist e del modo in cui è nata: con grande naturalezza e con poco, non so come dire, retro-pensiero del tipo “dobbiamo fare questa cosa piuttosto che un’altra”. Dovevamo fare arte, punto.”

Paraculo è il tuo primo disco, un nuovo tassello del tuo percorso. Credi di essere riuscito ad esprimerci sia il tuo io artista, che il tuo io persona?
“Sì, credo di esserci riuscito. Forse l’unica certezza che ho è quella di essere riuscito a esprimere me stesso. Adesso siamo solo all’inizio, vedremo come andrà: spero nel migliore dei modi. Di recente un ragazzo mi ha chiesto: ‘Sei soddisfatto del lavoro?‘. La risposta che gli ho dato è che non mi chiedo mai se sono soddisfatto, ma piuttosto se sono io. Il mio interesse è cercare di esprimere quella cosa, perché è proprio esprimendo il mio io – la mia vita, quello che sono – che ho ottenuto tutto ciò che ho conquistato finora. Quindi senza troppo retro-pensiero, anche nelle scelte, cerco di continuare su questa strada. E speriamo che vada bene.”
Nel processo di scrittura dell’album Paraculo, inevitabilmente si finisce in una lotta tra se stessi e la società dentro cui viviamo. Pensi che questo progetto ci racconti più chi sei tu, o il pensiero e le idee che ti sei fatto sulla società e sul mondo attuale?
“Sì, inevitabilmente si finisce in una lotta. Ma in realtà è un pensiero che un artista – o almeno io – ha costantemente. Credo che il risultato di questa lotta non dica necessariamente più di me o più della società in cui vivo, ma di entrambe. Quella società fa parte di me e io faccio parte di quella società. Al di là dei pareri su ogni singola sfaccettatura, la mia volontà rimane quella di descriverla, questa società, o di descrivere me stesso: l’uno attraverso l’altra e viceversa. Pertanto credo che la risposta sia questa: racconta qualcosa in più di tutte e due.”
Nei dischi, spesso gli artisti (anche nel rap) ricercano la hit radiofonica, il brano che si gonfi di streaming per ampliare il proprio orizzonte d’ascolto. Realisticamente, nel tuo primo progetto discografico, che tipologia di ricerca musicale e di scrittura è stata portata avanti?
“No, da questo punto di vista non c’è stata la volontà di fare il pezzo “X” costruito apposta per qualcosa. Anche perché, laddove ci fosse qualche sfaccettatura un po’ più pop – poi non so come venga percepita, e sinceramente mi interessa anche relativamente – non è stata una cosa ricercata. Io apprezzo anche quel tipo di roba e vengo da una generazione che ha ascoltato un rap più pop: dal punto di vista artistico, questa è una fortuna. Significa poter esprimere ciò che mi va, come mi viene naturalmente, e talvolta, se capita il pezzo, essere anche pop. Sicuramente non è una cosa che mi è interessata a livello di produzione in senso strategico. A me interessa fare quello che mi piace e dire ciò che voglio dire nella maniera più accessibile possibile: un po’ perché sono paraculo e voglio essere ascoltato, un po’ perché voglio creare un dibattito reale su ciò che penso davvero e su quello che voglio trasmettere.”










