Il trend del 2016 pervade da qualche tempo ogni angolo del web: dai throwback su Instagram, ai trend di TikTok, fino ancora alle playlist. Il 2026 è davvero il nuovo 2016 in musica?
Spoiler, non lo è, ma vorremmo disperatamente che lo fosse.
L’ultimo grande anno prima della frattura
Il 2016 è l’ossessione collettiva del momento (o almeno dei Zillennial, e come darci torto). Un anno evocato come una capsula del tempo: l’ultimo momento di leggerezza prima che tutto si complicasse. Un’epoca in cui la cultura pop sembrava muoversi all’unisono, generando fenomeni immediatamente riconoscibili e condivisi.
Era l’anno della prima stagione di Stranger Things, Zara Larsson e The Chainsmokers dominavano le classifiche, Drake pubblicava ”Views” e Frank Ocean il disco della vita (scusate, “Blond”). Trump veniva eletto presidente degli Stati Uniti, la Brexit sanciva l’uscita del Regno Unito dall’UE, i filtri con le orecchie da cane e le corone di fiori diventavano una vera e propria forma di linguaggio e venivano utilizzati senza vergogna e pudore. Si faceva la bottle-flip challenge, ci si addentrava nei meandri di Musical.ly, ma soprattutto, non eravamo ancora al corrente di quello che sarebbe successo negli anni successivi.
Non che fosse un’annata priva di eventi traumatici, ma il 2016 rappresentava l’ultimo momento in cui la cultura digitale e quella musicale sembravano crescere senza cinismo, senza nostalgia preventiva. Vivevamo nel presente. Eravamo quello che postavamo. Le Instagram Stories, introdotte proprio in quell’anno, hanno cambiato per sempre il nostro rapporto con l’immagine: niente più feed eterno, ma contenuti provvisori, archiviabili, dimenticabili. Una rivoluzione silenziosa che avrebbe anticipato tutto ciò che sarebbe arrivato dopo, industria discografica inclusa.
Il 2016 in musica in Italia: il “big bang” discografico
Per la musica italiana è stato un anno forse irripetibile. Incredibile perché raramente, in questa filiera, si erano visti emergere quasi dal nulla decine di artisti appartenenti allo stesso grande contenitore sonoro e generazionale. Ma soprattutto perché chiunque l’abbia vissuto aveva la percezione nitida che qualcosa stesse cambiando radicalmente nel modo di fare, fruire e raccontare la musica.
Prima del 2016, il rap italiano aveva un altro volto. I primi segnali c’erano stati, il 2015 aveva preparato il terreno, ma è stato il 2016 l’anno dello sdoganamento definitivo della trap in Italia. “XDVR” di Sfera Ebbasta non era solo un disco, era un manifesto. La Dark Polo Gang pubblicava la sua trilogia, Ghali iniziava a parlare una lingua nuova, più pop e più universale, Tedua, Rkomi e Izi definivano un’estetica che non guardava più solo al passato, ma a qualcosa di completamente diverso. Il rap smetteva di essere solo un genere di nicchia o di opposizione culturale e diventava linguaggio dominante.
La trap è stata senz’altro la forza di rottura più evidente del 2016, ma l’it-pop non è stato da meno, e anzi, è stato il suo contrappeso emotivo altrettanto determinante. Un movimento che non nasceva da un genere musicale ben definito, ma da un modo nuovo di raccontare l’intimità urbana, i sentimenti quotidiani, la precarietà affettiva e lavorativa di una generazione.
Il 2016 è l’anno in cui l’indie italiano smette definitivamente di essere “alternativo” e diventa popolare senza perdere credibilità. Artisti come Calcutta avevano già tracciato la strada con “Mainstream”, ma è in quell’anno che il suo linguaggio diventa patrimonio comune. Accanto a lui emergono figure destinate a diventare centrali di lì a poco: Thegiornalisti, Gazzelle, Coez e molti altri costruiscono un solido immaginario malinconico e disilluso.
Perché oggi guardiamo indietro al 2016
Chiederci oggi se il 2026 possa essere il nuovo 2016 significa, in realtà, domandarci se esista ancora un momento zero. Un punto di partenza riconoscibile, in un presente dominato dalla saturazione del mercato discografico e dall’algoritmo come unico arbitro del successo.
Oggi l’offerta musicale è instancabile, iper-fruibile e spesso indistinguibile. Gli artisti nascono già all’interno di uno schema di strategie, mosse unicamente dal fine di cavalcare le classifiche. Le scene si diluiscono, i linguaggi si omologano, l’urgenza creativa lascia spazio alle dinamiche di mercato.
In questo contesto, la sensazione condivisa che nel 2016 era palpabile sembra essersi dissolta. Questo mega effetto nostalgia non è altro che sintomo di un desiderio collettivo: tornare a un tempo in cui la musica aveva ancora il potere di sorprendere, dividere, creare comunità reali prima che digitali. Siamo ancora in tempo per ripartire di qui? Riusciremo mai ad assistere a un nuovo 2016?










