Alla vigilia dell’Eurovision Song Contest, il cantautore toscano Lucio Corsi (@lucio_corsi) si racconta con disarmante sincerità a Rai Radio2, dichiarando: «Non vivo l’Eurovision come una competizione perché la musica non deve esserlo». Un’affermazione che risuona come manifesto generazionale in un mondo dominato da logiche performative.
Reduce da un tour nei club italiani e dalla partecipazione al Concertone del Primo Maggio, Corsi conferma la centralità del live nella sua visione artistica: «Amo il contatto diretto con il pubblico, è ciò che più mi interessa». La dimensione del palco diventa per lui il vero luogo dell’incontro, lontano dalle telecamere e più vicino agli occhi della gente.
Con il suo ultimo disco, Volevo essere un duro, certificato Disco d’Oro, e la sua intensa Altalena Boy portata a Sanremo, Lucio Corsi si afferma come una delle voci più autentiche del panorama italiano. In un mondo che premia l’effimero, lui continua a presentarsi sul palco con le stesse spalline che indossa da anni: simbolo di coerenza, stile e identità.
Non mancano aneddoti da backstage: dallo stretching pre-esibizione fino agli incontri con Jovanotti (@lorenzojova), Valentino Rossi e Cesare Cremonini (@cesarecremonini), ai quali guarda con rispetto e curiosità. «Mi interessano le loro storie, perché sono percorsi diversi dal mio», dice. E forse è proprio in questa diversità che nasce il dialogo più fertile.










