“Non ci sono più le canzoni di una volta!”
Ce lo dicono i nostri genitori, i nostri zii, a volte anche i nostri nonni, e probabilmente a breve saremo noi a dirlo alle generazioni che ci seguiranno. Ma quali sono, esattamente, queste “canzoni di una volta”?
Stabilirlo con precisione è difficile, perché ogni generazione ha un proprio punto di riferimento, una corrente o un momento musicale che viene presa a rappresentazione di uno standard qualitativo eccellente. Non solo: questo standard sembrerebbe addirittura impossibile da raggiungere, anche solo da avvicinare.
È vero che il mercato musicale cambia, che cambia la cultura che lo determina, portando così all’evoluzione dei gusti del pubblico e dunque della produzione musicale. Ma siamo sicuri che il vero motivo per cui sentiamo la mancanza delle canzoni del passato è perché queste sono effettivamente migliori di quelle del presente?
Proviamo ad analizzare meglio questo “effetto nostalgia”. Spoiler: ha a che fare con il nostro cervello e con la sfera sociale.
Musica ed effetto nostalgia: la spiegazione neurologica
Per comprendere perché ci leghiamo così profondamente a determinati brani, dobbiamo innanzitutto capire cosa succede nel nostro cervello quando ascoltiamo la musica che amiamo.
Esattamente come tutto ciò che ci provoca piacere, l’ascolto della musica attiva una serie di aree cerebrali coinvolte nella produzione e nella trasmissione di dopamina. Si tratta del neurotrasmettitore che dà vita alla sensazione di gioia. La dopamina, inoltre, è coinvolta anche nel sistema della memoria e contribuisce alla formazione e al mantenimento dei nostri ricordi.
Il periodo della vita in cui questo sistema si attiva con maggiore intensità è quello compreso tra i 12 e i 22 anni. Questa fascia temporale rappresenta inoltre il momento della nostra vita in cui spesso siamo coinvolti in un processo di definizione del nostro senso di Sé. In questo momento capiamo chi siamo, cosa ci piace, in cosa crediamo, chi vogliamo diventare. È il tempo in cui, attraverso la sperimentazione, si definiscono i nostri gusti, anche in fatto di musica.
La maggiore attivazione del sistema dopaminergico e l’intensa sensazione di benessere provocata da questo circuito cerebrale in risposta a una musica che ci piace, in questa fascia d’età è in grado di creare delle tracce mnemoniche importanti e durature. Nel nostro cervello, dunque, rimane immagazzinato il ricordo di una canzone, di un artista, una band o un genere musicale, associato al ricordo di una forte percezione di piacere.
Questa associazione permane per tutta la vita. Potrebbe essere proprio questa la ragione fondamentale perché tendiamo a considerare i brani della nostra adolescenza i migliori in assoluto. E poiché il cervello umano è un organo che funziona limitando il più possibile il dispendio di energie, favorirà sempre il ritorno all’ascolto di ciò che già conosciamo prima di spingerci a cercare nuova musica.
La spiegazione psico-sociale
Una seconda spiegazione dietro l’effetto nostalgia musicale ha una natura psico-sociale e riguarda l’influenza esercitata dai nostri pari.
La fase della nostra vita in cui il sistema dopaminergico del cervello è più attivo, quella compresa tra i 12 e i 22 anni, è anche quella in cui formiamo i nostri gruppi sociali. All’interno di essi veniamo a contatto anche con nuovi stimoli culturali: è spesso attraverso i nostri amici che conosciamo una canzone o un artista.
La musica diventa così un collante sociale e va a definire non solo la nostra identità individuale, ma anche quella sociale. Nella memoria, la musica che ascoltiamo in questa fascia d’età si associa al ricordo dell’amicizia, della socialità e della creazione di nuovi legami.
L’influenza dell’industria musicale
Effetto nostalgia: c’è poi da considerare la questione dell’industria musicale.
Potremmo infatti provare a ragionare sulla velocità estenuante a cui le etichette costringono i propri artisti, con contratti che spesso impongono scadenze ravvicinate e continue per rispondere alla battaglia di ogni singolo release friday.
Fare a gara con le altre major per rimanere competitivi sul mercato musicale ha un costo e a volte questo costo risiede proprio nella qualità del prodotto finale. Ci troviamo così con playlist piene di pezzi prodotti per obblighi contrattuali piuttosto che per desiderio espressivo, vena creativa o semplicemente passione. Spesso l’iper-velocità del mercato sacrifica la qualità, costringendo gli artisti a non focalizzarsi più sulla realizzazione eccelsa di un brano, ma solo sulla sua pubblicazione (e promozione).
Forse è anche per questo motivo che abbiamo l’impressione che le canzoni di una volta fossero qualitativamente migliori di quelle prodotte oggi. In un momento in cui il mercato viaggiava più lentamente, la libertà artistica godeva di un tempo più ampio per esprimersi creativamente.
Che sia (anche) questa la ragione per cui i nostri genitori ci dicono che “non c’è più la musica di una volta”?










