Il ritorno di Beyoncé: pro e contro di COWBOY CARTER

da | Apr 15, 2024 | News

Un ingresso trionfante è quello di Beyoncé in sella al suo cavallo nel nuovo disco: Cowboy Carter. Tra gli album più vociferati del 2024, non è soltanto un album country, è proprio un album “di Beyoncé”, come aveva già annunciato la cantante prima dell’uscita del disco. Questo progetto monumentale è il risultato di un percorso […]

Un ingresso trionfante è quello di Beyoncé in sella al suo cavallo nel nuovo disco: Cowboy Carter.

Tra gli album più vociferati del 2024, non è soltanto un album country, è proprio un album “di Beyoncé”, come aveva già annunciato la cantante prima dell’uscita del disco.

Questo progetto monumentale è il risultato di un percorso durato più di 5 anni, dove dopo Renaissance, la popstar è pronta ad ampliare ogni orizzonte di genere.

È riuscita infatti ad inserire in un album una combinazione di generi musicali diversi, che riescono ad intersecarsi tra loro passando dal country, al folk, all’r&b, al pop, oltrepassando i confini.

È questo un modo per zittire tutte le critiche che le erano state mosse in passato, proprio in merito ai suoi tentativi di mescolare diverse sonorità.

Tra i pro più evidenti di questo disco, vi è sicuramente il potere di Beyoncé, di riappropriarsi del country, che era stato definito in tante zone degli Stati Uniti come “roba da bianchi”.

L’obiettivo era proprio uno sbandierare la libertà di professarsi parte di questo genere, rivendicandone le origini nere, nonostante sia in parte legato ad un sistema conservatore.

Una delle particolarità sonore dell’album sta nell’avvicinarsi al country, inserendo dei suoni reali, autentici, concreti: chitarre suonate e vibranti, cori, schiocchi di dita, rumori della natura, ascoltare questo album è come compiere un vero e proprio viaggio dentro quel mondo.

Tra gli altri punti di forza, vi è come sopracitato lo sforzo e il magistrale lavoro compiuto nel realizzare più di cento tracce, come è stato detto, per poi sceglierne 27 che rispecchiano tantissime sfumature variegate, colorate, in maniera che sia possibile sentire nello stesso pezzo influenze blues, soul, R&B, pop, rock… insomma, questo disco è un colosso per il panorama odierno, che da tempi non vedeva un qualcosa di queste proporzioni.

Inoltre, è sicuramente particolare l’inserimento la partecipazione all’interno dell’album di una moltitudine di voci: cori gospel, seconde voci, armonizzazioni, probabilmente metafora di un canto comune in nome della libertà e simbolo di espressione di una nazione che da sempre è stata alla ricerca di sé stessa e della propria identità.

Queen B è una regina che appare sventolando la propria bandiera, ricordando un po’ una Libertà che guida il popolo, ma in termini musicali.

È impossibile non citare le cover tra le sorprese di Cowboy Carter.

Quella che ha destato più chiacchiere è sicuramente Jolene. Icona degli anni ’70, la popstar ribalta il punto di vista di Dolly Parton: in questa versione Jolene viene intimidita dalla cantante, non è una supplica affinché l’amante non si porti via l’amato, ma una minaccia affinché non si azzardi a fare un passo falso.

I pro di questo disco sono innumerevoli e risulta davvero difficile parlare di pecche davanti ad un prodotto così importante.Tuttavia ,c’è sempre qualche piccolo punto che genera contrasti e fa storcere i nasi.

Sicuramente tra le contestazioni più discusse vi è il fatto che Beyoncé parli adesso di country, quando già dalle Destiny’s Child era fortissima l’influenza di questo genere.

Nella prima traccia: Ameriican Requiem, l’artista fa riferimento a delle critiche ricevute 8 anni fa in merito al suo essere country, ma il modo in cui “dissa” coloro che ai Grammy avevano mosso delle critiche risulta distante dal suo personaggio, sembrando quasi un dissing da rappers.

In molti pezzi si può leggere una forte critica sociale, parlando di disuguaglianze economiche e sfruttamenti, come in Ya Ya. Nel brano si dice:

Are you tired working time-and-a-half for half the pay?

I just pray that we don’t crash,

keep my Bible on the dash,

we gotta keep the faith.

È chiaro che un commento del genere risulti poco credibile se fatto da un personaggio pubblico che non rispecchia le condizioni di disagio dei meno fortunati.

Inoltre, la scelta di un album così lungo, potrebbe risultare incongruente con le dinamiche del mercato musicale, tendenzialmente più liquido e veloce, dove bisogna catturare l’attenzione del pubblico fin dal primo secondo d’ascolto.

Tra le scelte poco condivise in merito al disco, è stata molto dibattuta la collaborazione con Post Malone, poco coerente con il resto dell’album, in particolare come combinazione di voci. Il pezzo non ha convinto molto gli ascoltatori, risulta un po’ scarico e non troppo inquadrato all’interno del disco.

Nonostante vi siano chiaramente dei punti di debolezza, come in ogni progetto musicale che si rispetti, non è possibile non osannare Cowboy Carter.

Un disco solenne, quasi religioso, ricco di suoni sontuosi, eleganti, e soprattutto riempito da cori che son riusciti a ricreare tutta un’atmosfera persa ormai anni addietro.

Con un susseguirsi di canzoni importanti, studiate, cariche di messaggi e pensieri, la regina del pop è riuscita ad imporsi, governando sulla scena con un seguito di Renaissance ancora più rinascimentale.

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