La vita è ogni giorno un “Inizio”: il nuovo album di Biagio Antonacci

da | Gen 11, 2024 | Interviste

In occasione dell’uscita del sedicesimo album, L’inizio, abbiamo avuto l’onore di scambiare due chiacchiere con Biagio Antonacci.

Pietra miliare del cantautorato italiano, ci ha raccontato di sé e del suo percorso, in maniera molto intima e sincera. 

L’inizio è la traccia che dà il nome all’album, cosa ci dici su questo pezzo?

Non ho messo niente di mio in questa canzone, ho conosciuto Giorgio Poi a Bologna, facevamo spesso colazione insieme. Parlando, lui era molto assetato dalla storia di Bologna, dagli incontri, mi chiedeva come fosse la gente, gli idoli mai conosciuti come Lucio Dalla, e mi piacciono questi ragazzi assetati di conoscenza. 

Io ero in attesa di mio figlio, e ne parlavamo, e lui vedeva questa cosa come enorme. Io gli dissi che dovremmo vivere ogni giorno come un nuovo inizio.

L’inizio è la sopravvivenza per un uomo intelligente, che ha il coraggio di cambiare, livellare l’ego della nostra testa. A partire da questa conversazione mi scrisse di aver composto dei versi per me, e venne nella mia cantina a suonarmeli. Io ebbi la pelle d’oca, era un testo magnifico, e gli chiesi di completarlo, perché volevo fosse scritto tutto da lui. 

Nonostante fosse vergine nel campo, Giorgio Poi è riuscito a raccontare con sensibilità la storia dell’attesa di un bambino, un inizio importantissimo. 

Cosa significa per te fare musica?

Mai come oggi fare musica è davvero un dono. Ho una consapevolezza diversa, la vita è sempre più stretta. È bello pensare di divertirsi, faccio dischi quando voglio, e anche in tournée faccio i pezzi che scelgo. Ciò che ho fatto è la mia storia, mi auguro rimanga, però sono felice di poter inventare nuovi progetti particolari. Questo è l’ultimo album con Sony, dopo ci sarà un inizio diverso, magari più indipendente e legato alla mia etichetta, voglio fare degli incontri più che dei concerti.

Il tema della libertà per me è molto importante. Ho conosciuto Manu Chao e lui è il leader della libertà. Produce poche uscite discografiche, fa i tour quando e dove vuole, appare poco sui media. Io vorrei essere adesso una sorta di cantastorie, come un bardo del passato.

Inoltre, Biagio ha parlato di noi giovani in maniera molto positiva, mostrandosi aperto alle nuove generazioni. Ha anche ammesso che gli piacerebbe produrre nuovi artisti. La musica è comunicazione, e per lui scrivere un album è un punto di partenza per riflettere su di sé. 

In questo album come rappresenti la solitudine?


Una volta era solo un tarlo che ti entrava nella testa se non eri capito. La solitudine secondo me spreca il tempo. Io ho tanti rimpianti, ho sempre detto “domani farò x cosa: imparare l’inglese, suonare la chitarra…”.Adesso questa cosa non accadrà più, voglio sfruttare il tempo.

Voglio coinvolgere tutti nel mio istinto che una volta lasciavo da parte. Lo dico anche ai miei figli, è importante fare ciò che sentite, sentirvi soddisfatti, liberi, nel rispetto degli altri. Chiaramente ci sarà sempre qualcuno insoddisfatto.

L’artista affronta poi il tema del cambiamento, con una riflessione attualissima e sicuramente illuminante per le generazioni in crescita.

C’è sempre un pregiudizio verso il cambiamento. Viviamo di stabilità: mutuo per trent’anni, posto fisso, amore eterno… ma il cambiamento è sempre positivo, siamo in continua evoluzione ed è giusto buttarsi ed avere il coraggio di rischiare.

Successivamente, ritornando al Biagio del passato, abbiamo chiesto al cantautore come fosse la sua vita da cantante, agli arbori della carriera. 

Parlando del passato… non hanno mai considerato la poesia che scrivevo nel passato, non sono mai stato considerato un cult, ero il bello del poster.

E alla luce di questo, non avresti mai voluto fare una collaborazione con un big, come Paolo Conte?

Sì, ma non ho mai avuto il coraggio di chiedere, forse è il momento di farlo.

Ma quando eri giovane ti pesava questa cosa? Ti dispiaceva essere sfruttato per il tuo aspetto fisico, piuttosto che essere valutato per le tue doti da cantautore?

No, al tempo se già vedevo qualcuno venire al mio concerto ero già felice, essere anche così acclamato oggettivamente riempiva il mio ego.Mi sono accontentato, ho sempre lasciato le mie canzoni un po’ al caso. Se una canzone aveva successo ero felice, se un tour era sold out ero felice, non stavo lì a cercare di capire cosa ne pensassero gli altri.

Parlando del tuo rapporto coi giovani, cosa pensi della nostra generazione e dell’approccio che abbiamo alla vita? Tendenzialmente c’è uno scontro generazionale…

Io ho cresciuto dei giovani e sono cresciuto coi giovani. Io penso che la differenza sia la velocità, ai nostri tempi tutto era molto dilatato. Nonostante ciò io vedo ancora i ragazzi emozionarsi ai concerti, quindi la qualità emotiva è rimasta. Sicuramente tutto è più veloce, e magari lascia meno traccia nel tempo, anche se non possiamo saperlo.

Poi una cosa che non sopporto sono gli adulti che stanno sempre a lamentarsi millantando la bellezza dei loro tempi. Basta! Ormai siamo in un tempo diverso, bisogna evolversi.

In riferimento al titolo dell’album, nella tua vita quanti inizi importanti hai avuto? 

Avrei voluto che la parola inizio non esistesse, infatti ho sbagliato titolo del disco! 

Ci ho pensato dopo, ma ormai la colpa posso darla a Giorgio Poi.

Io ogni volta che faccio un passo mi sento all’inizio, perché ricominciamo. Sicuramente il primo Sanremo, i primi dischi venduti, tutto era un inizio. Ma facendo così mi perdevo la quotidianità, stavo sempre ad aspettare una nuova soddisfazione. Pensavo di incominciare con un’altra soddisfazione, mentre la  vita è fatta di inizi per la vita stessa.

Abbiamo affrontato il tema della paura, che descrive nei suoi pensieri tramite la metafora dell’acquario. 

Durante il Covid scrivevo di delivery, perché vedevo tutti questi rider che giravano ovunque indisturbati. Un mio amico aveva un acquario, e un giorno mi invitò da lui dato che abitava di fronte. Arrivai lì e trovai nell’acquario una carpa, che occupava tutto lo spazio e stava lì immobile, con gli altri pesci schiacciati.

E lì pensai “questi siamo noi, schiacciati in un piccolo acquario“. La carpa era impassibile, e dissi “vuoi vedere che siamo noi, nella nostra confort zone, con la paura di saltare nel mare?”

Alla fine decidemmo di liberarla, e vederla nuotare nel fiume fu un’emozione bellissima.

Biagio apre una parentesi sul periodo Covid, parlando di libertà

Durante il Covid mi sentivo proiettato verso la libertà, ero fiducioso che le cose sarebbero andate meglio. È stato bello fermarsi, condividere del tempo con la mia famiglia. Adesso la vita ha ripreso ritmi più veloci di prima, siamo di nuovo confinati negli acquari, ma voi giovani avete scoperto dei ritmi più lenti, e vedo che ne avete fatto tesoro.

Insomma, affrontare con Biagio Antonacci così tanti temi è stato sicuramente stimolante, soprattutto per la possibilità di ricevere importanti pareri da un uomo che ha vissuto tantissime esperienze. Ci ha colpito il suo modo di consigliarci in maniera amichevole, senza la superiorità di un adulto che pensa di sapere tutto. Con l’apertura e la curiosità di un’anima ancora bambina, trepidante di assaporare la vita. 

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